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Application Modernization: il cuore dell’innovazione

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Application Modernization: il cuore dell’innovazione

29 Ago 2014

di Arianna Leonardi

Le strategie di evoluzione applicativa come chiave di innovazione per il business sono state al centro di un recente Executive Dinner organizzato da ZeroUno in collaborazione con Micro Focus. Tra i temi toccati: la metodologia Agile, la difficile comunicazione tra It e business, la stratificazione applicativa come limite all’ammodernamento, la necessità di nuove competenze.

Il time-to-value come guida verso l’evoluzione applicativa per dare impulso al business in modo continuo: all’Executive Dinner di ZeroUno, intitolato “Application Modernization: il cuore dell’innovazione” e organizzato in collaborazione con Micro Focus, si affronta uno dei temi più caldi dell’Ict e fonte di “gran malditesta per i Cio”.

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(segue dalla pagina precedente)

Nicoletta Boldrini, giornalista di ZeroUno

“Non esistono ormai aziende che non siano software-intensive – esordisce Nicoletta Boldrini, giornalista di ZeroUno -. Stiamo vivendo in contesti di forte cambiamento competitivo, che richiedono alle aziende un ripensamento sia a livello di organizzazione interna (verso una maggiore efficienza ed efficacia dei processi) sia in termini di servizi resi all’esterno. Il bacino di utenza dei servizi Ict, infatti, aumenta esponenzialmente e il confine tra b2c e b2b sfuma”. In questo scenario, diventa indispensabile capire lo status quo dei sistemi aziendali e soprattutto la direzione che si vuole prendere per ottenere valore dalle applicazioni, declinandole sulle esigenze degli utenti.

Riccardo Zanchi, Partner di NetConsulting

“Il concetto di discontinuità – si inserisce Riccardo Zanchi, Partner di NetConsulting – oggi rientra nel day-by-day e bisogna traguardare un nuovo modo di intendere e gestire il parco software. Il consolidamento applicativo rimane tuttora la problematica numero 1 da affrontare. Congiuntamente, bisogna portare avanti il processo di razionalizzazione infrastrutturale, il tutto senza perdere di vista sicurezza e compliance”.
 

Evoluzione applicativa: a che punto siamo?
Ma a che punto sono le imprese oggi? Dai dati presentati da NetConsulting, il parco applicativo risulta frammentato: l’85% delle aziende ha al proprio interno soluzioni ad hoc e il 74% package di mercato molto personalizzati. “È un contesto ingessato, che impedisce di rispondere dinamicamente alle esigenze di business, genera insoddisfazione nell’utente, fa lievitare i costi di application management e inibisce l’innovazione verso mobile e cloud”. Secondo Zanchi, un altro limite alla application modernization è un approccio tradizionale al monitoraggio dei software, ancora troppo incentrato su Sla e Kpi (uptime, availability, reliability…) invece che su user experience, Roi e impatto sul business.
Ma chi deve concorrere all’evoluzione applicativa? Di certo, non soltanto la divisione It; NetConsulting ha evidenziato che le figure maggiormente coinvolte sono: Cio (82%), responsabile applicativo (77%), responsabili Lob (65%), demand manager (53%), business analyst (41%) e infine i vendor/consulenti (38%). A spingere verso il cambiamento sono soprattutto le divisioni Amministrazione, Finanza, Controllo (42%) e il Marketing (32%). Solo il 50% delle aziende però si sta muovendo per modernizzare parco applicativo.

Verso la modernization: strategie e criticità

Giuseppe Gigante, Regional Marketing Manager Italy and Gme di Micro Focus

Le strategie messe in campo sono disparate: la maggioranza procede semplicemente all’aggiornamento di release (82%), ma anche alla riscrittura (81%) e alla sostituzione (79%) delle applicazioni. Ovviamente, ciascun approccio non viene adottato sull’intero portfolio, ma declinato in base al tipo di applicazione più o meno critica. La metodologia di sviluppo invece segue i modelli tradizionali nell’84% dei casi e un approccio Agile nel 16%. “I principali obiettivi perseguiti con le attività di application transformation – sottolinea Zanchi – sono l’aumento della soddisfazione degli utenti (74% delle aziende), la compliance (69%) e la riduzione dei costi di gestione dei software (68%). Ma il percorso evolutivo non è così semplice: il 60,5% delle aziende evidenzia la necessità di introdurre/rivedere nuove figure professionali (team di sviluppo evoluti, demand manager, business analyst e application transformation manager) in grado di dialogare con il business”. I principali freni alla trasformazione applicativa invece vanno identificati nel timore di perdere la stabilità delle applicazioni utilizzate (67%), nell’elevata stratificazione di soluzioni custom (33), nella mancanza di risorse economiche (33). “Oggi – completa il quadro Giuseppe Gigante, Regional Marketing Manager Italy and Gme di Micro Focus – il mercato riconosce che le applicazioni sono espressione dell’azienda, del suo business e del suo ruolo. L’It ha il compito di preservare il valore che l’azienda ha costruito nel tempo, tutelandone l’unicità intellettuale e declinando le esigenze di business in linguaggio informatico”. Ecco che allora il dato diventa il vero patrimonio a valore dell’azienda da fare evolvere insieme all’Ict. “Cosa vuol dire modernizzare? Per Micro Focus significa innanzitutto il riutilizzo dell’esistente, ma anche adottare la metodologia per un corretto e costante lifecycle management delle applicazioni, in grado di restituire agilità”.

Cosimo Delfino (al centro nella foto), Business Management Director – Cio di Bt Italia

Parola ai Cio: l’urgenza del cambiamento e le difficoltà
I presenti in sala condividono ed evidenziano l’urgenza del cambiamento. “La transformation è ineludibile – riflette Cosimo Delfino, Business Management Director – Cio di Bt Italia -, perché la complessità che l’It si trova a gestire rischia di diventare un collo di bottiglia per il business. Ogni Cio deve avere nel cassetto un piano di transformation rivisto periodicamente”. Se la meta è fissata, la strada è da tracciare e non priva di rischi. Alessandro Perrino, Business Development di Fastweb dichiara: “Il software monolitico non funziona più: lo si va sostituendo con una serie di soluzioni che rispondono in modo puntuale a un’esigenza specifica.

Alessandro Perrino, Business Development di Fastweb

Il consolidamento quindi può generare una frammentazione del parco applicativo [nel tentativo di ottimizzare l’efficienza degli applicativi, da un solo programma “all-in-one” che include una serie di funzionalità si passa a un insieme di più prodotti specializzati: razionalizzare significa in questo caso aumentare il numero dei software necessari, ndr]”. “Le applicazioni stanno aumentando in numero – commenta a proposito Stefano Rodolfo Brambilla, Technical Manager Direzione Risk Management di Banca Intesa Sanpaolo – e, proprio a causa di questa parcellizzazione, i costi di manutenzione lievitano”.

Stefano Rodolfo Brambilla, Technical Manager Direzione Risk Management di Banca Intesa Sanpaolo

“L’esigenza di innovare c’è – conferma Gianbattista Angelini, Customer Insight Manager di Rcs Mediagroup -, ma la modernizzazione applicativa è difficile per le richieste di customizzazione soddisfatte in precedenza. A frenare l’evoluzione, inoltre, c’è la stabilità delle applicazioni [se un software funziona, pur consapevoli della necessità di modernizzarlo, si preferisce non effettuare interventi e lasciare l’ambiente stabile, ndr], ma anche una certa resistenza dell’utente a imparare applicativi nuovi”. Ma il cambiamento non deve essere preso tout court: nella vision di Micro Focus riportata da Gigante, si tratterebbe di “un’innovazione custom”, che differisce da cliente a cliente e interviene in uno o più ambiti a seconda dei casi (componente applicativa, infrastrutturale, linguaggio di programmazione, interfaccia).

Gianbattista Angelini, Customer Insight Manager di Rcs Mediagroup

La mancanza di standard e l’utente evoluto
Tra gli ostacoli all’application modernization, un tema ricorrente è stato anche quello relativo alla mancanza di standard. Una problematica particolarmente sentita in ambito Finance. Luca Fioletti, Responsabile Area Canali della Banca Popolare di Sondrio, lamenta infatti che “in Italia, ogni banca si è costruita la sua applicazione. Ma oggi nel settore c’è una forte urgenza di standardizzazione”. Un obiettivo auspicabile, ma difficile, secondo Riccardo Salierno, Responsabile Sistemi Informativi di Sapio, almeno nel mondo frontend: basti pensare che esistono più sistemi operativi mobile e i browser differiscono tra loro.

Luca Fioletti, Responsabile Area Canali della Banca Popolare di Sondrio

Al tema della standardizzazione, si lega l’obsolescenza tecnologica e la difficoltà nel reperire competenze specifiche. “Avevamo una tipica architettura a silos – racconta Carlo Capalbo, Direttore Tecnologie Informatiche de Il Sole 24 Ore -. Abbiamo optato non per la modernizzazione, ma per il rimpiazzo, soprattutto a causa dell’irreperibilità di skill su sistemi così datati”. E a proposito di skill, Capalbo aggiunge: “Con il diffondersi delle modalità self-service, anche all’utente vengono richieste conoscenze più approfondite per operare in autonomia”.
“L’utente oggi ha una conoscenza tecnologica più elevata – ammette Angelini -, cosicché entra in maggiore sinergia con l’It, ma sopporta anche meno i vincoli e cerca le soluzioni in autonomia. Più spesso poi gli uomini di business arrivano dalla divisione informatica: c’è infatti scambio di professionalità tra i due mondi. Anzi, in ambito Agile stiamo sperimentando l’efficacia dei team misti”.

Riccardo Salierno, Responsabile Sistemi Informativi di Sapio

Agile, corsia preferenziale per l’ammodernamento?
E proprio sull’Agile ci si è focalizzati nella tavola rotonda. Secondo Gigante, il metodo Waterfall è oggi inadeguato, mentre bisogna passare a modelli agili che consentono di “raddrizzare il tiro” in corso d’opera. “Tuttavia – puntualizza – l’Agile non esclude i metodi tradizionali: la sua forza risiede proprio nella capacità di adattamento e condivisione, quindi nella scelta della metodologia giusta in base agli obiettivi specifici”.
Concorda Brambilla: “L’Agile in banca è sempre stato visto come la bestia nera, ma oggi sta prendendo piede: bisogna comunque trovare una giusta mediazione, perché certi ambiti necessitano comunque del modello Waterfall”. Gli istituti creditizi hanno finora privilegiato i metodi di sviluppo Waterfall perché sembrano offrire maggiori garanzie circa la predicibilità dei costi legati ai progetti e ai singoli requirement, oltre a un maggiore controllo sulla compliance.

Carlo Capalbo, Direttore Tecnologie Informatiche de Il Sole 24 Ore

“In Italia – interviene sul tema Riccardo Scomegna, Responsabile It Applicativi e Operations di Liguria Società di Assicurazioni – probabilmente tutte le aziende di medie dimensioni applicano l’Agile in maniera informale, ma è rischioso perché si crea un cortocircuito tra l’utente di business e il team di sviluppo, mancando la figura del project manager; senza coordinamento non viene creata la documentazione e quindi la cultura aziendale non viene trasmessa, con la possibilità di disattendere anche gli obblighi di compliance”.
“Più che di time-to-value, a volte bisognerebbe parlare di time-to-survive – ironizza Carlo Wolter, Cio di Tecnimex -: per questo le metodologie Agile si vanno diffondendo, perché permettono entro certi limiti di avere cicli limitati. Il problema però è più complesso: innanzitutto bisogna avere la capacità di scegliere le tecnologie e i progetti su cui puntare, avendo inoltre gli skill per potere adottare correttamente i nuovi strumenti”.

Riccardo Scomegna, Responsabile It Applicativi e Operations di Liguria Società di Assicurazioni

Il difficile dialogo tra business e It
Capalbo porta la discussione sul tema del governo dell’Enterprise architecture (intesa come applicazioni, tecnologia, dati, processi), per cui la collaborazione con il business è indispensabile dato che l’It non ha l’ownership su tutte le componenti.
Da qui la necessità di fare dialogare It e Lob, ma non è semplice. “I Sistemi Informativi – puntualizza Delfino – spesso non riescono a intercettare le richieste delle Lob, se non in modalità reattiva. Inoltre, bisogna ricordarsi che vale il percepito reale: se l’utente dice che l’applicazione non funziona, non funziona”.

Carlo Wolter, Cio di Tecnimex

“L’autoreferenziazione – suggerisce Zanchi – è un grosso rischio; non bisogna elaborare aspettative irrealistiche, ma collaborare con gli utenti interni in una logica di graduale rilascio di nuove funzionalità”.
“Alla fine – interviene Adriano Marrocco, Ict manager di Ivm Chemical – gli utenti si aspettano principalmente una cosa: informazioni complete e integrate, nonostante la parcellizzazione applicativa”. E da qui si intravedono tutti i “grattacapi” dell’It. In questo contesto, secondo Scomegna, i vendor e la consulenza possono ricavarsi spazio come “supporto psicologico” nella comunicazione tra It e business: “C’è un gap di linguaggio tra utente e sviluppatore che non riesce essere colmato dall’interno”.

Adriano Marrocco, Ict manager di Ivm Chemical

Quale ruolo per i vendor nel percorso di modernizzazione?
“Ma cosa chiedono le aziende ai vendor per essere aiutate nel complesso percorso evolutivo delle applicazioni?”, chiede Boldrini. Marrocco lamenta una carenza di proposizione sul piano delle tecnologie tradizionali [come le applicazioni Erp o Crm, ndr], mentre più dinamico è l’approccio sul fronte digital [soluzioni legate al web e al cloud oppure le app mobile, ndr]. Per Angelini il vendor deve essere un partner che condivide il rischio con il cliente e porta reale innovazione.
“L’importante – conclude Zanchi – è riuscire a creare la corretta condivisione di ruoli tra vendor e utente. Il software è il lato più umano dell’It, soggetto a errori e perfettibile; viene da sé che tutte le attività di evoluzione applicativa sono condotte da persone: scegliamo quelle giuste”.

 


Micro Focus per l’evoluzione applicativa

Supportare le organizzazioni nelle strategie di application modernization come chiave per valorizzare il business aziendale e ritrovare competitività in un mercato dinamico che chiede sempre più capacità di adattamento e velocità di delivery. È questa la mission Micro Focus, fornitore di software per sviluppare, testare, implementare, valutare e modernizzare le applicazioni aziendali business-critical. Nella vision del vendor, l’innovazione passa attraverso la componente infrastrutturale, quella applicativa, i linguaggi di programmazione e l’interfaccia utente: non bisogna necessariamente forzare ed estendere la modernizzazione a tutti gli ambiti, ma scegliere di volta in volta gli aspetti e le tecnologie su cui concentrarsi (ad esempio, intervenendo solo a livello di frontend e non di backend), sempre nell’ottica di razionalizzazione dei costi, velocità di delivery e declinazione sulle specificità del cliente. In particolare, le soluzioni offerte si propongono di fare evolvere il parco applicativo del cliente, in modo da ridurre i costi operativi e di sviluppo, incrementare la flessibilità e il valore delle risorse It e gestire al meglio i rischi inerenti alla progettazione e all’implementazione su mainframe e sistemi aperti. Micro Focus ha alle spalle oltre 30 anni di esperienza, più di 18.000 clienti e oltre due milioni di utenti con licenza in tutto il mondo, comprese 91 aziende Fortune Global 100.

 

Arianna Leonardi

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