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Il futuro del Design Thinking e il mantenimento della centralità umana nei processi



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I risultati dell’indagine del Politecnico di Milano definiscono l’evoluzione pratica e metodologica del design thinking. Il professionista del futuro dovrà affiancare una profonda dimensione empatica e umana alle necessarie abilità tecnologiche

Pubblicato il 26 mag 2026



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Stefano Magistretti, Professore Associato in Agile Innovation presso il Politecnico di Milano
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Durante il convegno “Design in Action: Design as a value creation practice”, organizzato dall’Osservatorio Design Thinking for Business della School of Management del Politecnico di Milano, Stefano Magistretti, Research Director e Professore Associato in Agile Innovation, ha presentato i risultati di un’approfondita indagine sulle metodologie progettuali.

L’intervento ha esplorato in profondità l’utilizzo delle diverse pratiche di design thinking per comprendere la reale evoluzione della disciplina e valutarne le nuove prospettive.

Il percorso di ricerca empirica si è articolato attraverso diverse fasi, che si è tradotta nell’analisi di oltre duemila minuti di materiale registrato durante le sessioni. Il perimetro dell’indagine ha coinvolto complessivamente diciassette laboratori esperienziali, registrando la presenza di centoventotto professionisti. L’obiettivo primario affidato ai tavoli di lavoro consisteva nell’affrontare due sfide sostanziali: definire accuratamente la figura del progettista del futuro e delineare i contorni della futura organizzazione aziendale di settore.

L’evoluzione del ruolo professionale: l’orchestrazione delle risorse

La classificazione di questi appunti ha evidenziato una netta distribuzione delle abilità su tre dimensioni principali. Accanto alle competenze tecniche consolidate e alle attitudini di natura relazionale, è emersa con forza una terza categoria focalizzata sul mantenimento della centralità umana all’interno dei processi.

Il professionista del futuro dovrà affiancare una profonda dimensione empatica e umana alle necessarie abilità tecnologiche. «Sempre di più il nostro lavoro non sarà quello di fare – continua Magistretti – ma sarà di riuscire a gestire tutta la complessità che il sistema si sta portando dietro, perché l’obiettivo è restare umani; non perché dobbiamo difenderci, ma perché vediamo del valore nel restare in controllo di quello che è il sistema che stiamo progettando».

Questa delicata transizione da una logica meramente esecutiva a un vero e proprio ruolo di orchestratore richiede l’integrazione parallela di un approccio pragmatico con una visione di natura strategica. Il professionista deve dimostrare la capacità operativa di rispondere alle innumerevoli sfide pratiche quotidiane, mantenendo contemporaneamente il focus intellettuale sul ragionamento attorno al problema d’origine per individuare soluzioni realmente rilevanti.

Il posizionamento delle funzioni creative

Il secondo filone di indagine ha esplorato l’integrazione e il posizionamento delle funzioni creative all’interno delle architetture aziendali. Dalle sessioni di discussione è emersa in modo unanime l’esigenza di superare le logiche interne basate su un rapporto fornitore-cliente, che storicamente limitano l’impatto progettuale alle fasi terminali del lavoro.

I team hanno teorizzato sei direttrici d’azione per guidare questa riorganizzazione strutturale. Magistretti ha posto l’accento in particolare sul terzo principio individuato dai gruppi di lavoro: «Dobbiamo trovare il nostro spazio dentro l’organizzazione, quello che è lo spazio più funzionale per generare il valore».

Il raggiungimento di questo nuovo posizionamento risulta strettamente vincolato all’adozione di un registro comunicativo trasversale e pienamente orizzontale, capace di risultare comprensibile all’intera organizzazione aziendale privandosi di tecnicismi escludenti.

A questa necessità si affianca il processo di materializzazione, definito come la vitale capacità di tradurre idee astratte in rappresentazioni fisiche e tangibili, facilitando l’allineamento degli individui coinvolti nelle decisioni.

Le cinque metodologie strutturali di framing applicate al design thinking

Attraverso un processo di ricerca induttiva, fondato sulla selezione e sull’astrazione di dichiarazioni rappresentative estrapolate dai laboratori, sono state codificate cinque pratiche primarie di framing applicate al design thinking.

La prima procedura individuata è l’Interpretazione Generativa, che consiste nell’osservare una singola sfida da diversi punti di vista al fine di riconfigurare radicalmente la comprensione della realtà. Questa prassi si avvale di un lessico denso di analogie e di un radicato pensiero associativo, strutturato per stabilire connessioni e comparazioni dirette tra elementi appartenenti a settori completamente differenti.

La seconda pratica è il Ragionamento Abduttivo, definito come la propensione a immaginare attivamente direzioni per la risoluzione dei problemi. I gruppi hanno impiegato questo metodo ricorrendo al linguaggio figurato per proiettare spiegazioni plausibili verso scenari futuri.

La terza metodologia, catalogata come Searching, si concentra sull’ampliamento deliberato del bagaglio conoscitivo del team. Questa estensione avviene attraverso la continua ricerca di stimoli esterni e l’analisi dettagliata delle lacune informative, alimentando l’indagine con domande di notevole profondità investigativa.

La quarta prassi esaminata riguarda la Visualizzazione delle idee, una tecnica essenziale per convertire astrazioni puramente teoriche in forme concrete fruibili dal gruppo.

La quinta e ultima pratica emersa è l’Iterazione delle idee, descritta come un percorso esplorativo mirato a scoprire direzioni alternative. Questo risultato viene ottenuto rimescolando costantemente i fattori a disposizione e traendo diretta ispirazione dai molteplici punti di vista divergenti sollevati nel corso del dibattito interno.

Gli algoritmi di valutazione

L’elaborazione dei dati ha delineato tre configurazioni metodologiche strettamente associate a un’elevata percezione esterna di creatività.

Il primo schema, battezzato Visual Reorientation, richiede l’integrazione operativa dell’interpretazione generativa volta alla decostruzione delle dinamiche familiari, abbinata all’acquisizione ininterrotta di risorse esterne. La traduzione visiva dei concetti sviluppati risulta assolutamente vincolante per il raggiungimento dell’alta creatività percepita.

Il secondo approccio funzionale, denominato Delegitimization, si fonda quasi interamente sulla pratica abduttiva. I partecipanti compiono coraggiosi balzi concettuali verso scenari immaginati, supportando l’intero processo attraverso una febbrile interrogazione delle risorse esterne e formalizzando gli output in artefatti puramente visivi.

Il terzo paradigma emerso è la Perspective Recombination. Questo modello operativo sceglie di accantonare deliberatamente l’uso del ragionamento abduttivo per concentrare le energie sull’iterazione profonda. L’altissimo numero di prospettive generate viene rielaborato continuamente all’interno di confini stabiliti, per poi sfociare nell’indispensabile rappresentazione grafica. I dati dimostrano chiaramente come la visualizzazione delle idee costituisca un elemento trainante fondamentale per garantire il successo creativo di un progetto di design thinking.

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