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Cloud: servizi via web per un nuovo business

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Cloud: servizi via web per un nuovo business

17 Mag 2013

di Nicoletta Boldrini

Le aziende riconoscono la possibilità di abilitare nuovi processi e modelli di business, mobile e social in primis, con servizi fruiti in modalità public cloud? Abbiamo cercato di capirlo nel corso di un recente Executive Dinner organizzato da ZeroUno in collaborazione con Google. La risposta è sì, la voglia di innovare c’è anche se esistono percorsi non semplici da affrontare.

Attraverso social network, mobility e cloud, le logiche di consumerizzazione tecnologica che condizionano sempre di più la sfera privata degli utenti, stanno entrando a fare parte dei contesti aziendali. “Stiamo ragionando su un fenomeno sociale, evolutivo del genere umano: la digitalizzazione è globale. Le persone si stanno appropriando di strumenti social e mobile, che mentre generano nuove modalità di relazione, determinano anche modelli alternativi di consumo e collaborazione, ampliando l’orizzonte delle opportunità. Questi stessi strumenti entrano poi in azienda, supportando un processo di trasformazione dei modelli di business, dove la tecnologia è solamente uno dei fattori abilitanti e la sola vista tecnologica rischia, dal nostro punto di osservazione, di essere riduttiva e poco efficace”.

Esordisce così Stefano Uberti Foppa, direttore di ZeroUno, aprendo i lavori di un recente Executive Dinner in cui abbiamo analizzato l’opportunità di abilitare nuovi processi e modelli di business attraverso servizi di public cloud “alla Google”, per accelerare, ad esempio, strategie sul fronte social e mobile, ambiti che stanno diventando sempre più pervasivi all’attività aziendale.

“Stiamo parlando di fenomeni certamente trainati dalla tecnologia – prosegue Uberti Foppa – ma ci stiamo appropriando di questi strumenti per evolvere sia sul piano individuale sia sul fronte del business. Dobbiamo allora riuscire a ragionare sull’utilizzo di nuove tecnologie e nuovi modelli relazionali considerando sia la prospettiva Ict sia quella del business cercando un ‘compromesso ideale’ e bilanciato tra le differenti esigenze”.

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Un percorso che per le aziende non è più procrastinabile, a giudicare dai risultati di una recente Web survey condotta da ZeroUno su quasi 80 aziende italiane, i cui risultati sono stati analizzati da NetConsulting e presentati in anteprima durante l’Executive Dinner. “Siamo di fronte a una situazione in cui l’economia reale italiana fa registrare ormai da anni segnali negativi [una lieve ripresa del Pil annuo è ipotizzabile nel 2014, ma parliamo dello 0,7%, fonte Istat, ndr] – commenta Riccardo Zanchi, partner di NetConsulting – mentre cresce a cifre incredibili l’economia digitale: nel 2012, le schede Sim per singolo utente erano 2,1 (in crescita del 2,1% rispetto all’anno precedente), le vendite degli smartphone raggiungevano gli 8,6 milioni di unità (+62,1%), gli utenti Internet erano 41,4 milioni (+6,2%) e le Sim connesse a Internet erano già 4,7 milioni (+22%)”.

Riccardo Zanchi, partner di NetConsulting

Ed è così che queste notevoli performance di crescita, se da un lato rappresentano un segnale fortemente positivo a traino di tutto il comparto It e possono generare nuove interessanti opportunità di business, dall'altro hanno anche un risvolto critico, determinando tutta una serie di sfide con cui le aziende italiane si trovano oggi a dovere fare i conti, come dichiarato dagli intervistati della Web Suvery ZeroUno. L'inchiesta ha evidenziato, infatti, i challange più importanti per il 2013 sotto la spinta della digitalizzazione: per il business, sono l’innovazione di prodotti/servizi e il miglioramento delle relazioni con i clienti, mentre per l’Ict,il miglioramento dell’accesso ai dati e informazioni, in particolare abilitando l’accesso ‘in mobilità’.

“La ‘vitalità’ dell’economia digitale italiana è confermata dal fatto che le aziende riconoscano, naturalmente con varie intensità, come driver di innovazione: la mobility (80%), la collaboration (70%), il Byod (60%), il cloud (50%) e il social (40%) – riprende Zanchi, mettendo in luce l'impatto dell'economia digitale sull'approccio e sulle priorità It delle aziende -. Per quanto riguarda nello specifico il public cloud, attraverso questi servizi le aziende ritengono di poter accedere più facilmente a dati e applicazioni in mobilità nonché accelerare processi innovativi per lo sviluppo e il lancio di nuovi prodotti e servizi. Da non sottovalutare poi l’accesso a servizi in modalità self-service e on demand, altro importante vantaggio secondo le aziende interpellate”.

Luca Giuratrabocchetta, country manager di Google Enterprise

A enfatizzare ulteriormente la portata di quella che ormai abbiamo imparato essere una vera e propria rivoluzione digitale, ci pensa Luca Giuratrabocchetta, country manager di Google Enterprise che cita alcuni dati: “Entro il 2016, il 50% delle 1.000 global companies avrà archiviato nel public cloud dati sensibili sulla clientela (fonte Gartner); il 96% della popolazione Usa ha un dispositivo mobile, il 40% uno smartphone (fonte Google); 1 giovane professionista su 3 alla valutazione del salario predilige la scelta di contesti lavorativi innovativi che offrano accesso a nuovi device, app e social tool (fonte Cisco). Mobile, cloud e social sono già qui: serve dunque una strategia per affrontarli e trarne il massimo beneficio; già oggi il mercato della domanda chiede gestione del Byod, mobile device management, strumenti di comunicazione evoluti, collaboration & mobile editing, corporate app store, piattaforme open e standard, mobile enterprise social tool. E trasversale a tutto, la sicurezza”.

Sicurezza: i freni sono ancora tanti

Anna Cavina, Is security manager di Banca Mediolanum

“Noi stiamo valutando alcune soluzioni di public cloud – interviene Anna Cavina, Is security manager di Banca Mediolanum – e pur non avendo riscontrato particolari problemi sul piano legislativo, abbiamo al contrario incontrato molti freni dal punto di vista della normativa bancaria. Esistono delle norme dettate da Banca d’Italia che impongono alle banche di mantenere il controllo sulle soluzioni date in outsourcing, secondo qualsiasi modello prescelto e di qualunque natura siano i servizi esternalizzati. In particolare, per le banche è prevista la necessità di effettuare degli audit anche sui data center che erogano tali servizi. Una normativa che si scontra un po’ con il modello public cloud (i provider prevedono il controllo diretto sui dati, gli accessi e così via, ma difficilmente consentono di effettuare audit esterni)”.

Luca Armanni, Integration team, Project management, Reporting di Nestlè

Alcune remore sono state sollevate anche da Luca Armanni, Integration team, Project management, Reporting di Nestlè che sottolinea “il problema della crittografia dei dati e l’assoluta necessità di poter avere un controllo dettagliato anche attraverso sistemi di reporting che forniscano le dovute rassicurazioni agli uffici legali”.

Luca Fioletti, responsabile Area Canali di Banca Popolare di Sondrio

Secondo Luca Fioletti, responsabile Area Canali di Banca Popolare di Sondrio, “la problematicità maggiore è legata alle applicazioni core aziendali, ma non solo. Una delle applicazioni ormai considerate commodity è la posta elettronica: ma quanti dati sensibili girano all’interno delle e-mail? La maggior parte delle aziende ha un proprio Erp, quasi mai standard. Eppure la fatturazione è un processo uguale per tutti. Credo che la difficoltà maggiore sia definire gli ambiti applicativi che possono trovare nel cloud il giusto supporto”.

“Ci sono ambiti applicativi che con ogni probabilità non verranno mai trasferiti a modelli di public cloud – riflette Giuratrabocchetta -. Non solo per questioni normative, ma anche per l'alto livello di specificità di certe applicazioni verticali che difficilmente potranno trovare un corrispettivo sulla nuvola. L’importante è riuscire a determinare preventivamente cosa e come può essere cloud”.

“La sicurezza è certamente un freno – interviene Zanchi – ma è anche vero che c’è ancora scarsa conoscenza delle legislazioni in materia, sia sul fronte della normativa sulla Privacy sia sugli aspetti giuridico-legali dei contratti con i provider”. Secondo i risultati emersi dalla web Survey di ZeroUno, infatti, quasi il 60% delle aziende interpellate dichiara di avere una conoscenza nulla (38,5%) o scarsa (20,5%) delle normative che regolamentano il cloud in Italia.

Processi e cultura aziendale: non possono essere stravolti

Paolo Manzoni, Cio e responsabile Ricerca e Innovazione di A2A

“Dal mio punto di vista ci sono ancora molte barriere che non sono riconducibili solo alla sicurezza dei dati – osserva Paolo Manzoni, Cio e responsabile Ricerca e Innovazione di A2A -. La normativa italiana è sicuramente tra le più rigide, ma al di là di queste problematiche, secondo me sul piano tecnologico le soluzioni si trovano. La barriera primaria è di tipo culturale: un’azienda non può comportarsi come un utente privato. Public cloud, mobility e social nascono in ambito consumer dove il paradigma è l’anarchia totale. Un modello impensabile per un’azienda non solo per questioni di sicurezza, ma anche per motivi di organizzazione e processo. E anche per motivi di responsabilità: da consumatore mi assumo il rischio di ciò che faccio individualmente; in azienda, il singolo comportamento ha ripercussioni su tutta la struttura organizzativa. Infine, strettamente connessa all’efficienza ed efficacia dei processi, c’è la continuità del servizio che con il public cloud è messa a rischio. È vero che esistono tutti i mezzi per tutelarsi in caso di incidenti, ma se il servizio in oggetto è business critical, per l’azienda il danno potrebbe anche diventare irreparabile”.

Adriano Marrocco, Chief Information and technological officer di Wolters Kluwer Italia

“Alcune difficoltà culturali credo si possano superare attraverso una migliore collaborazione tra It e business – interviene Adriano Marrocco, Chief Information and technological officer di Wolters Kluwer Italia -. Il Cio ha il difficile compito di guidare la trasformazione aziendale senza tuttavia stravolgerne la cultura e l’organizzazione. Il primo passo è sicuramente quello di presentare i vantaggi (e non i limiti) derivanti da cloud, mobile e social. Il Cio deve farsi promotore del ‘nuovo’, non difendere il ‘vecchio’. Se è vero che ci sono ambiti core dove diventa difficile pensare al cloud anche per l’impatto che questo avrebbe sui processi, è anche vero che esistono strumenti quali la collaboration che hanno, di contro, proprio il potere di semplificare determinate attività attraverso tool e servizi che non ha più senso portarsi in casa”.

Roberto Volontieri, Senior advisor Ict di Piaggio Aero Industries

“A mio avviso in public cloud potrà essere trasferito solo il 10% delle applicazioni aziendali – riflette Roberto Volontieri, Senior advisor Ict di Piaggio Aero Industries – soprattutto in realtà quali le banche, la Difesa o le aziende dell’industria aeronautica, come la nostra, dove la sicurezza è un fattore discriminante. Vedo invece molto promettente il futuro delle applicazioni mobile, con lo sviluppo diffuso degli enterprise app store, magari sorretti da un private cloud”.

Ma la voglia di innovare c’è

Emanuele Andrico, It manager processi core di Edipower

“Dalla nostra survey è emersa chiaramente la possibilità di abilitare nuovi processi e business model attraverso mobility, social e cloud – riflette Uberti Foppa – ma il vero grande cambiamento probabilmente risiede nell’accelerazione che questi strumenti provocano nella capacità di innovazione delle imprese”.

“I primi processi da cambiare sono quelli dell’It – puntualizza Emanuele Andrico, It manager processi core di Edipower -. Sicuramente mobility, social e cloud abilitano nuovi modelli di business, ma perché non iniziare a sperimentarli all’interno dei processi It per costruirsi poi la cultura e la competenza necessaria a governarli quando diventeranno pervasivi all’interno dell’azienda?”.

Marino Vignati, Cio di Auchan

“La voglia di innovare c’è – incalza Marino Vignati, Cio di Auchan – soprattutto se pensiamo al mondo Retail che fino a qualche anno fa era un settore molto statico, mentre oggi è in forte evoluzione. Il nostro business chiede all’It un supporto non tanto nel cambio degli strumenti quanto, piuttosto, nell’innovazione di processo. Processi che non sempre riescono a trovare nei modelli cloud e mobile il supporto ideale, anche se ritengo che il problema non risieda affatto nella tecnologia. Le difficoltà maggiori stanno nella capacità di calare i tool all’interno dei processi esistenti, oggi di difficile ‘rimodellamento’. Intuiamo le potenzialità innovative, ma è complesso identificare la strategia più appropriata, che non significa che ‘stiamo alla finestra a guardare’, tutt’altro: stiamo cercando di aprire un dialogo tra chi conosce bene le tecnologie e chi al nostro interno conosce bene i processi”.

Gianluca Storia, responsabile Ricerca e Sviluppo It di Creditech

Dello stesso parere anche Gianluca Storia, responsabile Ricerca e Sviluppo It di Creditech che sottolinea la difficoltà nel passaggio al cloud: “portare in public cloud qualcosa che già esiste è molto complesso; oggi la strada più semplice sembra essere l’adozione del cloud pubblico per servizi nuovi, magari one shot. Ma anche in questo caso, come intervenire e come ragionare su sicurezza, integrazione, interoperabilita?”.

Simone Bosetti, head of It and Operations di April Italia

“Probabilmente come Cio e responsabili di organizzazione e innovazione non abbiamo ancora ben chiaro come gestire l’ondata innovativa – interviene Simone Bosetti, head of It and Operations di April Italia – ma è chiaro a tutti che stiamo parlando di fenomeni che sono già qui, nella nostra vita privata, e che presto invaderanno come uno tsunami anche l’ambito aziendale”.

Francesco Tusino, It manager di Cnp Assurances

“Come Cio non dobbiamo però preparaci allo tsunami – incalza Francesco Tusino, It manager di Cnp Assurances – ma cercare di evitarlo lavorando in anticipo, portando l’innovazione in azienda in modo da poterla controllare e governare”.

 

Cio: ‘guidare’ l’innovazione, ma non da solo

Serve quindi guidare o almeno agevolare l’innovazione, altrimenti il Cio corre il rischio di essere ‘superato a destra’ dalle Lob e dagli utenti, con il risultato di ritrovarsi una macchina ancora più complessa e farraginosa da gestire e mantenere.

“Per le applicazioni core probabilmente il rischio non sussiste – osserva Giuratrabocchetta – ma per tutti i servizi applicativi che già oggi sono disponibili e possono dare risposte veloci e concrete, come per esempio quelli per il Marketing, le Vendite o l’Hr, il bypass delle Lob sui Cio diventa uno scenario plausibile, che si sta già verificando in molte realtà”.

Paolo Fornasari, consulente informatico

“Che lo si voglia o no, il cloud arriva – aggiunge anche Paolo Fornasari, consulente informatico – E allora è meglio iniziare a fare l’analisi di ciò che si può fare per capire quali sono gli ambiti che potrebbero da cloud, social e mobility trarre il massimo vantaggio in modo da sviluppare un progetto (e un processo di cambiamento) comune e condiviso". “L’azienda non è un’organizzazione ma un organismo – sottolinea Vignati -. L’It da solo non può innovare e tanto meno cambiare i processi; serve la collaborazione di tutto l’ecosistema aziendale ed è forse questa la sfida maggiore”.

 

Google: organizzare e gestire le info del mondo

Facendo leva sull’esperienza maturata in ambito consumer, la divisione Enterprise di Google si rivolge alle aziende con un portafoglio di soluzioni in modalità public cloud che abbracciano i nuovi modelli social e mobility. “La social enterprise abbatte i silos. Social non è un tool e nemmeno una tecnologia, ma un cambio di paradigma nel modello operativo del business, esattamente come la mobility – spiega Luca Giuratrabocchetta, country manager di Google Enterprise –. Obiettivo della società è proporre alle aziende soluzioni di ‘derivazione consumer’ per quanto riguarda l’usabilità, ma con le garanzie di sicurezza e continuità del servizio che sono aspetti critici per la aziende”.

Parliamo di soluzioni sia in ambito social/collaboration sia mobile (tra cui anche una soluzione di mobile device management) che, dice il country manager, “sono già state scelte da oltre 5 milioni di aziende nel mondo. Più di 5 mila aziende ogni giorno, a livello worldwide attivano Google Apps for Business, entrando in quello che noi chiamiamo l'Enterprise Collaboration Cloud di Google, dove sono racchiuse tutte le soluzioni di collaboration e produttività pensate per le aziende”.

In particolare, l’offerta business di Google comprende soluzioni per: la comunicazione e la pianificazione delle attività lavorative; l’archiviazione e la condivisione di informazioni; la ricerca di dati e informazioni; strumenti social, multimedia e per la produttività degli utenti

 

Nicoletta Boldrini

Giornalista

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