Il potere degli algoritmi

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Il potere degli algoritmi

Da “State of the Net”, un evento unico nel suo genere, uno stimolo a sviluppare uno sguardo critico, nel senso migliore della parola, verso i processi che governano la tecnologia del Web e gli effetti che possono avere sulla qualità della nostra vita

22 Feb 2016

di Giampiero Carli Ballola

Nel nono secolo dell’era volgare, uno studioso di nome Muhammad Ibn-Musa, ma detto al-Khwarizmi dal paese d’origine (Corasmia, nell’Uzbekistan), raccoglie i testi dei matematici greci, indiani e persiani e ne sistema i contenuti in un compendio organico che tre secoli dopo, tradotto dall’arabo in latino, porta in Europa la notazione posizionale, lo zero e i concetti dell’algebra (dall’arabo al-gabr, cioè ‘relazione’). Oggi il suo nome, latinizzato in ‘algoritmo’, indica un qualsiasi processo logico che risolve un dato problema per mezzo di un numero finito di passi elementari.

Questa storia, che abbiamo ridotto in due parole ma che è affascinante come tutto ciò che riguarda la diffusione del sapere, è servita a Gianpiero Riva, eclettica figura di ingegnere, visionario e imprenditore, per introdurre nel corso dell’ edizione 2015 di State of the Net (vedi box) un tema complesso come è appunto quello del mondo degli algoritmi e del loro impatto sulla società. Sono infatti algoritmi quelli che guidano l’automobile di Google, portando la società nata su un motore di ricerca ad essere qualcosa che non sappiamo ancora come definire. Ma è anche un algoritmo quello che ha portato la Volkswagen se non alla rovina certo alla più grande perdita d’immagine e di soldi della sua storia. Ma soprattutto, sono gli algoritmi che governano e controllano la Rete a influenzare la nostra vita. Ad esempio, modellando la conoscenza e il sapere, non cose da poco.

La composizione delle reti sociali

Un tempo la scrittura era per le cose degne di lasciare un segno (verba volant, scripta manent, si diceva), oggi si scrive tutto. Ogni cosa fatta, detta o pensata, nel momento in cui diventa un contenuto della Rete è scritta. È scritta per restare (cancellarla dalla Rete è quasi impossibile), e soprattutto è scritta automaticamente. Non noi, ma gli algoritmi di Facebook, YouTube, Twitter… danno forma  alla comunicazione. Dove, sappiamo, la forma è sostanza. Per Luca De Biase, non a caso un giornalista e scrittore, ciò ci deve far riflettere: sarà forse la fine della Storia, sostituita da una iper-cronaca?

Figura 1 – Utenti Internet adulti che utilizzano i social network nei paesi emergenti – fonte: Pew Research Center

Potrebbe non essere un male: se il sapere dei libri è affare di pochi, quello della Rete è ‘democratico’. Anche se non è detto che porti una maggiore cultura (il fascismo lo spiega meglio Wikipedia o Renzo De Felice? Mah…). Una cosa però è certa: è in atto un cambio di potere, e non è verso la diffusione. Se è l’algoritmo che scrive per noi e soprattutto sceglie ciò che possiamo leggere e vedere, allora la sola scrittura che lascia il segno è quella degli algoritmi stessi. E il potere passa alle troppo poche persone che li sanno scrivere e interpretare. I segni di questo cambio della guardia non mancano: il Web pensato da Tim Berners-Lee è già superato dalla Rete delle Apps: la gente va su Facebook e si crede sull’Internet. Va su Google news e si crede informata. E, dicono i sociologi, la sostituzione delle reti sociali alla Rete globale porta idee e opinioni a una crescente polarizzazione. Con tanti saluti alla “net neutrality” propugnata da Berners-Lee.

D’altra parte, c’è poco da fare. Se, come ha spiegato Vittorio Carlini (altro giornalista), gli algoritmi che governano l’automatic trading già sono in grado di condizionare le Borse e l’economia rendendo sempre meno rilevante il giudizio dell’analista umano, l’effetto degli algoritmi della Rete nel sociale è ben più pesante.

Figura 2 – Diffusione tra adulti di smartphone o telefoni cellulari tradizionali – fonte: Pew Research Center

In un intervento che ha segnato il punto più alto dell’evento milanese, Lee Rainie, direttore dell’area Internet Science & Technology del Pew Research Center (www.pewglobal.org, un sito da mettere assolutamente tra i ‘preferiti’) ha mostrato, come ci si debba attendere una “future disruption” sociale (nel business c’è già) generata dal confluire di tre rivoluzioni in corso (Web + smartphone + networking) e come questa rottura non riguardi tanto i paesi cosiddetti avanzati (sui quali peraltro ne incombe una quarta, cioè l’IoT + la  ‘realtà aumentata’) ma, al contrario, soprattutto quelli più poveri e/o socialmente arretrati. In queste aree, lacunose nelle infrastrutture socio-economiche e di comunicazione-aggregazione tradizionali (strade, trasporti pubblici, radio e Tv locali…) gli strumenti e la cultura della Rete si diffondono più in fretta, portando una rivoluzione sociale che nasce dal basso e dall’interno, ma non è democratica, dà ai diseredati un’illusione di potere che, al contrario, li espone alla manipolazione del demiurgo di turno.

I vantaggi di questa “disruption” ce li dicono tutti, specie quelli che scrivono gli algoritmi che ne sono il motore. Ma a quale prezzo? Rainie non è un apocalittico, ma è ancor meno un integrato, e i rischi che ci prospetta, dati alla mano non sono da poco: la tecnologia avanza troppo velocemente perché uomini e organizzazioni vi si possano adeguare sviluppando un senso critico nei suoi confronti. Ciò significa, per cominciare, che il  “digital divide andrà crescendo, creando una nuova classe di ‘analfabeti digitali’. Che la privacy sarà un privilegio di chi se la potrà permettere. E che cresceranno gli abusi: i ‘bulli’ ci sono sempre stati, ma WhatsApp dà loro voce e, come mostrano i tragici suicidi di adolescenti, più si è ‘digitali’ meno si è difesi.


State of the Net è un evento annuale che si propone di cogliere lo stato e l’evoluzione dell’Internet in Italia e nel mondo dal punto di vista dell’impatto sulla società. Creato e organizzato da Beniamino Pagliaro, Paolo Valdemarin e Sergio Maistrello, professionisti attivi nel campo dei contenuti e della comunicazione digitale, si svolge come conferenza articolata su interventi svolti da speaker di livello internazionale, liberi nella scelta degli argomenti proposti purchè relativi a un tema predefinito. Nel 2015 questo è stato appunto il mondo degli algoritmi. Un tema molto ampio, come è tradizione per questi incontri (negli anni precedenti si era discusso di Grandi sfide, Complessità e Smart life) che si presta a letture e interpretazioni disparate, talvolta ma non necessariamente, tra loro conseguenziali. Diciamo che lo scopo degli incontri di State of the Net è, appunto, quello di far incontrare chiunque abbia cose da dire e pensi che queste siano spunto di riflessione per chiunque ami guardare ‘dentro’ alla Rete, oltre ciò che ne riguarda l’uso. Due cose danno una misura dello spirito di libera apertura dell’evento: primo, grazie anche ad alcuni sponsor (Eni, Generali, Autovie Venete, eDreams e illy) partecipare non costa nulla; secondo, tutti i contenuti dell’evento (presentazioni, interventi, interviste, dibattiti) sono disponibili per intero su YouTube. Basta andare su www.youtube.com/user/sotntube e le State of the Net di quest’anno e degli anni precedenti sono là. (Torna su)

 

Giampiero Carli Ballola

Giornalista

Giampiero Carli-Ballola, nato nel 1942 e giornalista specialista in tecnologia, collabora con ZeroUno dal 1988. Segue i processi di digitalizzazione del business con particolare attenzione ai data center e alle architetture infrastrutturali, alle applicazioni big data e analitiche, alle soluzioni per l’automazione delle industrie e ai sistemi di sicurezza.

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