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Digital Repatriation: perché in Italia sta diventando un tema strategico



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Nell’ultimo anno il concetto di Digital Repatriation sta emergendo in modo significativo anche sul mercato italiano. Non si tratta semplicemente di una scelta tecnologica, ma di un fenomeno che coinvolge geopolitica, sicurezza informatica, compliance normativa e la strategia aziendale

Pubblicato il 22 apr 2026

Samuele Zaniboni

Manager of Sales Engineering di ESET Italia



2026 Samuele Zaniboni- Manager of Sales Engineering di ESET Italia
Samuele Zaniboni, Manager of Sales Engineering di ESET Italia
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Per molto tempo le aziende italiane hanno adottato tecnologie e servizi digitali provenienti principalmente da due grandi poli globali: Stati Uniti e, in alcuni casi, altri paesi extraeuropei. Questo modello ha funzionato bene nella fase iniziale della trasformazione digitale, soprattutto grazie alla diffusione del cloud pubblico e alla scalabilità offerta dai grandi provider internazionali.

Oggi, però, sta emergendo una nuova consapevolezza: le imprese iniziano a chiedersi dove risiedono realmente i propri dati, chi li gestisce e quali normative li governano. Il tema non riguarda solo la sicurezza tecnica, ma anche il contesto geopolitico e legislativo in cui operano i fornitori tecnologici.

Normative come il GDPR europeo hanno già posto l’accento sulla protezione dei dati personali, ma il dibattito si sta ampliando: molte organizzazioni iniziano a considerare la sovranità del dato come un fattore strategico.

Tecnologie simili, contesti normativi diversi

Dal punto di vista puramente tecnologico, le soluzioni offerte da vendor globali e da quelli europei sono spesso comparabili. Le piattaforme di sicurezza, i sistemi cloud e gli strumenti di gestione dei dati hanno ormai raggiunto livelli di maturità molto simili. Pensando agli ambienti cloud, per esempio, si potrebbero adottare soluzioni di cifratura forte come misura immediata: dati correttamente cifrati restano illeggibili anche agli hyperscaler che li ospitano, garantendo protezione e controllo.

La differenza principale non è quindi tanto nella tecnologia in sé, quanto nel contesto normativo e culturale in cui questa tecnologia opera. Un’infrastruttura gestita da un’azienda europea nasce già con un’attenzione specifica verso determinati principi di protezione del dato, privacy e compliance. In altre parole, non è solo una questione di performance o funzionalità, ma anche di fiducia e allineamento culturale: aziende, fornitori tecnologici e regolatori parlano la stessa “lingua normativa”.

Il ruolo della geopolitica

Un altro elemento che sta accelerando il dibattito sulla Digital Repatriation è il contesto geopolitico. Le tensioni internazionali e alcune normative extraeuropee che consentono l’accesso ai dati da parte delle autorità nazionali hanno portato molte aziende a interrogarsi su quali siano le implicazioni di avere dati critici gestiti da infrastrutture sotto giurisdizioni diverse.

In passato il tema era rilevante soprattutto per grandi multinazionali o per settori altamente regolamentati, come quello bancario o pubblico. Oggi invece la sensibilità sta arrivando anche nelle PMI, in particolare nei settori industriali e manifatturieri che rappresentano una componente importante dell’economia italiana.

Cloud sì, ma con maggiore controllo

La Digital Repatriation non significa necessariamente abbandonare il cloud. Piuttosto, il futuro sembra orientarsi verso modelli ibridi e più controllati, nei quali:

  • alcuni dati rimangono su cloud globali;
  • altri vengono gestiti su infrastrutture europee o nazionali;
  • le informazioni più sensibili vengono protette con sistemi avanzati di cifratura e controllo degli accessi.

Va inoltre considerato che il ritorno completo all’on-premise non è sempre realistico. Costruire e mantenere data center moderni richiede investimenti molto elevati, competenze specialistiche e grandi quantità di energia. Per questo motivo molte aziende stanno valutando soluzioni intermedie, dove la sovranità del dato si combina con i vantaggi della scalabilità del cloud.

Le aziende italiane tra consapevolezza e poca chiarezza

Nel mercato italiano si osservano tre atteggiamenti:

  1. Aziende già consapevoli, spesso di dimensioni medio-grandi, che stanno valutando strategie di sovranità del dato e architetture multi-cloud o europee;
  2. Organizzazioni che iniziano ora a porsi il problema, spinte da normative, media o eventi geopolitici;
  3. Imprese ancora confuse, per le quali il tema cloud vs on-premise rimane principalmente una questione di costi e non di governance del dato.

Questo dimostra che la Digital Repatriation è ancora un percorso in evoluzione, più che una trasformazione già compiuta.

Un tema che coinvolge l’intera azienda

Un altro aspetto interessante è che questo argomento non riguarda solo i reparti IT. Parlare di sovranità del dato significa coinvolgere: CIO e responsabili IT, per le scelte tecnologiche; legal e compliance, per le implicazioni normative; top management, per le decisioni strategiche; risk management e security, per la protezione delle informazioni.

Per i vendor tecnologici questo comporta anche un cambiamento nel modo di comunicare con il mercato: non basta più parlare di caratteristiche tecniche, ma è necessario affrontare temi di governance, fiducia e responsabilità digitale. Occorrerà poi ragionare su come proteggere i dati che sono stati affidati agli hyperscaler e, sicuramente l’utilizzo di validi sistemi per la cifratura dei dati potrà aiutare. In sintesi, se i nostri dati vengono cifrati correttamente, non potranno essere letti neppure dall’hyperscaler che li ospita.

Uno scenario in evoluzione

La Digital Repatriation non è una soluzione immediata né una rivoluzione che avverrà dall’oggi al domani. È un trend strategico di medio-lungo periodo, che accompagnerà la crescita delle infrastrutture digitali europee e la maturazione del mercato.

Il cloud continuerà a essere centrale, ma probabilmente si evolverà verso un modello più distribuito e sovrano, in cui Europa e singoli paesi cercheranno di costruire maggiore autonomia tecnologica senza rinunciare ai benefici della globalizzazione digitale.

Le aziende dovranno affidarsi a vendor capaci di interpretare la Digital Repatriation come scelta strategica di sovranità, controllo e fiducia, nel pieno rispetto delle normative UE. La fiducia è strutturale: un vendor può decidere cosa rilevare, e questa scelta diventa un fattore di rischio in scenari geopolitici instabili. Per questo la sicurezza dipende anche da “dove stare”. La Digital Repatriation non può limitarsi alla localizzazione dei dati: deve tradursi in capacità concreta di controllo, monitoraggio e risposta.

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