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Cosa ci insegna l’esperienza Boero?

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Cosa ci insegna l’esperienza Boero?

03 Ott 2006

di Giampiero Carli Ballola

Il commento di Paolo Pasini, professore di sistemi informativi presso la Sda Bocconi School of  Management, a proposito di quanto è stato fatto e si sta facendo alla Boero Bartolomeo riguardo l’applicazione degli strumenti di analisi e ‘intelligence’ alle attività aziendali.
Per trarre, da questa esperienza, riferimenti utili anche ad altre imprese.

 

ZeroUno: Quali indicazioni, a suo parere, un manager intenzionato ad avviare o estendere progetti di BI nella propria impresa può trarre dall’esperienza della Boero
Paolo Pasini:  Dalla sequenza dei fatti esposti, un primo aspetto che emerge come molto interessante è che in questa società la business intelligence sia parte di una vera strategia aziendale. Questo è importante perché molto spesso le aziende agiscono ‘a macchia di leopardo’, con progetti scollegati tra loro perché realizzati o su bisogni contingenti o per iniziativa dei singoli dipartimenti. Questo comportamento, che abbiamo rilevato da una serie di ricerche da noi condotte, ha caratterizzato la prima fase di sviluppo della BI in Italia, fase che qui sembra superata, con una chiara visione di progetti in successione e complementari tra loro. Valida anche l’idea di passare prima dal front office, con un progetto orientato alle relazioni che l’azienda ha con i suoi clienti, per gettare poi un ponte verso il back office con il progetto di budgeting commerciale, che lega l’azione sul mercato con quello che farà al suo interno l’azienda, ed approdarvi infine con un vero progetto di back office come quello per la logistica previsto l’anno venturo, che risponde a problemi comuni a tutte le aziende come il turnover delle scorte e il controllo del capitale circolante.

ZeroUno: Non trova singolare che quest’azienda abbia maturato una tale visione pur essendo approdata così tardi, solo nel 2003, all’implementazione di un Erp?
Pasini: Questo conferma solo quanto noi andiamo sostenendo da tempo, e cioè che l’introduzione di un Erp rappresenta per l’impresa un momento di rottura ed è un grande stimolo allo sviluppo della business intelligence, per sfruttare appunto il potenziale informativo generato da queste soluzioni, il cui database costituisce il punto di partenza per creare un repository unico e accentrato delle informazioni presenti in azienda.

ZeroUno: Il primo requisito della software selection di Boero, però, era quello che la piattaforma di intelligence avesse un database proprio per non interferire con le operazioni del gestionale…
Pasini: E giustamente: uno dei primi vantaggi delle architetture di business intelligence è proprio quello di disaccoppiare il mondo transazionale dal mondo dell’analisi dei dati, in modo da poterli far funzionare a ritmi diversi, decidendo le periodicità di aggiornamento dei dati della BI come meglio conviene. Nel nostro caso, inoltre, questo disaccoppiamento viene chiesto anche per poter fare previsioni e simulazioni ‘what-if’, con un uso degli strumenti di BI molto avanzato. Ma vorrei piuttosto parlare di un altro aspetto del progetto, che, secondo me, è cruciale della business intelligence e che viene spesso trascurato; cioè la consapevolezza che l’uso delle analisi di BI, nel loro caso quelle sui clienti, possa non solo migliorare la relazione con il cliente, ma impattare anche sui processi interni. Questo effetto di ‘ciclo virtuoso’, che nel nostro gergo chiamiamo di ‘close loop’ è una delle grandi opportunità che può generare la business intelligence: l’analisi dei dati non mi serve solo a prendere decisioni su problemi specifici di pricing, assistenza e quant’altro, ma anche per avere le informazioni necessarie a rivedere come oggi opero sul cliente, a verificare la bontà dei processi che lo riguardano. Al limite, e in qualche caso questo si è verificato, può portare anche alla revisione della stessa struttura aziendale. Questo è un fatto importantissimo che è stato poco riconosciuto perché prima di tutto è difficile da osservare, e stupisce che quest’azienda abbia avuto tale consapevolezza sin dal primo progetto; poi è molto difficile da concretizzare.

ZeroUno: Si tratta di uscire dalla sfera d’azione che compete all’It per entrare in quella dell’organizzazione aziendale, interferendo con altri poteri e strutture… Probabilmente, a favore di Boero gioca il fatto di essere un’azienda tutto sommato piccola e accentrata dal punto di vista del management. Inoltre, il progetto gode della sponsorizzazione dell’alta direzione, e anche questo aiuta nell’allargarne gli orizzonti.
Pasini: Da questo punto di vista, è anche significativa la dichiarazione relativa ai vantaggi, dove viene dato più peso agli asset intangibili, come cultura aziendale e immagine, piuttosto che al ritorno economico. Questa visione è di grande pragmatismo e razionalità. Sono sin troppe le aziende che quando lanciano questi progetti, indipendentemente dal fatto che costino 50 mila euro o 500 mila, puntano ad identificarne e quantificarne il Roi, valutare se e quando il progetto si ripagherà o che tipo di redditività potrà generare. Ora, io trovo invece corretto non porsi questo problema. La logica della business intelligence è quella di una scommessa: investire euro per avere informazioni non è come investire euro per ottimizzare una catena di montaggio.

ZeroUno: Però il consiglio di procedere per passi, realizzando progetti che si collochino in una visuale di prospettiva ma diano risultati nell’immediato non è da trascurare. Anche per continuare a garantirsi il supporto di chi poi paga le spese…
Pasini: Diciamo che sulla gradualità del procedere, che io chiamo ‘pensare in grande ma realizzare in piccolo’, sono assolutamente d’accordo. Non sono d’accordo però sul fatto che facendo più in piccolo sia più facile quantificare i ritorni. Il percorso necessario a valutare il ritorno di un progetto, anche piccolo, di BI è di una complessità tale che non lo fa nessuno. Ed è facile tirar fuori numeri a caso. Molto meglio l’onestà intellettuale di questa persona, che dice: ‘possiamo dire quanto ci costa ma non quanto ci renderà, se non in termini di aumento della cultura manageriale dell’azienda’. Questo sì che è un obiettivo chiaro e che si può ottenere. 

Giampiero Carli Ballola
Giornalista

Giampiero Carli-Ballola, nato nel 1942 e giornalista specialista in tecnologia, collabora con ZeroUno dal 1988. Segue i processi di digitalizzazione del business con particolare attenzione ai data center e alle architetture infrastrutturali, alle applicazioni big data e analitiche, alle soluzioni per l’automazione delle industrie e ai sistemi di sicurezza.

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