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Partner Data: diffondere cultura della security, non solo prodotti

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Partner Data: diffondere cultura della security, non solo prodotti

23 Ago 2007

di Nicoletta Boldrini

C’è  notevole interesse verso il tema della sicurezza informatica  ma l’adozione di adeguati sistemi di protezione è ancora lontana  dalla mentalità delle imprese italiane. Un problema culturale e di metodo. Nella foto Giulio Camagni, presidente e amministratore delegato di Partner Data

Operativa dal 1984, in pochi anni diventa una delle società leader nella protezione dalla pirateria del software. Così Partner Data (www.partnerdata.it ) ha fatto della sicurezza il principale obiettivo che l’ha spinta a cercare, su scala mondiale, le soluzioni più innovative e d’avanguardia per rispondere efficacemente alle esigenze del mercato italiano. Distributori a livello europeo di lettori di smartcard, in Italia Partner Data primeggia per la commercializzazione di eToken, le smartcard usb che non necessitano di lettore per essere riconosciute e, dal 1999, nel settore della biometria e del riconoscimento e autenticazione fisica. Un cammino tutto in salita, oggi, ancor più impegnativo data la crescita di minacce informatiche sempre più complesse e difficili non solo da rimuovere ma, spesso, anche da individuare. “Le minacce più gravi, oggi, sono rappresentate dalla perdita dei dati, dall’inefficienza del servizio o, ancor più grave, dal furto delle informazioni”, spiega Giulio Camagni, presidente e amministratore delegato di Partner Data. “Il fatto eclatante, che a mio avviso deve indurci a riflettere, è la mancanza di cultura legata alla sicurezza – prosegue Camagni. – L’introduzione della legge sulla privacy (196/2003) ha costretto le aziende ad interessarsi al problema dei dati sensibili ma, dopo una prima fase di informazione e cultura, poco è stato fatto e molte imprese, soprattutto quelle medio-piccole, sono ancora ferme al semplice antivirus come sistema di protezione”.
Oggi le aziende devono far fronte a problemi molto più complessi del virus informatico ma, secondo Camagni, il problema culturale è ancora molto forte. “Molte aziende italiane non hanno l’abitudine di fare il backup dei dati e, non di rado, capita che, pur eseguendo i back up i supporti adoperati non siano adeguati e vengano inoltre custoditi presso la stessa azienda senza efficaci sistemi di protezione”.
Altro problema non di poco conto, l’accesso alle informazioni. Secondo Camagni, benché se ne sia parlato tanto dopo l’entrata di vigore della legge 196, le aziende italiane ancora non adottano particolari accorgimenti per l’autenticazione e la gestione degli accessi e dell’utilizzo delle informazioni. “Ciò che le Pmi italiane devono ancora comprendere, è che la principale minaccia è data da ciò che non si vede. Rilevare e rimuovere un virus o un malware, tutto sommato, oggi è abbastanza facile. La perdita o il furto di dati, invece, vengono rilevati solo a danno compiuto, con inevitabili conseguenze sul business”.
La tecnologia, oggi, fornisce soluzioni per qualsiasi tipo di problematica. Partner Data è particolarmente attiva nell’ambito dell’individuazione personale. La società, per esempio, commercializza in Italia una chiavetta usb che ha un ruolo ibrido: funge da token per l’identificazione dell’utente e consente anche l’archiviazione di dati e informazioni. Si chiama Stealth MXP e ha la particolarità di avere integrato un lettore di impronte digitali. “La biometria potrebbe risolvere moltissimi problemi di sicurezza ma è una tecnologia ancora poco applicata”, afferma Camagni. “Dal punto di vista tecnologico, i problemi sono superati; non si verificano più errori di lettura/riconoscimento e lo stato dell’arte attuale è ottimale. Tuttavia, la biometria fatica ad essere accettata. Molte sono le limitazioni, sia di carattere culturale che legislativo e burocratico. Il garante per la privacy, finora, ha sempre circoscritto l’impiego di questa tecnologia. A mio avviso, per mancanza di fiducia”. In conclusione, sul tema sicurezza, c’è ancora molto da fare.

Nicoletta Boldrini

Giornalista

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