C’è un motivo se, pur essendo sulla bocca di tutti, la digital transformation, in molte organizzazioni, non è ancora riuscita a sprigionare tutto il proprio potenziale. Digitalizzare i processi e trasformare il modo in cui le persone lavorano – sono queste le due componenti essenziali di quello del percorso evolutivo comunemente noto come digital transformation – non vuol dire banalmente acquisire nuove tecnologie e implementare interfacce utente multi-device. Eppure, parecchie realtà, complice anche la spinta alla dematerializzazione e al lavoro da remoto, hanno pensato che fosse sufficiente intraprendere la strada della modernizzazione per superare il guado.
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L’Italia punta sull’innovazione. Ma lo fa nel modo giusto?
Non lasciano adito a dubbi i risultati dell’indagine “Imprese e ICT” condotta da Istat, che certificano come tra il 2021 e il 2024, il 52,6% delle aziende italiane abbia investito in diversi ambiti digitali. A puntare sui progetti di innovazione sono soprattutto le realtà di dimensioni maggiori: più della metà (il 51,9%) ha investito in 4-7 aree digitali e il 50,3% prevede di ampliarne il raggio d’azione fino a 6-9 ambiti nei prossimi anni.
Non stupisce che nel 2026 il budget ICT delle imprese italiane – stando all’ultima edizione degli Osservatori Startup Thinking e Digital Transformation Academy del Politecnico di Milano – dovrebbe aumentare dell’1,8% rispetto al 2025, una stima che conferma il trend dell’ultimo decennio, con la prospettiva di raggiungere i 93 miliardi entro il 2028 (fonte: rapporto “Il Digitale in Italia 2025” di Assintel-Assinform).
«La consapevolezza e la buona volontà dunque non mancano. La realtà è che la spesa in digital transformation produce valore solo nel momento in cui il processo evolutivo viene costruito in funzione delle reali esigenze e degli obiettivi di crescita delle organizzazioni, realizzando progetti su misura che tengano conto prima di ogni altra cosa della componente più importante in qualsiasi scenario trasformativo: quella umana».
A parlare è Giuseppe Mariani, General Manager di Intesa, a Kyndryl Company, che sottolinea l’importanza di questo assunto nel contesto produttivo italiano. «Che si tratti di grandi player, di multinazionali tascabili o di organizzazioni di taglia medio-piccola, parliamo di vere e proprie peculiarità nei rispettivi verticali. Eccellenze che rappresentano la spina dorsale della nostra economia, e per le quali le sfide della digital transformation sono ancora più accentuate».
D’altra parte, un importante contributo alla crescita degli investimenti digitali è arrivato nel 2025 anche dalle piccole imprese (+3,3%) che, sempre secondo gli Osservatori Polimi, hanno sfruttato il volano del PNRR per ridurre il gap competitivo con concorrenti più strutturati.
Non tutti i processi sono uguali: le priorità nel percorso di digitalizzazione
Quando si parla di digital transformation, però, non bisogna solo considerare il tipo di organizzazione che deve affrontarla: così come le imprese non sono tutte uguali, anche i processi aziendali non hanno tutti la stessa priorità.
Alcuni, come quelli che sottendono alla gestione documentale, agli iter approvativi e alla tracciabilità delle supply chain, se non orchestrati correttamente rischiano di inficiare l’efficienza aziendale anziché migliorarla. D’altro canto, nel momento in cui vengono dematerializzati e messi a fattor comune con una strategia coerente, semplificano notevolmente l’ordinaria e la straordinaria amministrazione, garantendo ROI consistenti e immediati: soluzioni come piattaforme EDI (Electronic Data Interchange), DMS (Document Management System) e sistemi per la dematerializzazione dei servizi fiduciari, a partire dalla firma elettronica e dall’identificazione da remoto, riescono infatti ad alleggerire i cicli operativi, minimizzare gli errori e migliorare la visibilità su tutta la catena del valore.
«Basti pensare a cosa consente di fare Intesa Hive, il cruscotto digitale in cloud concepito per ottimizzare i processi documentali nel mondo B2B», spiega Marco Broggio, Chief Solutions Officer di Intesa. «La piattaforma centralizza le informazioni contenute nel flusso di documenti (come bolle, DDT, fatture o contratti) generato da ciascun ordine e, grazie a un’interfaccia intuitiva e personalizzabile, semplifica l’intero ciclo dell’ordine migliorando la collaborazione tra tutti gli attori in gioco; gli ordini vengono analizzati con un motore OCR basato sull’AI e inviati ai reparti competenti. Intesa Hive permette inoltre di utilizzare il linguaggio naturale per fare richieste avanzate a un chatbot potenziato dall’AI; il chatbot darà risposte immediate, facilitando la ricerca e l’analisi.»
Rispetto all’ambito del Digital Transaction Management, invece, Intesa Sign abilita la firma di documenti da qualsiasi dispositivo, in piena sicurezza e con validità legale supportando tutti i livelli previsti dal regolamento eIDAS. «L’identificazione del firmatario, necessaria per l’apposizione di questa tipologia di firme, avviene in modo nativo grazie all’integrazione diretta con la piattaforma Intesa ID», precisa Broggio, «che ha il compito di digitalizzare i processi aziendali di identificazione in maniera semplice e sicura. La soluzione è wallet-ready, pronta per interfacciarsi con ecosistemi nazionali ed europei come IT Wallet ed EUDI Wallet. Le imprese possono impiegare Intesa ID per il riconoscimento tramite video-identificazione, procedure full-self, SPID e CIE».
In alcuni settori, come quelli del Finance & Insurance, della Pubblica amministrazione, dell’Healthcare e dei Servizi professionali, certificare i processi digitalizzati significa prevedere un ulteriore layer di sicurezza: «Per questo proponiamo Intesa CMS, la piattaforma che consente di gestire l’intero ciclo di vita di un certificato digitale qualificato con piena conformità a eIDAS e ai requisiti dei Qualified Trust Service Provider, e Intesa eSeal, che abilita l’apposizione di sigilli elettronici qualificati per certificare l’origine dei documenti aziendali, garantendone validità e inalterabilità», dice Marco Broggio.
L’innovazione su misura, un approccio pragmatico settore per settore
Ma mettere a disposizione dei clienti un portfolio di soluzioni avanzate, come detto, non basta. Assicurare che la digital transformation aiuti ciascuna tipologia di impresa a sprigionare il proprio specifico potenziale significa declinare l’implementazione delle tecnologie disponibili a partire da un attento studio dello status quo.
«Intesa ha per esempio sviluppato un approccio integrato e pragmatico per costruire, a partire da tre premesse metodologiche, un’innovazione su misura», dice Giuseppe Mariani. «Per valutare la situazione di partenza, avviare un processo di assessment e sviluppare un piano di trasformazione ritagliato sulle reali necessità dell’organizzazione e sui suoi obiettivi di crescita ricorriamo al service design, che ci aiuta a mappare e ottimizzare i processi, coidentificando le esigenze del business. L’implementazione degli strumenti e l’eventuale fornitura di servizi consulenza per semplificare il change management poggiano invece sui concetti di design thinking e di co-creation, che stimolano l’innovazione attraverso il coinvolgimento attivo degli utenti nel processo di sviluppo».
Facendo leva su questo metodo, Intesa ha affiancato numerose realtà italiane – molto diverse per verticale, struttura e dimensioni – lungo il percorso di trasformazione digitale. «Dall’ottimizzazione dei processi di onboarding, nel settore bancario [Solution-Insights_UniCredit.pdf], all’integrazione della firma elettronica nell’ambito dell’hospitality [SolutionInsights_Wonderful-1.pdf], passando per la dematerializzazione del flusso approvativo in una multiutility [Solution-Insights_Iren.pdf ], Intesa sta dimostrando come un approccio personalizzato al tema dell’innovazione sia indispensabile per affrontare le multiformi esigenze dello scenario in cui siamo chiamati a competere», continua Mariani.
Cosa rende una tech company un partner strategico: Intesa per le aziende italiane
Ma l’approccio consulenziale personalizzato è solo una delle componenti dell’innovazione, che per essere a prova di futuro non può prescindere da certificazioni normative italiane e internazionali e una solida infrastruttura tecnologica. «Solo integrando questi tre asset nel percorso di crescita del cliente è possibile sprigionare il potenziale della digital transformation per qualsiasi tipo di organizzazione, e in una prospettiva di lungo termine. Ogni azienda ha bisogni e obiettivi diversi. È con questa consapevolezza che Intesa punta sempre a porsi come una boutique company e a sviluppare soluzioni su misura, ascoltando e coinvolgendo il cliente in ogni fase del percorso. Siamo del resto convinti», chiosa Giuseppe Mariani, «che, trascendendo i singoli progetti di trasformazione, la fidelizzazione e il rapporto di lungo periodo siano i presupposti per raggiungere il traguardo che si è posta una società benefit come Intesa: creare partnership di valore orientate alla crescita sostenibile e alla massimizzazione del ROI».












