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OSSERVATORIO Smart&Green

Innovazione e territorio: quale futuro per le smart city italiane?

Elisabetta Bevilacqua

Le città italiane sono molto attente al potenziale che la tecnologia può offrire ma, spesso, anche a causa di risorse limitate, finiscono per sviluppare interventi di scarso respiro. I fornitori Ict le possono aiutare collaborando fra loro in una logica precompetitiva con un approccio sistemico per proporre progetti, con rapidi ritorni degli investimenti, evidenziando fonti di finanziamento non sempre note

Negli ultimi mesi le città e la loro evoluzione  sono al centro dell’interesse in Europa e in Italia. Lo conferma il protagonismo delle città in incontri e convegni negli ultimi mesi del 2011: è il caso di Future Cities a Stoccolma (Svezia), Digital Cities Conference a Ginevra, Civitas Forum 2011 a Funchal (Portogallo) e infine Smart City Expo a Barcellona (Spagna) che ha lanciato un’associazione globale di smart city con l’obiettivo di promuovere iniziative e creare degli standard globali per l’implementazione effettiva dei criteri smart.  “Le città del futuro sono destinate a concentrare la ricchezza (nel 2025, le prime mille città  saranno responsabili  del 70% del prodotto lordo mondiale), l’innovazione e gli innovatori”, come ha ricordato Giancarlo Capitani, amministratore delegato di NetConsulting in occasione di un recente convegno sulle Smart City. Anche in Italia si sono tenute diverse iniziative, fra cui Eurocities 2011 a Genova e a Firenze Ucgl (United Cities and Local Governments) World Council, organizzazione a cui aderiscono  oltre mille città da oltre cento paesi; all’incontro di Firenze hanno partecipato più di  400 sindaci provenienti da 5 continenti. Le Smart city e il rapporto fra innovazione e territorio sono state al centro di incontri e convegni nelle manifestazioni Ict: allo Smau di Milano come al Tosm di Torino.
Al patto dei Sindaci (Covenant of Mayors) delle municipalità europee, iniziativa della Comunità Europea  che coinvolge in modo diretto le municipalità per un impegno volontario della riduzione delle emissioni di Co2 superiore all’obiettivo obbligatorio del 20% entro il 2020, hanno aderito ad oggi quasi tremila municipalità fra le quali ben 1.371 italiane. Ma solo 189 hanno realizzato il piano di azione come richiesto dal patto. Molte città italiane di varie dimensioni, come esemplifica la mappa (figura 1), hanno comunque avviato programmi di innovazione anche sulla base dell’iniziativa europea che si estende ad ambiti di intervento quali: energia, mobilità e trasporti, informazione e media, sanità e sicurezza. Per ciascuno di questi l’impiego della tecnologia è un potente  abilitatore.

 


Figura 1 - Alcuni progetti di Smart City in Italia
(cliccare sull'immagine per visualizzarla correttamente)

 

I limiti delle esperienze italiane
La situazione italiana, accanto alla numerosità delle esperienze, è caratterizzata da alcuni limiti come l’eterogeneità fra le diverse realtà che va a scapito della sistematicità, dello scarso livello di coordinamento fra comuni e a livello nazionale, se si esclude qualche tentativo di coordinamento regionale. Le esperienze sono riconducibili, secondo Capitani, a tre tipologie: città che da tempo hanno avviato  progetti di sviluppo sostenibile e sono in grado di evidenziare risultati (15 fra cui Bologna, Modena, Siena…); comuni che solo recentemente hanno sviluppato iniziative anche stimolate dai finanziamenti europei (circa 60 città);  i ritardatari, piccoli comuni che non hanno competenze e relazioni adeguate per sviluppare progetti complessi e costosi, ma anche grandi città. La figura 2 esemplifica gli ingredienti  che trasformano alcuni interventi sporadici nella prima pietra per la fondazione di una smart city.


Figura 2 - Requisiti per casi di successo delle smart city in Italia
(cliccare sull'immagine per visualizzarla correttamente)

 

I fornitori di tecnologia: aiutare le città con un approccio pre-competitivo
Se i principali ostacoli delle città italiane sono la difficoltà ad un approccio sistemico e l’accesso ai finanziamenti, i fornitori di tecnologia possono svolgere un ruolo fondamentale per aiutare le città. “Come Ibm ci poniamo non come fornitore, ma come abilitatore di tecnologie eterogenee - ha sostenuto Nicola Ciniero, presidente e amministratore delegato di Ibm Italia, all’ultimo Smau nel corso di un convegno dedicato alle Smart Cities -. Nel mondo c’è grande disponibilità di tecnologie non utilizzate: anche solo mettendo in rete le tecnologie presenti e aggiungendo la connettività si riescono a ottenere soluzioni che rendono la città più intelligente”.
David Bevilacqua, amministratore delegato di Cisco, ha ricordato la necessità di assumere un approccio sistemico e di larga scala per evitare che questo tipo di programmi restino soltanto progetti-pilota. “In Italia abbiamo tante piccole eccellenze che però non si mettono mai a sistema”, ha detto.
“Il tema Smart City deve essere inquadrato in un sistema di priorità che porti a comprendere come la città vuole diventare fra 10-15 anni – ha sottolineato Pietro Scott Jovane, amministratore delegato di Microsoft Italia –. Una smart city dovrebbe interrogarsi quando prende decisioni su alcuni dei temi più importanti, come l’istruzione, la multiculturalità, l’inquinamento, il benessere. E la tecnologia, in quanto abilitatore, può essere di aiuto, anche grazie al cloud che permette di portare servizi e soluzioni facilmente e in tempi rapidi, che si usano e si pagano solo in base all’effettivo consumo che si  presta all’interoperabilità”. Il sindaco dovrebbe dunque scegliere le soluzioni senza doversi preoccupare della compatibilità delle tecnologie.
Per quanto riguarda poi la scarsità dei budget delle amministrazioni, Ciniero ha ricordato che Ibm offre anche soluzioni con ritorni sugli investimenti possibili entro l’anno. “Ma i problemi che restano sono legati a chi gestisce in Italia l’Agenda Digitale e alla durata dei progetti che devono avere una visione sistemica almeno a 3-5 anni”.
Bevilacqua, ricordando la collaborazione fra Cisco e Ibm, ha sottolineato come la città di Milano abbia ottenuto fondi dalla comunità europea (3,5 milioni di euro) per la gestione intelligente dell’energia negli edifici: “Un esempio di successo di partnership pubblico privato con ritorni certi  sugli investimenti - ha evidenziato l’ad di Cisco -. A livello di industry Ict si deve lavorare in un’ottica precompetitiva per aiutare le città a diventare smart e ampliare il mercato”.

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