Nel secondo trimestre 2026, le startup del quantum computing hanno raccolto, da fondi di venture capital, un record di 2 miliardi di dollari in 23 operazioni. La rilevazione di PitchBook ripresa da LP Club colloca il dato a circa un terzo dei capitali investiti nel trimestre nel più ampio comparto di chip e data center. Nel suo complesso – rileva l’indagine – il comparto ha rallentato, mentre il quantum ha aumentato la propria capacità di attrarre risorse.
La raccolta, secondo gli analisti, indica che una parte crescente degli investitori considera il quantum una scommessa industriale di lungo periodo. I capitali servono a sviluppare hardware, produrre componenti, integrare sistemi con data center e HPC , costruire software e sostenere anni di ricerca prima della diffusione commerciale.
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Investimenti quantum computing tra venture capital e IPO
Il passaggio più visibile del trimestre è stata la quotazione di Quantinuum al Nasdaq, per un valore complessivo di 1,7 miliardi di dollari. Si tratta della prima IPO tradizionale di una società quantum native.
Quantinuum sviluppa computer quantistici e software per usarli in ricerca e applicazioni industriali. La società lavora su hardware a ioni intrappolati, una tecnologia che usa ioni controllati elettromagneticamente come qubit, e su una piattaforma full stack: hardware, compilatori, strumenti per sviluppatori e applicazioni. Nei risultati relativi al secondo trimestre 2026, Quantinuum ha riportato 8 milioni di dollari di ricavi, una perdita netta GAAP di 597 milioni e una previsione di ricavi annui fra 28 e 32 milioni di dollari.
Anche l’Europa ha registrato un’operazione di rilievo. Bullhound Capital ha guidato il round Series C da 260 milioni di sterline di Oxford Quantum Circuits, che sviluppa computer quantistici superconduttivi pensati per l’installazione nei data center. Il fondo lo ha presentato come il più grande round privato europeo nel quantum computing e ha indicato fra gli obiettivi l’espansione dell’infrastruttura in mercati internazionali.
I dati dell’Osservatorio del Polimi
L’Osservatorio Quantum Computing & Communication del Politecnico di Milano, nella ricerca presentata a novembre 2025, ha rilevato 9,3 miliardi di dollari di raccolta per le aziende quantum native. Il 63% del valore derivava da finanziamenti post-ipo. Considerando le sole società non quotate, nei primi dieci mesi del 2025 la raccolta censita era di 3,4 miliardi, rispetto a 1,7 miliardi nell’intero 2024.

Il record del secondo trimestre 2026 si inserisce quindi in una traiettoria iniziata prima, con un elemento nuovo: la quotazione di Quantinuum offre al mercato un precedente concreto per l’uscita da investimenti deep tech molto lunghi. È una condizione che può rendere il comparto più finanziabile, ma aumenta anche l’attenzione sui fondamentali delle aziende.
L’hardware quantistico assorbe capitale e aumenta la concentrazione
La ricerca del Politecnico evidenzia un secondo aspetto: nel 2025 il 91% dei fondi privati raccolti dalle aziende quantum native si concentrava su imprese attive nell’hardware o sull’intero stack tecnologico. Realizzare processori quantistici richiede tecnologie di controllo, fotonica, criogenia, elettronica specializzata, materiali, competenze di fabbricazione e una filiera capace di passare dal laboratorio alla produzione.
Questa intensità di capitale favorisce la concentrazione. I grandi round tendono a indirizzarsi verso poche piattaforme tecnologiche, mentre le imprese di software, middleware e servizi applicativi affrontano percorsi di finanziamento diversi. Il risultato è una filiera in cui il valore può spostarsi tra hardware, componenti e software, ma dove il rischio iniziale resta prevalentemente industriale.
Le roadmap non si confrontano contando i qubit
L’aumento delle roadmap pubblicate dalle aziende rappresenta un altro segnale di maturazione, ma non offre una graduatoria immediata. L’Osservatorio ha censito 21 roadmap e segnala differenze rilevanti nei parametri adottati. Il numero di qubit fisici non basta per valutare le prestazioni di un sistema. Diventano rilevanti i qubit logici, il tasso di errore logico, la fedeltà delle porte, la velocità delle operazioni e l’architettura usata per la correzione degli errori.
Qubit fisico e qubit logico
Un qubit fisico è l’unità materiale reale del computer quantistico: può essere uno ione, un atomo, un circuito superconduttivo o un fotone. È però fragile e soggetto a errori dovuti al rumore e alle imperfezioni del sistema.
Un qubit logico è un qubit affidabile costruito combinando molti qubit fisici con tecniche di correzione degli errori. L’algoritmo lavora sul qubit logico, mentre il sistema usa i qubit fisici per rilevare e correggere gli errori.
In pratica, un computer con molti qubit fisici non è automaticamente più potente o utile. Contano quanti qubit logici riesce a ottenere e con quale tasso di errore: per realizzare un singolo qubit logico possono servire da decine a migliaia di qubit fisici, a seconda della qualità dell’hardware e del metodo di correzione impiegato.
Europa e Italia, la sfida del capitale per crescere
L’Europa dispone di una base di ricerca ampia e di un numero di operatori hardware comparabile a quello statunitense, ma soffre il divario nei capitali di crescita. Nella mappatura degli Osservatori, le aziende quantum native americane hanno raccolto circa sei volte le risorse delle controparti europee.
La risposta europea è in costruzione. La Quantum Europe Strategy, adottata nel luglio 2025, individua cinque assi di intervento: ricerca e innovazione, infrastrutture, rafforzamento dell’ecosistema, tecnologie dual use e competenze. La Commissione europea prevede l’adozione del Quantum Act nel 2026 per sostenere ricerca, capacità industriale, filiere e governance.
L’Italia ha approvato nel 2025 la propria Strategia per le tecnologie quantistiche. Il documento stima un fabbisogno di circa 200 milioni di euro l’anno per cinque anni, oltre agli investimenti già effettuati, e propone di destinare risorse a equity e supporto alle imprese, infrastrutture, chip quantistici e ricerca. Il punto riguarda la continuità: università, centri di ricerca, startup e imprese hanno bisogno di programmi pluriennali per trasformare le competenze scientifiche in prodotti, supply chain e mercati.












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