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Le strategie dei CIO per far fronte allo shift del mercato del lavoro



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Competenze IT e il paradosso AI: se da un lato l’intelligenza artificiale automatizza attività e riduce la domanda di profili tech, soprattutto junior, dall’altro aumenta il bisogno di competenze specialistiche, soft skill e capacità di governo tecnologico. Come si stanno muovendo le direzioni IT 

Pubblicato il 13 feb 2026



CIO mercato lavoro

La carenza di talenti IT – ovvero la loro scarsità rispetto alla domanda delle imprese – è un vecchio problema dei CIO. L’anno scorso in Italia, secondo l’Osservatorio sulle Competenze Digitali 2025, realizzato da AICA, Anitec-Assinform e Assintel, in collaborazione con Talents Venture, a fronte di circa 136mila annunci pubblicati su LinkedIn in un anno per le figure del macro-settore dell’ICT, solo 73mila nuovi professionisti sono entrati nel mercato, poco più della metà. Il divario misura la difficoltà di reperire conoscenze hard allineate con le necessità, ma i CIO sottolineano un altro aspetto: mancano anche le soft skill.

Oggi l’intelligenza artificiale aggiunge nuovi elementi di complessità al problema delle assunzioni nell’IT, trasformandolo in un paradosso: ci sono mansioni che vengono eliminate dall’automazione, ma anche nuovi profili richiesti da un’evoluzione tecnologica che corre più velocemente dei tempi di formazione delle nuove leve.

Inoltre, le mansioni eliminate potrebbero non essere solo i lavori ripetitivi: poiché oggi l’AI generativa può sviluppare codice, anche alcune figure dell’IT sono a rischio. Qualche CIO lancia un allarme: la stessa funzione IT potrebbe sparire se la proprietà o i vertici aziendali non ne sanno cogliere la valenza strategica e la vedono solo come una serie di mansioni tecniche costose che si possono affidare in parte all’esterno, in parte all’AI.

Il cambiamento nel mercato delle competenze IT

Il cambiamento nel mercato delle competenze è particolarmente profondo, perché strutturale: si lega, infatti, al calo delle nascite e, quindi, delle persone che entrano nel mercato del lavoro, evidenzia Piero Giacomelli, Group IT Manager di Tenax.

«I grandi gruppi tecnologici multinazionali – spiega Giacomelli – hanno cercato di tamponare la carenza di competenze investendo su strumenti low-code e no code che permettono anche a persone con conoscenze minime di programmazione di sviluppare soluzioni software. Lo ha fatto, per esempio, Microsoft, investendo pesantemente nei suoi prodotti Power Automate e Power Apps, proprio con l’obiettivo di ovviare alla carenza di programmatori».

Con l’arrivo dell’intelligenza artificiale, però, lo scenario cambia ulteriormente, perché le persone possono scrivere programmi semplicemente attraverso un prompt. 

«Sto osservando, e lo confermano anche i fornitori, che la domanda di nuove competenze IT sta diminuendo, perché le aziende utilizzano le competenze già presenti, affiancandole agli strumenti AI», riferisce Giacomelli. «Il rischio, a questo punto, è duplice: i giovani sono pochi, ma se ne assumono persino meno. Dal punto di vista delle imprese, i giovani costano: richiedono formazione e tempo per diventare operativi. In questa fase, nell’ottica del contenimento dei costi, le aziende preferiscono acquistare licenze di strumenti AI da assegnare a persone già in organico e con seniority alta, piuttosto che investire in talenti completamente da formare».

Di qui le trasformazioni sul mercato del lavoro IT: «Diminuiscono le attività di formazione aziendale e cala la percezione di emergenza sulle competenze digitali. In passato, si è molto sottolineato il cosiddetto skill gap dell’IT e ad esempio, anche figure junior con qualche competenza in tecnologie complesse come SAP trovavano facilmente lavoro e potevano pretendere stipendi elevati, perché erano molto richiesti. Oggi il panorama è diverso, vedo molti giovani – ingegneri, informatici, laureati STEM – inviare numerosi CV senza ricevere risposte dalle aziende. Oggi l’IT non assorbe più i giovani come accadeva prima dell’AI, quando aveva una grande capacità e volontà di inserirli», dichiara Giacomelli.

Lo spostamento in corso con l’AI

Anche Francesco Ciocia, Head of IT and Digital Transformation di Ca’ Zampa, vede un impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro che potrebbe colpire non solo i compiti ripetitivi, ma anche le posizioni di ingresso tipicamente occupate dai giovani.

«Il paradosso è già evidente nel mercato del lavoro: le aziende dichiarano di cercare profili junior, ma chiedono competenze ed esperienza che difficilmente chi è all’inizio del percorso professionale può avere», osserva Ciocia. «Questo fenomeno riguarda in particolare i lavori IT, che per loro natura si prestano maggiormente all’automazione e quindi a un forte impatto dell’AI. Ciò non implica tanto una perdita di occupazione, quanto uno spostamento. La domanda si muoverà verso figure sempre più specialistiche: più che mancare il lavoro, mancheranno le skill adeguate». 

Ciocia evidenzia il fatto che, pur se molte attività potranno essere automatizzate, non potrà venir meno il monitoraggio: «serve qualcuno che segua l’operatività quotidiana e mantenga una funzione di controllo all’interno del dipartimento IT», afferma. Di qui lo shift delle attività e delle competenze: «Conoscere l’AI e capirne il funzionamento diventa fondamentale».

La formazione e le sinergie con le università

Servono, dunque, nuove competenze legate all’AI e al prompt engineering, sempre più importanti rispetto a quelle tradizionali di programmazione su tecnologie consolidate (come Java o SAP). Altrimenti, nota Giacomelli, «un senior affiancato dall’AI risulterà sempre più efficace di un giovane formato su sistemi che stanno diventando obsoleti e non sull’intelligenza artificiale».

Ma chi si deve occupare di questa formazione? Le università o le imprese? I corsi aggiornati negli atenei e negli istituti tecnici cominciano a diffondersi e, secondo Marco Latifondi, IT Manager di Comunello Group, le università e i laboratori di ricerca rappresentano un valido bacino di conoscenze aggiornate.

«Puntiamo molto sulla formazione perché siamo un’azienda orientata al futuro che fa dell’IT uno dei terreni principali dell’innovazione», sottolinea Latifondi. «Crediamo profondamente nel valore delle sinergie tra imprese e mondo accademico. Riteniamo che la collaborazione con gli atenei sia un elemento strategico per trasformare la ricerca in soluzioni concrete, capaci di generare innovazione reali».

Per Comunello, spiega Latifondi, questi percorsi condivisi rappresentano un’opportunità fondamentale per favorire l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro, offrendo loro contesti evoluti in cui crescere, sperimentare e contribuire allo sviluppo di nuove skill.

Le collaborazioni con l’accademia, tuttavia, non eliminano la necessità di fare formazione interna. Latifondi segue un piano di formazione delle risorse IT che ha l’obiettivo di approfondire ogni anno almeno due competenze specifiche (attualmente il team IT sta lavorando su cloud, cybersecurity e service desk). Oltre a formare skill, il piano prevede di fare ricerca e sviluppo per mantenere l’allineamento con i cambiamenti tecnologici.

«Il dipartimento IT di Comunello sta diventando strategico: siamo coinvolti in tutti i processi dell’azienda, sempre più digitali. Come IT Manager, accompagno questa evoluzione con la formazione costante delle risorse IT. L’esecuzione periodica dei corsi sarà sempre più un must per restare allineati sulle nuove tecnologie, e anche per mantenere le dovute compliance normative», sottolinea Latifondi.

L’impegno dei CIO sulle competenze IT

Tuttavia, sulla formazione, le imprese non sempre si mostrano lungimiranti.

«Un junior che entra in azienda deve essere formato: è un investimento che inizia a dare ritorni nel migliore dei casi dopo un anno, un anno e mezzo. Tradizionalmente questo era messo in conto, ma oggi sul personale non vedo la stessa volontà di investire come un tempo», osserva Giacomelli. «Si preferisce potenziare chi è già in azienda, con il risultato paradossale che i cinquantenni hanno spesso più opportunità dei trentenni. Anche i dati ISTAT mostrano una diminuzione della disoccupazione nella fascia di età 40-50, ovvero profili senior che vengono assorbiti più facilmente anche se hanno qualche gap da colmare. E poi c’è il grande problema della velocità con cui avanza la tecnologia: l’AI introduce novità ogni sei mesi ed è impossibile investire in formazione strutturata con questa frequenza».

«Purtroppo, negli ultimi anni le aziende hanno progressivamente ridotto gli investimenti in formazione», conferma Ciocia. «In passato i corsi mirati erano più diffusi e gli stessi vendor spingevano il mercato delle certificazioni. Oggi, invece, le aziende investono sempre meno, arrivando a pagare solo l’esame finale di una certificazione, ma non il percorso di studio, che viene demandato completamente alla persona, da svolgere in autonomia. Questo vale persino per la formazione obbligatoria».

Nella sua esperienza professionale, Ciocia ha sempre chiesto di poter investire sulla formazione delle persone, ma non sempre ha ottenuto la disponibilità di tempo e budget che cercava. Per questo ha scelto una strada alternativa: utilizza il fondo di categoria, affiancando la formazione on the job. 

«Spesso le persone si pagano i corsi da sole: è un trend diffuso. A meno di non intercettare la formazione finanziata — che comunque viene utilizzata poco — la formazione continua viene vista dalle aziende come una perdita di tempo», lamenta il manager.

Ciocia sta anche affrontando il problema in prima persona: collabora con un ITS per percorsi post-diploma non universitari che hanno un approccio molto orientato al mondo del lavoro, con argomenti pratici e sei mesi di stage in azienda nel secondo anno. 

«È una tipologia di formazione che, secondo me, ha un valore molto alto proprio per l’orientamento al mondo del lavoro, con grande focus sul tessuto industriale del territorio», afferma Ciocia. «Le aziende hanno l’opportunità di accedere a risorse junior che hanno già ricevuto una solida formazione di base e questo consente di velocizzare la piena operatività della figura».

Alcuni di questi corsi sono realizzati in partnership con grandi aziende, che sponsorizzano i percorsi con fondi PNRR della Regione, garantendo poi ai ragazzi uno stage e, potenzialmente, un’assunzione.

L’AI può sostituire il dipartimento IT e il CIO?

I piani di potenziamento delle competenze esistenti e le collaborazioni con le università non eliminano del tutto le difficoltà dell’IT di assumere persone.

«Il punto è che non siamo più tanto di fronte a uno skill gap, quanto a una carenza di giovani motivati: le conoscenze le troviamo, ma a volte l’attitudine non è quella che cerchiamo, ovvero persone pronte a lavorare in team, a imparare, sperimentare ed essere proattive», osserva Latifondi.

C’è un altro elemento critico: con l’AI, l’IT non è più l’unico centro dello sviluppo. L’avvento dell’intelligenza artificiale fa sì che ogni dipartimento possa sviluppare soluzioni in autonomia. Il rischio è che l’AI sostituisca molte funzioni tradizionali: le aziende vogliono ridurre il costo del personale e questo potrebbe colpire il ruolo stesso dell’IT. Come sottolinea Giacomelli: «Tutti possono scrivere codice in modo efficace. Non a caso, l’uso di ChatGPT in azienda rappresenta oggi un grande problema per i CIO, soprattutto in termini di governance, sicurezza e controllo».

Una deriva estrema è la tentazione di alcune aziende di sostituire il dipartimento IT con l’AI e l’outsourcing.

«È una visione molto rischiosa», commenta Ciocia. «L’IT sembra invisibile e poco strategico finché tutto funziona bene. Quando qualcosa non funziona, però, il business si ferma. L’IT è ormai una funzione pervasiva, che richiede persone in grado di capire come i sistemi funzionano e come vanno gestiti. Senza un controllo interno su tutti gli aspetti, il rischio è di non saper affrontare problemi ed evoluzioni future. Eliminare del tutto l’IT interno affidandosi all’AI e ai consulenti significa cedere a terzi un elemento strategico dell’azienda, perdendo visibilità su ciò che si fa, sulle evoluzioni tecnologiche e sulla qualità del servizio».

Perciò, secondo Ciocia, alcune competenze tecniche possono essere esternalizzate, rivolgendosi a specialisti su tematiche e necessità specifiche, ma un presidio di collegamento col business e di governance deve restare dentro l’azienda. A questo serve la formazione continua: l’IT interno deve aggiornare le competenze e non perdere opportunità di creare valore per il business.

Nell’AI, acquisire competenze vuol dire soprattutto lavorare sullo sviluppo di modelli e sul prompt engineering. Tuttavia, ciò implica una collaborazione sempre più stretta con grandi player esteri, aumentando ulteriormente la dipendenza tecnologica dell’Europa, come osserva Giacomelli. Una via d’uscita è la tanto ricercata sovranità europea nel software, nel cloud e nell’AI: secondo Giacomelli potrà creare lavoro nell’IT e avrà buone chance di successo «se punterà sull’orientamento alla privacy, vero punto di forza dell’Europa».

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