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Hybrid cloud, tra sovranità e controllo: come cambiano le strategie delle imprese



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Dalla crescita del cloud infrastrutturale al ritorno della governance, le aziende ripensano le proprie strategie puntando su modelli hybrid per bilanciare controllo, sicurezza e flessibilità. Cosa emerge dall’evento Tech Excellence

Pubblicato il 31 mar 2026


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Negli ultimi dieci anni, il cloud in Italia ha vissuto una crescita che Massimo Ficagna, Senior Advisor dell’Osservatorio Cloud Transformation del Politecnico di Milano, definisce “esponenziale”.

Intervenendo durante una tavola rotonda ospitata nell’ambito del convegno Tech Excellence – organizzato da Nextwork360 insieme IBM, Credemtel, Sinthera e Var Group – Ficagna ha illustrato come la composizione della spesa stia cambiando: se per lungo tempo il software applicativo (SaaS) ha dominato la scena, negli ultimi due anni si è assistito a un deciso sorpasso da parte del cloud infrastrutturale (IaaS).

La sfida della sovranità digitale in un mercato polarizzato

Il panorama europeo del cloud è pesantemente sbilanciato. I primi tre hyperscaler americani controllano da soli il 65% del mercato, mentre gli operatori europei faticano a ritagliarsi uno spazio significativo, fermandosi a una quota complessiva del 20% sul solo territorio continentale. La frammentazione è tale che il principale player europeo detiene una quota inferiore al 2%.

Questa sproporzione dimensionale si riflette direttamente sulle capacità tecnologiche. Ficagna evidenzia come le aziende percepiscano nei provider locali limiti oggettivi nella capacità di innovazione, nell’aggiornamento costante e nelle prestazioni complessive. Tuttavia, esiste un rovescio della medaglia positivo: i partner locali offrono una flessibilità contrattuale e una vicinanza che i colossi d’oltreoceano raramente garantiscono. «Tra i punti di forza dei player locali c’è un po’ più di flessibilità quando c’è da riscontrare nelle caratteristiche del servizio, negli SLA e anche magari negli economics; insomma, su una dimensione ragionevolmente grande come un’azienda italiana, un po’ di trattativa la si può andare a fare».

L’Italia, pur essendo partita in ritardo, sta cercando di recuperare terreno negli investimenti infrastrutturali. Attualmente, il Paese ospita circa il 10% della potenza dei data center europei, misurata in gigawatt elettrici. Tuttavia, quasi metà di questi nuovi investimenti, inclusi quelli sulle “Region” italiane, sono comunque pilotati dagli hyperscaler americani.

Strategie ibride e il fenomeno della cloud repatriation

Le aziende italiane stanno diventando più caute e riflessive. I dati del Politecnico mostrano un netto cambiamento di tendenza tra il 2019 e le previsioni per il 2025: la strategia “cloud-only” o “cloud-first” per partito preso sta frenando, lasciando spazio a un approccio Hybrid cloud dove ogni carico di lavoro viene valutato singolarmente.

Un concetto che sta guadagnando centralità è quello della repatriation, ovvero il ritorno di carichi di lavoro dal cloud pubblico ad ambienti privati o on-premise. Sebbene i progetti concreti di migrazione inversa siano ancora limitati al 2% delle aziende, ben il 35% del mercato sta conducendo riflessioni in corso su questo tema. Ficagna spiega che non si tratta di un rifiuto della tecnologia, ma della ricerca di un “Piano B”: «Tante aziende cominciano a pensare a scenari alternativi. Ad esempio riportare i dati in Europa – se erano negli Stati Uniti – o spostare i workload critici su operatori europei sfruttando tecnologie come Red Hat OpenShift o Kubernetes, oppure mantenere la possibilità di muovere i carichi tra ambienti diversi».

Il ritorno della governance e il ruolo delle competenze

Un errore comune commesso negli anni passati è stato quello di inseguire il cloud senza una visione d’insieme. Roberto Tassi, Alliance Manager di Var Group, osserva che il “Journey to Cloud” è spesso avvenuto senza considerare tutti gli elementi d’impatto sui carichi di lavoro. Molte aziende si trovano oggi a non avere un inventario chiaro dei propri asset IT o a non sapere esattamente dove risiedano i propri dati aziendali.

In questo senso, l’implementazione di un modello hybrid cloud by design permette di trasformare l’infrastruttura da un insieme di componenti fisiche o virtuali rigide in una piattaforma completamente astratta e governabile. Questo cambio di paradigma è fondamentale nel momento in cui le aziende decidono di abbandonare le vecchie architetture monolitiche a favore di microservizi e container.

Alliance Manager Var Group Spa
Roberto Tassi, Alliance Manager di Var Group

In effetti, il proliferare di esperimenti isolati di intelligenza artificiale all’interno dei dipartimenti, spesso al di fuori del controllo del CIO, ha aggravato il problema della visibilità. Secondo Tassi, la priorità assoluta per le imprese non è più «formare tecnici specializzati nell’installazione fisica dei cluster, compito che spetta a noi partner tecnologici, ma investire nella governance».

Le aziende devono dotarsi di figure capaci di una gestione architetturale di alto livello, supportate da suite di strumenti che permettano il monitoraggio e il brokering dei carichi di lavoro a 360 gradi.

Gestire la complessità: l’automazione come pilastro operativo

Adottare un modello Hybrid cloud non è un percorso privo di ostacoli. La frammentazione dei sistemi su ambienti diversi genera una complessità gestionale che può far lievitare i costi e richiedere competenze inedite.

Giorgio Anselmi, Automation Technical Sales Manager di IBM Italia, sottolinea che il cloud non deve essere demonizzato, poiché resta un abilitatore fondamentale, specialmente per le piccole imprese. La chiave risiede nella flessibilità di decidere dove far girare i workload per motivi di prestazioni, sovranità o costo. «IBM ha sempre supportato l’hybrid cloud per garantire questa flessibilità, mantenendo gli ambienti aperti. Lo abbiamo dimostrato con l’acquisizione di soluzioni open source, che abbiamo mantenuto tali perché riteniamo che l’open source sia una componente di valore nell’ambito della gestione dei sistemi informativi».

Per gestire questa eterogeneità, IBM punta a supportare i clienti nella gestione del ciclo di vita della tecnologia dove l’automazione ha un ruolo fondamentale. «Senza automazione, la gestione di ambienti ibridi è particolarmente complessa». E l’automazione può coprire tre aspetti del ciclo di vita della tecnologia.

«Il primo riguarda la progettazione e lo sviluppo, supportati ora dall’AI generativa e agentica. Presto faremo annunci importanti su assistenti allo sviluppo che aiuteranno dalla progettazione dei flussi al deployment, fino ai test e alla documentazione. Un’altra componente fondamentale è l’integrazione. Recentemente abbiamo annunciato l’acquisizione di Confluent, essenziale per portare i dati alle applicazioni AI. Infine, grazie a strumenti di Infrastructure as Code, possiamo definire procedure standardizzate per creare infrastrutture su ambienti diversi senza dover riscrivere le configurazioni ogni volta». Questo permette di governare il provisioning garantendo la sicurezza, che deve essere ormai “by design” per rispondere a normative come NIS 2 o Dora.

Il punto di vista delle aziende

Ma come si stanno muovendo le aziende? I partecipanti alla tavola rotonda (CIO e IT Manager di aziende del territorio dell’Emilia Romagna) stanno nella maggioranza dei casi perseguendo una strategia hybrid cloud che nasce più da esigenze concrete che da una visione ideologica.

Dalle esperienze condivise emerge innanzitutto un percorso al cloud spesso non lineare. In molti casi le prime adozioni sono state spinte dalla necessità di velocizzare progetti o abilitare nuovi servizi. Oggi questo porta diverse organizzazioni a una fase di razionalizzazione, in cui diventa prioritario capire dove si trovano dati e applicazioni, con quali livelli di servizio e a quali costi reali (con un tema FinOps ancora complesso da gestire).

Un tema ricorrente è proprio quello della visibilità e del controllo. La proliferazione di ambienti diversi (cloud pubblici, privati e on-premise) ha reso evidente la necessità di strumenti unificati di monitoring e automazione, capaci di offrire una vista end-to-end dell’infrastruttura. Non è solo una questione di efficienza operativa, ma una condizione necessaria per garantire sicurezza, compliance e continuità del business.

La sicurezza, in particolare, viene ormai interpretata come un elemento strutturale e non aggiuntivo. Le aziende evidenziano come le nuove normative e l’aumento delle minacce stiano imponendo un cambio di passo: protezione dei dati, resilienza e capacità di ripristino diventano criteri fondamentali nella scelta delle architetture. Anche le scelte infrastrutturali (dallo storage alle piattaforme di gestione) sono sempre più orientate a garantire un approccio “secure by design”.

Infine, si consolida la consapevolezza che l’hybrid cloud sia un modello destinato a durare. Le aziende cercano flessibilità: poter spostare workload, evitare lock-in, adattarsi rapidamente a nuove esigenze di business o a cambiamenti normativi. Tecnologie aperte e piattaforme interoperabili diventano leve fondamentali per mantenere il controllo.

Ma proprio da qui emerge una riflessione più ampia che attraversa trasversalmente tutti gli interventi. Se da un lato le aziende cercano maggiore autonomia, dall’altro è evidente come le loro strategie cloud sono sempre più influenzate (se non guidate) dalle scelte dei vendor tecnologici. Sono questi ultimi, con le loro roadmap, i modelli di servizio, le logiche di pricing e i vincoli tecnologici, a definire di fatto il perimetro entro cui le imprese possono muoversi.

In altre parole, più che scegliere liberamente il proprio percorso cloud, le aziende si trovano spesso a orientarsi all’interno di opzioni già tracciate: un equilibrio delicato tra esigenze di business e dinamiche di mercato, in cui il ruolo dei provider resta determinante nel plasmare le strategie future.

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