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Competenze sotto la soglia minima: l’allarme sull’alfabetizzazione digitale in Italia



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Antonio Piva (AICA) denuncia la grave carenza di alfabetizzazione tra studenti, docenti e lavoratori. Servono sillabus chiari e certificazioni obbligatorie per costruire conoscenze uniformi e sostenere la produttività del Paese. Il ruolo dell’ICDL

Pubblicato il 8 gen 2026



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La capacità di utilizzare gli strumenti digitali di base continua a rappresentare una criticità per studenti, lavoratori e docenti. Lo ha evidenziato Antonio Piva, presidente AICA, intervenendo alla presentazione dell’Osservatorio sulle Competenze Digitali 2025 organizzata da Anitec-Assinform, AICA e Assintel. Le sue analisi descrivono un quadro in cui la scarsa alfabetizzazione digitale incide non solo sulle performance individuali, ma anche sulla produttività complessiva del Paese.

Un deficit strutturale che frena la produttività

Piva ricorda una ricerca condotta da AICA con SDA Bocconi, che già dieci anni fa aveva quantificato il “costo dell’ignoranza informatica”. L’analisi stimava circa 4.000 euro l’anno di improduttività per ogni dipendente della pubblica amministrazione locale. Applicando lo stesso criterio al contesto nazionale, la perdita di produttività superava gli 18 miliardi di euro l’anno, una cifra che Piva definisce significativa al punto da essere comparabile con dimensioni tipiche di una manovra finanziaria.

Questi valori non appartengono a un passato remoto. Piva cita i dati dell’Osservatorio basati su Eurostat, secondo cui la produttività dell’Italia è scesa del 1,4% nel 2024, posizionando il Paese al penultimo posto in Europa, appena prima della Romania. A fronte di questi numeri, il presidente AICA sottolinea che la debolezza della competenza digitale non riguarda più solo settori o categorie specifiche, ma l’intero sistema.

Gli italiani e la scarsa alfabetizzazione digitale: i numeri degli assessment

AICA ha condotto tra gli 11.000 e i 12.000 assessment per misurare i livelli di alfabetizzazione digitale di studenti, docenti e lavoratori. I risultati, secondo Piva, mostrano un quadro «a dir poco deprimente».

Sulla cybersecurity, solo il 13% dei partecipanti ha raggiunto una competenza sufficiente, mentre nell’elaborazione di testi la percentuale scende al 4%. Nel foglio elettronico, le valutazioni sufficienti oscillano intorno al 10-11%, e per la creazione di presentazioni, si arriva appena al 6%.

Gli strumenti di produttività d’ufficio mostrano il dato più critico: solo il 5% raggiunge la piena sufficienza, mentre circa l’80% risulta insufficiente. Anche sul fronte dell’intelligenza artificiale, Piva evidenzia che l’85% dei valutati—tra studenti, insegnanti e lavoratori—non raggiunge il livello minimo richiesto, confermando l’urgenza di competenze che vadano oltre il semplice utilizzo delle applicazioni.

I “nativi digitali” non sono più competenti: perché gli studenti risultano tra i più fragili

Uno degli elementi più sorprendenti dell’intervento riguarda i risultati degli studenti. Contrariamente all’immaginario comune, gli studenti non superano i lavoratori né i docenti nelle competenze di base.

Sulla cybersecurity, a fronte di un 13% generale di valutazioni sufficienti, gli studenti si fermano al 6,7%. Nell’uso degli strumenti Office, la percentuale scende al 2%, contro una media complessiva del 5%. Lo stesso accade per l’intelligenza artificiale: Piva sottolinea che gli studenti che raggiungono la piena sufficienza sono il 6%, «esattamente uguale» ai docenti e ai lavoratori.

Il presidente AICA collega questa situazione a un impoverimento delle basi tecniche che dovrebbe essere acquisito durante il percorso scolastico. «Quando ero piccolo mi insegnavano in prima elementare a scrivere e fare i conti», racconta, osservando che oggi mancano insegnamenti sistematici sugli strumenti essenziali dell’interazione digitale.

L’assenza di un percorso formativo coerente, secondo Piva, fa sì che anche gli studenti di percorsi come gli ITS arrivino ai test privi delle competenze minime. Porta un esempio emblematico: durante un assessment, aveva chiesto agli studenti di digitare un link HTTPS; «il 30% è stato hackerato» perché aveva fatto clic su un sito identico ma non sicuro presente tra i risultati di ricerca. «Non sanno proprio le cose di base», sottolinea.

Perché la scuola deve rivedere contenuti, metodi e livelli di certificazione

Per Piva, la mancanza di alfabetizzazione digitale non dipende solo dagli studenti, ma dal sistema educativo che li forma. Il problema è duplice: contenuti non aggiornati e assenza di standard uniformi. Il presidente AICA osserva che «uno insegna quel che vuole», e che questo produce una disomogeneità che impedisce di valutare correttamente le competenze reali.

La proposta non è semplicemente aumentare gli insegnamenti digitali, ma introdurre un percorso basato su sillabus chiari e certificazioni obbligatorie, così da garantire che ogni studente raggiunga un livello minimo comune. Solo un approccio strutturato potrebbe rendere coerenti le competenze di base e preparare gli studenti ai percorsi più avanzati.

Piva collega la necessità delle certificazioni all’efficacia degli strumenti di valutazione disponibili. Richiama la differenza tra standard di riferimento come il DigComp e percorsi più specifici, spiegando come il primo offra un quadro generale, ma non approfondisca ambiti chiave quali intelligenza artificiale o cybersecurity.

Il ruolo dell’ICDL e la fotografia delle competenze informatiche nelle imprese

Piva chiarisce che l’ICDL (ex ECDL) non è più la certificazione di base centrata su Word o Excel, ma comprende moduli avanzati come ICDL Artificial Intelligence e ICDL Cybersecurity. Le certificazioni specifiche sono, secondo il presidente, strumenti fondamentali per costruire una cultura digitale consapevole, ma anche per dare alle imprese una misurazione reale del livello dei propri dipendenti.

Piva evidenzia come molte aziende non conoscano le competenze informatiche effettive del proprio personale. «Uno era informatico dieci anni fa, ma sono quindici anni che non aggiorna più le sue competenze», osserva. AICA ha sviluppato assessment mirati che permettono alle imprese di ottenere una fotografia delle competenze tecniche del proprio capitale umano, individuando criticità e aree da aggiornare.

Questa necessità diventa ancora più urgente alla luce dei nuovi modelli organizzativi, che richiedono capacità di interazione con sistemi complessi e una comprensione reale dell’IA, oltre che l’utilizzo corretto degli strumenti digitali quotidiani.

Alfabetizzazione digitale come infrastruttura del Paese

La diagnosi di Piva non si traduce in un allarme retorico, ma in una constatazione basata su dati sistematici. Il livello di alfabetizzazione digitale in Italia, secondo l’analisi AICA, resta insufficiente per sostenere la competitività e la produttività del sistema. Le criticità non interessano solo i giovani o le categorie con minori opportunità, ma attraversano studenti, lavoratori e docenti, con ricadute che vanno dalla sicurezza informatica alla capacità delle organizzazioni di innovare.

La proposta di Piva è costruire un sistema formativo che introduca percorsi obbligatori di apprendimento digitale, certificazioni riconosciute e livelli minimi comuni, così da ridurre il divario attuale. Un’alfabetizzazione diffusa, conclude, permetterebbe di affrontare con maggiore consapevolezza l’espansione dell’intelligenza artificiale e di garantire basi solide per la trasformazione digitale del Paese.

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