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Data center infrastructure management tools: sentiamo chi li usa

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Data center infrastructure management tools: sentiamo chi li usa

27 Mar 2013

di Giampiero Carli Ballola

Per molte cose sono l’ideale, per altre meno, per altre ancora funzionano ma sono poco pratici. Un’indagine in profondità condotta da Forrester su utenti e fornitori mostra i vantaggi e le problematiche dell’impiego degli strumenti di gestione delle infrastrutture di data center (Dcim)

L’offerta dei tool Dcim (Data center infrastructure management), quegli strumenti cioè che migliorano l’operatività di un Ced facilitando il lavoro dei responsabili I&O (Infrastruttura e operazioni), è in pieno sviluppo. Si realizza quindi una situazione dove i vari fornitori competono per guadagnare rapidamente quote di un mercato tanto fluido quanto in rapida crescita, ciascuno magnificando la facilità d’uso, i risparmi energetici, la visibilità sulle operazioni e, in definitiva, il ritorno d’investimento che le rispettive soluzioni sono in grado di assicurare. Per verificare l’attendibilità di queste promesse, gli analisti Forrester hanno intervistato 11 utenti di strumenti Dcim e analizzato diversi case-study proposti da 7 fornitori in ambienti Ced che vanno da poco più di 200 a oltre 110 mila metri quadrati a livello mondiale. L’indagine si è svolta nel corso del 2012. I risultati, come vedremo, sono confortanti, nel senso che le tecnologie di Dcim sostanzialmente rispondono ai bisogni e forniscono vantaggi concreti. Integrarvi i dati e le pratiche di configurazione preesistenti è però tutt’altro che facile e i tempi d’implementazione si allungano. Conviene che i responsabili I&O se ne rendano conto in modo da valutare in che misura il Dcim sia applicabile alla loro realtà.

Roi inferiore all’anno, ma diversificazione dei vantaggi
Come si è detto, tutti gli utenti interpellati si sono mostrati d’accordo nel dichiarare che le soluzioni adottate si sono rapidamente ripagate, con un ritorno dell’investimento iniziale, compresi i costi di avviamento, che è sempre stato inferiore a un anno. Allo stesso modo, tutti hanno convenuto sulla migliorata capacità di controllo generale della situazione, con una visibilità sui processi molto granulare, tanto da poterne fare il punto di partenza per l’ottimizzazione delle operazioni. Nel contempo, però, i vantaggi dichiarati variano anche di parecchio da un utente all’altro. Queste differenze dipendono dalle diverse funzioni-base utilizzate e poiché queste ultime dipendono a loro volta dai problemi di fondo che hanno portato i responsabili I&O ad affidarsi ai tool implementati, Forrester ne ha sintetizzato i diversi aspetti nelle case-study analizzate, ciascuna delle quali è in relazione con una tipologia d’impiego.
Inventario e gestione degli asset – Si tratta di un impiego che vede gli strumenti Dcim in sostituzione o in affiancamento ad altre risorse di gestione. Secondo gli intervistati, il Roi deriva dalla riduzione sia del tasso di errore sia soprattutto del costo del lavoro, che in un caso è passato addirittura da quattro giornate-uomo a sole due ore al mese .
Pianificazione e gestione dei sistemi d’alimentazione – In questa applicazione il Dcim permette di controllare l’intera catena d’alimentazione, dal collegamento ai generatori o alla rete del fornitore d’energia sino ai dispositivi It, passando per i sistemi di protezione e di distribuzione (Pdu, Power distribution Unit) che alimentano i rack. In uno dei casi analizzati si è trovata e recuperata tanta energia dispersa da evitare un supplemento di fornitura, con risparmi, a detta dell’utente, di “decine di migliaia di dollari”.
Pianificazione e gestione dei sistemi di raffreddamento – Gli strumenti di analisi termica permettono di ottimizzare il raffreddamento dei rack riducendo il consumo di energia. Secondo molti intervistati si tratta di uno dei vantaggi principali delle soluzioni Dcim, che in un caso hanno portato a ridurre del 30% il costo del condizionamento del data center.
Raccolta e analisi dei dati di base e di tendenza – Secondo alcuni intervistati la raccolta dei dati relativi ai tre impieghi citati (gestione asset, alimentazione e raffreddamento) dà una visione integrata delle caratteristiche operative del data center che permette di fare analisi di tendenza e previsioni. In pratica, diventa più facile far sì che l’infrastruttura risponda ai bisogni effettivi della funzione It nell’impresa.
Miglioramento dei processi – Si tratta di un vantaggio secondario, che si è scoperto con l’uso dei tool, ma che si è rivelato molto importante: l’impiego del Dcim ha evidenziato come presso molti utenti mancassero protocolli standard per determinare cosa controllare e che fare dei dati rilevati. Ciò ha portato a definire e sviluppare processi che permettono di impostare il lavoro su modelli organizzati.
Documentazione dei risultati – Anche questo è un vantaggio che si è scoperto con l’uso: la reportistica degli strumenti Dcim offre ai responsabili I&O la possibilità di documentare presso il Cio o il top management i vantaggi operativi della gestione dell’infrastruttura, dando un senso al lavoro fatto. Sebbene il ritorno d’investimento sulle attività di gestione resti difficile da calcolare in modo esatto, il valore di una documentazione oggettiva delle attività resta evidente.
In aggiunta a quelli elencati, che possiamo considerare primari, il Dcim offre anche altri vantaggi. Per esempio (per le soluzioni più avanzate) la possibilità di costruire scenari d’intervento secondo modelli predefiniti, con previsione delle operazioni e analisi dell’effetto dei cambiamenti o il collegamento con la gestione dei servizi It. Quest’ultima possibilità è preziosa in ambienti altamente virtualizzati, perché permette di spostare le virtual machine in funzione degli assorbimenti d’energia rilevati (che dipendono dai carichi di lavoro) in modo da prevenire il surriscaldamento dei server fisici e garantire la disponibilità delle applicazioni.

Tra le problematiche, la costruzione di un data base degli asset
A fronte di tutti i vantaggi di cui si è detto, l’esperienza degli utenti sui Dcim ne ha messo in evidenza anche i lati negativi. Il più citato è che la configurazione iniziale degli strumenti si è rivelata quasi sempre parecchio più complessa di quanto previsto e assicurato dai fornitori. Le difficoltà riscontrate non provengono dall’installazione del software, ma dalla costruzione della necessaria base dati relativa agli asset da gestire e derivano da due problematiche di fondo.
La prima è, banalmente, che i tool d’importazione dati non sempre funzionano bene. In particolare, non tutte le informazioni sugli asset contenute negli spreadsheet e nei Cmdb (Configuration management data base) vengono correttamente importate. Va detto però che non è sempre colpa del software di Dcim. Alcuni utenti hanno ammesso di avere informazioni eccessivamente frammentate, provenienti da diverse fonti e in formati tra loro inconsistenti. A volte poi i dati mancano proprio, come la potenza assorbita dichiarata dai costruttori dei dispositivi, che spesso non è stata mai registrata.
La seconda causa di difficoltà sta nel fatto che la mappatura degli asset rispetto agli ambienti fisici e ai circuiti di alimentazione spesso manca o è molto imprecisa. Diventa necessario quindi rifarla, andando materialmente a rilevare uno per uno i codici a barre di ogni rack e di ogni unità che vi è contenuta. Da questi due problemi ne deriva un terzo, che viene raramente previsto dai responsabili I&O: e cioè la necessità, una volta che tutte le informazioni relative agli asset del data center siano state raccolte e debitamente importate nella base dati della soluzione di Dcim, di far ordine e dare un significato alla quantità di dati raccolti. Il passo successivo nel processo d’implementazione di un Dcim è quindi quello di stabilire le linee-base (cioè i valori che indicano un funzionamento corretto di un dispositivo o di un sistema) e, di conseguenza, d’identificare le aree di possibile ottimizzazione e iniziare a fare i necessari interventi. È un lavoro impegnativo, che stando alle esperienze raccolte si misura in mesi, ma è quello da cui deriva il maggior valore della soluzione di Dcim implementata. Molti utenti hanno infatti dichiarato che il solo fatto di avere una visione omnicomprensiva del data center e di poterla relazionare agli ambienti fisici e alle relative facilities rappresenta per la funzione I&O un valore notevole.
In conclusione, sulla base delle esperienze raccolte Forrester consiglia a chiunque sia responsabile del funzionamento di un data center che abbia più di 25 rack o una potenza installata di oltre 100 kilowatt di considerare seriamente l’implementazione di una soluzione Dicm. Con quattro raccomandazioni su come fare:
  1) cercare di capire bene di cosa si ha bisogno, cioè se sia più importante la conoscenza degli asset, il risparmio energetico, la gestione dei cambiamenti o quant’altro, in modo da scegliere lo strumento più adatto;
 2) utilizzare il progetto Dcim per sviluppare o modificare i processi di gestione del Ced;
 3) sfruttare le capacità di reporting del software per creare quadri di controllo personalizzati sugli aspetti che interessano agli utenti interni, per esempio, sul consumo d’energia, sulla capacità operativa, sui costi e così via;
  4) affrontare l’implementazione dello strumento come un programma in più fasi, stabilendo dei traguardi intermedi ed assicurandosi le risorse di budget necessarie.
L’esatta definizione di queste fasi varierà caso per caso, ma sarà in generale in progressione da un monitoraggio di base alla gestione degli asset, a quella dell’energia e infine alle più avanzate attività di previsione e pianificazione di cui si è detto.

Giampiero Carli Ballola
Giornalista

Giampiero Carli-Ballola, nato nel 1942 e giornalista specialista in tecnologia, collabora con ZeroUno dal 1988. Segue i processi di digitalizzazione del business con particolare attenzione ai data center e alle architetture infrastrutturali, alle applicazioni big data e analitiche, alle soluzioni per l’automazione delle industrie e ai sistemi di sicurezza.

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