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Noi, le cavie del mondo digitale

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Editoriali

Noi, le cavie del mondo digitale

19 Lug 2018

di Stefano Uberti Foppa

Basterebbe averne consapevolezza, ma non è semplice. Tanta è infatti la convinzione di poter controllare e padroneggiare il fenomeno digitale che attorno a noi e attraverso noi si sta sviluppando. Ma quale mondo e quali equilibri sociali, personali, avremo saputo definire, guardandoci ad esempio a 10-20 anni da oggi? Saremo, probabilmente, noi e il nostro modo di vivere, diversi, e soprattutto frutto di una “evoluzione della specie” che sarà passata attraverso il digitale e le sue storture, le sue oppressioni, false promesse, i suoi condizionamenti più o meno espliciti e le sue degenerazioni. Avremo forse raggiunto un equilibrio oggi ancora difficile da immaginare. Proviamo a concretizzare il pensiero partendo dai dati.

Il Pew Research Center ha intervistato, poco tempo fa, 1150 tra esperti di tecnologia, studenti e specialisti in salute&benessere, proponendo loro il seguente quesito: “Quanto, nella prossima decade, i cambiamenti nella vita digitale impatteranno sul vostro benessere fisico e mentale?”. Non vogliamo darvi la sintesi della ricerca, quanto alcune riflessioni che stanno dietro i dati i quali, va detto fin da subito, vedono prevalere un ottimismo sul benessere che il digitale potrà apportare ad ognuno di noi rispetto alla complessità di superare e gestire le storture che già da tempo si intravedono. Ed è proprio da queste focalizzazioni di criticità che vogliamo però partire per sollecitare la riflessione, creare la consapevolezza del contesto potenzialmente deviante in cui il digitale rischia di collocarci, per riuscire invece a sfruttare gli elementi di valore e di crescita che questa formidabile rivoluzione consente.

È evidente che ci troviamo in una fase “selvaggia” dell’evoluzione digitale, quella in cui, dati alla mano, l’utilizzo “always on” comincia a incidere su elementi di benessere psico-fisico, con livelli di stress in aumento, diminuzione nella capacità di concentrarsi e di focalizzarsi, ansia nella necessità di rispondere velocemente e nella gestione dell’information overload (sovraccarico di informazioni), incapacità di modulare e razionalizzare l’esigenza di connettersi. E ancora: pensiero analitico in fase di regressione, minore utilizzo delle facoltà mnemoniche (sempre più sostituite da “digital personal assistant” che fanno e ricordano ogni cosa), diminuzione della capacità di concentrazione prolungata nel tempo, impazienza, impatto sulla creatività, tutte conseguenze che cominciano ad essere evidenti. Soprattutto perché questo stato di cose, analizza sempre lo studio attraverso le dichiarazioni di alcuni esperti della materia, è esattamente l’habitat ideale nel quale il digitale si diffonde.

Incertezza e ansia? Molto bene…

In pratica, sostiene il report per quanto riguarda l’analisi degli effetti negativi (ricordiamo che il risultato finale rileva che il 47% dei rispondenti prevede che il benessere individuale sarà più rafforzato che danneggiato dal digitale, mentre il 32% pensa il contrario e il 21% non vede grandi cambiamenti rispetto alla situazione attuale), il business digitale è pensato per svilupparsi attorno a un concetto di “dipendenza”, con tool disegnati per agganciare e tenere legate le persone. “La digital economy – afferma David Rosenthal, ex chief scientist alla Stanford University, citato nello studio – è basata sul concetto di ‘consumo dell’attenzione umana’ e gli attuali tool, servizi e applicazioni digitali, rispetto alle tecnologie del passato, esasperano ulteriormente questo obiettivo, con un nucleo di player (Amazon – Google – Apple – Facebook/WhatsApp, Microsoft/LinkedIn, ecc – ndr) che ha raggruppato a sé la capacità di consumare sempre più l’attenzione disponibile degli utenti, finalizzando il tutto al profitto. E se l’obiettivo di business è quello di “rivestire di servizi l’utente/cliente” per non perderlo, fargli consumare, fidelizzarlo con un messaggio culturale e di identificazione di brand e di life-style, ecco che la buona vecchia pratica di innalzare il livello di ansia, di incertezza, di comparazione continua con l’altro, un modello sempre migliore da sé e quindi generatore di un senso di insoddisfazione continuo da mitigare acquistando beni e servizi, diventa il modello da seguire nella diffusione del digitale (e nello sviluppo del proprio business). Jason Hong, professore allo Human Computer Interaction Institute della Carnegie Mellon University, non solo sostiene che tecniche mutuate dalla psicologia tradizionale sono pesantemente applicate oggi alla definizione di nuovi modelli di ingaggio e al miglioramento continuo delle modalità di navigazione e di acquisto sulle pagine web. Ma che queste tecniche si fondano sullo sfruttamento di sensazioni di stress, dovute a una continua ansia per potenziali situazioni di interruzione del servizio, combinate con la paura di perdere l’opportunità di acquisto. Inoltre, inconsapevolmente ma di continuo, rischia di ridursi la capacità e soprattutto la volontà di sviluppare modelli di relazione diretta con le persone, creandosi così un cerchio sempre più chiuso e ristretto in cui si costruisce una fittizia “comfort zone”.

Un sistema di regole in continuo divenire

Non perdiamo di vista, lo ripetiamo, l’enorme valore comunicativo, relazionale, formativo, culturale e sociale della rivoluzione digitale, che nessuno rinnega. Tuttavia, questo “lato oscuro” è presente, connaturato alla natura umana e dovremo, noi cavie di questa trasformazione in atto, sviluppare gli anticorpi, le corrette e fisiologiche impostazioni, definire gli strumenti culturali per una messa a punto consapevole e sostenibile. Non dimenticando, inesorabilmente, che Internet è lo specchio digitale del nostro modo di essere. Ecco allora che se, da sempre, l’evoluzione tecnologica ed umana ha richiesto un prezzo, ciò che sta accadendo oggi, sul piano della costruzione di una consapevolezza individuale e della messa a punto di un sistema di regole, è molto interessante. Prendiamo, in chiusura, un paio di riflessioni: su normative ed education.

Le prime, le normative, stanno sviluppandosi verso una dimensione che perde via via la propria funzione di “compliance censoria” per divenire piuttosto un insieme organico, logico e di valore, di indirizzi e di obblighi che accompagnano l’evoluzione culturale (e il business) delle aziende e delle persone nel loro viaggio digitale. Prendete, ad esempio, il GDPR. È una “carta costituzionale della privacy”, a livello europeo, strutturata per definire percorsi, milestones, organizzazioni e competenze orientati ad aumentare il livello di protezione di dati e privacy di ognuno di noi nella propria vita digitale. Siamo agli inizi ma sicuramente è un salto culturale, a mio avviso, significativo. Oltre al GDPR vanno sviluppandosi, in altri campi, codici di condotta, regole comportamentali e norme di legge orientati proprio a migliorare il far west digitale in cui noi, cavie del XXI secolo, ci muoviamo. E l’Education? Almeno in Italia oggi è la grande assente. Una volta, a scuola, si chiamava “educazione civica” applicata al mondo reale, poi l’hanno tolta. Oggi come la vogliamo chiamare? “Etica digitale”? In sostanza, fin dai primi anni, insegnare ai bambini un’esperienza digitale basata su comportamenti consapevoli, rispettosi, etici, spiegando loro come interagire con una collaboration e una social digital life sempre più diffusa, come creare efficaci e corretti metodi di navigazione, di ricerca e di analisi nella grande mole di informazioni disponibile, come essere protetti, attraverso la conoscenza di ciò che il digital marketing può fare e di ciò che gli algoritmi possono generare, sarebbe un investimento importante per il futuro. Per abbandonare finalmente questa fase selvaggia in cui noi, topolini, convinti della nostra capacità di controllo e di libertà, ci affanniamo sulla piccola ruota della nostra gabbia digitale. Ah voi non siete un topolino? E cosa ci fate allora con lo smartphone in mano mentre è in arrivo l’ascensore, camminate per strada, guidate, aspettate la metropolitana o, peggio ancora, mentre avete letto questo editoriale?

Stefano Uberti Foppa
Direttore Responsabile ZeroUno

Giornalista professionista dal 1989, inizia ad occuparsi di giornalismo nel settore informatico nel 1981, partecipando all'avvio della sede italiana del settimanale Computerworld. Nel 1987 passa al mensile ZeroUno di cui nel 1997 assume la direzione insieme a quella del settimanale PcWeek Italia. Opinion leader riconosciuto nel settore Ict in Italia, attualmente è direttore responsabile di ZeroUno edito da Ict&Strategy, società del Gruppo Digital360.

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