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RedHat: la strategia di libera scelta e i suoi tre pilastri

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RedHat: la strategia di libera scelta e i suoi tre pilastri

02 Dic 2009

di Rinaldo Marcandalli

Piattaforma open source, middleware Jboss, System management dell’ambiente virtualizzato: sono queste le tre anime che compongono la visione strategica di RedHat basata sulla filosofia della “libertà di scelta”

MILANO – RedHat (www.it.redhat.com) è un’azienda soft-ware che, nonostante la crisi, registra una crescita a due digit (il primo trimestre 2009 totalizza un +63% sullo stesso periodo 2008).
Proprio la difficile situazione, riconosce Werner Knoblich, Vp e General Manager Emea RedHat Operation, spinge il “crescente interesse dei clienti al software open source: la pressione della struttura dei costi induce anche chi è abituato a tecnologie su licenza a considerare un modello di business open source, per i risparmi in costi capitale”. E il ruolo di RedHat? “Fa da catalizzatore fra Comunità Linux (che lavora sul ‘common’ con standard di sviluppo e di interoperabilità definiti ed aperti), Partner Isv (che sviluppano applicazioni su piattaforma Linux), e clienti. E presidia un processo di condivisione che abiliti una soluzione complessiva (Isv e RedHat) ‘cost effective’ al cliente finale. RedHat è arrivata ad acquisire aziende close source, aprirne il codice e conferirlo alla comunità”, dice Knoblich annunciando l’entrata in beta testing di RedHat rel.5.4 (disponibilità fine 2009), che include la tecnologia Kernel Virtual Machine (Kvm) nel sistema operativo Linux. RedHat ne ha acquisito nel 2008 il know-how (e i cervelli) comprando per 107 milioni di dollari l’israeliana Qumranet. “Eccetto Microsoft (con Hyper-V), RedHat è così il solo vendor a ‘possedere intellettualmente’  sistema operativo e tecnologia di virtualizzazione al suo interno”, dice Knoblich, e secondo il manager, RedHat farà valere la commoditizzazione e i soli costi operativi; Microsoft farà quadrato sulla base clienti fidelizzata.
RedHat punta a un’ulteriore opportunità, anche se di Roi meno immediato, perché riduce solo costi operativi. Un’azienda che virtualizzi i suoi desktop con la Virtual Desktop Infrastructure di RedHat abbatte i costi di System management dei posti di lavoro. Non quelli capitale: le licenze Windows servono sempre sul desktop o in una Vm. A meno che si passi da Windows a Linux sui Pc. Non a caso Knoblich ricorda Ibm, che con oltre 300.000 dipendenti è passata nel 2007 da Office a Symphony, come “messaggio che si può abbandonare Microsoft”.
Come “leader nell’open source”, Redhat punta a un portafoglio prodotti open e a un “secondo piede negli standard”: con Jboss, acquisito tre anni fa, si pone anche come  “il” player open source nel mondo Java, rispetto a WebLogic (Oracle-Bea) e WebSphere (Ibm). Jboss, base di partenza piccola, è un prodotto a crescita veloce e potenziale elevato.
“RedHat punta a offrire specifiche soluzioni per la gestione dell’ambiente virtualizzato”, e per le applicazioni che girano in Jboss, quali Patch Management, sviluppo software, distribuzione di software in produzione.

 


 

L’offerta di Servizi di Cloud Privato

Il consolidamento spinge non solo a server e desktop virtuali, ma al fenomeno del cloud computing: per il cloud, pubblico o privato, “serve virtualizzare le tecniche di grid computing”. Salvo il cloud Microsoft, i più grandi cloud al mondo girano su tecnologia open source. Google, vicino a un milione di server, usa una sua versione di Linux. Il più grande in produzione con le sue offerte di servizi Web è Amazon Easy to (base Xen, tecnologia RedHat per Linux, virtualizzazione, Management tool). Un classico è lo sviluppo software in cui serve l’uso temporaneo di cento macchine per fare dei test di massa. Forte dell’esperienza Amazon, RedHat offre Servizi di dispiegamento e manutenzione di cloud privati. In Usa, alcune Corporation hanno sviluppato un cloud privato in cui il dipartimento It interno rende servizi ad altri dipartimenti interni; alcune aziende omologhe si sono aggregate in un cloud privato. Serve corredare il cloud privato di un sistema di automazione di servizi amministrativi detto Puppet (vedi www.reductivelabs.com) e quindi costruire un “Puppet Cloud condiviso”. Sin d’ora, con gli Isv che investono loro applicazioni sul suo ecosistema, “RedHat garantisce che l’applicazione, se certificata su tecnologia RedHat, lo sia automaticamente una volta per tutte, non importa come dispiegata” (con un Linux sul suo server fisico, in un ambiente virtuale, o in un ambiente cloud).

Rinaldo Marcandalli
Giornalista

Consulente aziendale e giornalista. 40+ anni di esperienza nello sviluppo software, laboratorio IBM e field, nelle telecomunicazioni prima e poi nelle applicazioni e nel governo del Dipartimento It. Esperienze sul campo in settori bancario, in particolare interbancario, assicurativo e pubblica amministrazione. Da 20+ anni segue prima da consulente e poi come giornalista l’evoluzione dei processi nei settori e da 10+ anni la loro trasformazione progressiva al digitale, specializzandosi nello studio della riorganizzazione agile, digitale e smart delle Aziende.

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