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Trasformazione o continuous improvement: la modernizzazione secondo Micro Focus

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Trasformazione o continuous improvement: la modernizzazione secondo Micro Focus

01 Dic 2010

di Nicoletta Boldrini

Si basa sul riuso e segue due differenti metodologie: transformational improvement e continuous improvement. È la whiteboard del Full Application Modernization di Micro Focus descritta da Pierdomenico Iannarelli, country manager per la filiale italiana (nella foto), che dice: “I nostri punti di forza, oltre all’efficacia delle tecnologie che consentono minori rischi e riduzioni di costi misurabili in tempi brevi, stanno nella metodologia e nel modello di engagement molto flessibile”.

Le competenze in ambito Cobol, , il linguaggio di programmazione con il quale sono state sviluppate tutte le maggiori applicazioni legacy che girano sui mainframe, sono da sempre il segno distintivo di Micro Focus, società che oggi ha fatto della modernizzazione di queste applicazioni il suo cavallo di battaglia. “A coloro che ne sono interessati, continuiamo a offrire la possibilità, attraverso appositi tool, di sviluppare soluzioni per mainframe – sostiene Pierdomenico Iannarelli, country manager per la filiale italiana – ma il nostro business principale viene dalla modernizzazione e migrazione delle applicazioni da mainframe verso piattaforme open (Linux, Unix, Microsoft), e, dopo le acquisizioni realizzate, dal software developement life cycle (Sdlc), con soluzioni che consentono di analizzare le applicazioni, svilupparle, testarle”.
Nell’ambito della migrazione, Micro Focus adotta due differenti metodologie, illustrate nell’immagine che la società usa per descrivere i tasselli della propria strategia (Full Application Modernization Whiteboard – vedi figura 1).


Figura 1 – Full Application Modernization Whiteboard
(cliccare sull’immagine per visualizzarla correttamente)

Una identificata come transformational improvement, l’altra come continuous improvement. Entrambe basate sul concetto del riuso delle applicazioni esistenti (salvaguardando il know how e il vantaggio competitivo acquisiti).
“La metodologia relativa alla trasformazione fa riferimento alla modernizzazione e migrazione ‘tradizionale’, ossia alla rivisitazione e spostamento delle applicazioni da mainframe ad ambienti open, senza riscrivere il codice applicativo ma adeguandolo alle nuove piattaforme (con tool di sviluppo ed emulatori specifici)”, spiega Iannarelli. “La tecnica del ‘miglioramento continuo’, invece, viene applicata quando non è inizialmente possibile avviare progetti di migrazione (per questione di budget) cercando di intervenire per ridurre i costi, aumentare la produttività e, quindi, trovare le risorse per avviare poi un eventuale progetto di migrazione”. E per non lasciare alla teoria queste parole, Iannarelli riporta un esempio concreto: “Una compagnia assicurativa con un servizio di call center/help desk basato su soluzioni mainframe che richiedevano per la gestione del cliente o della problematica l’apertura di diverse videate con un’immagine grafica ormai obsoleta, è riuscita a connettere tutte le informazioni (provenienti dalle vecchie schede e soluzioni, che sono rimaste al loro posto) e a riportarle in un’unica videata basata su ambiente Microsoft e quindi molto familiare all’utente. Tutto questo in 10 giorni e con l’effetto che a livello di sistemi non è cambiato nulla: le soluzioni rimangono dove sono, cambia solo la modalità con cui utilizzarle. Modalità che si traduce in crescita produttiva (perché gli utenti trovano subito le informazioni e hanno a disposizione un ambiente intuitivo e ormai riconosciuto) e, quindi, consente di trovare le risorse per progetti successivi (modernizzazione delle applicazioni stesse, migrazione su altri ambienti, ecc.)”.
“Comunque, dalla nostra esperienza, le grandi realtà non fanno quasi mai la migrazione ‘as is’ dell’intero parco applicativo da mainframe a piattaforme standard ma individuano delle aree specifiche, come per esempio quella dello sviluppo e del testing applicativo, che consentono di ottenere risparmi concreti”, osserva Iannarelli. “Motivo per cui il nostro supporto iniziale è focalizzato proprio sull’individuazione di tali applicazioni. Che non significa affatto individuare quelle meno core o quelle più complesse, ma, secondo la nostra esperienza, quelle che consumano più Mips e quindi richiedono più potenza elaborativa da parte delle Cpu (misurata in base al picco massimo e non medio). Partire da queste applicazioni, effettuando sviluppo e testing sui client, significa liberare risorse dai mainframe e, quindi, ridurre i costi (dato che l’elaborazione su client in ambienti standard è meno onerosa, in termini di potenza di calcolo, rispetto al mainframe ed è inoltre possibile utilizzare ambienti virtualizzati, che stanno giocando un ruolo determinante nella ulteriore riduzione dei costi)”.
Ed è proprio sul consumo di Cpu che si basa la strategia commerciale di Micro Focus che non vende licenze per numero di utenti (salvaguardando così le scelte di virtualizzazione) ma sulla base di contratti corporate stipulati in base al numero di Cpu fisiche presenti in azienda.

Nicoletta Boldrini

Giornalista

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