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Viele: sviluppare l’It nazionale

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Viele: sviluppare l’It nazionale

09 Mar 2006

di Stefano Uberti Foppa, Elisabetta Bevilacqua

Orazio Viele, direttore ricerca e innovazione di Engineering, analizza le difficoltà dell’industria informatica nazionale, da cui deriva, a suo parere anche il modesto livello di innovazione delle imprese italiane in campo It. Siamo però ancora in tempo a recuperare i ritardi a condizione di sviluppare una cultura che veda l’industria del software e dell’Ict  fondamentale non solo per sè, ma per lo sviluppo del paese

ZeroUno: Quali sono le cause della carenza di innovazione basata sull’It nel nostro Paese e quali potrebbero essere le leve su cui agire per creare una situazione più favorevole?
Viele: La scarsa considerazione, nel nostro paese, di cui gode l’It come settore industriale, è a mio parere una delle cause principali della carenza di innovazione. Per la mia esperienza, infatti, l’informatica non viene comunemente considerata in Italia alla stregua di un’industria e l’innovazione nel settore del software è figlia di un dio minore. Le conseguenze di questa impostazione si sono fatte sentire non solo nello sviluppo del settore informatico, ma hanno avuto conseguenze negative su tutti gli altri settori e sulla loro capacità di innovare. Con ciò non intendo negare che in questi anni l’industria informatica non abbia avuto finanziamenti; ci sono stati sia in Italia sia a livello europeo fino a metà anni ’90, ma scarsamente finalizzati a far crescere l’industria, come sarebbe invece accaduto se si fosse puntato su grandi progetti infrastrutturali. Un esempio è l’idea delle autostrade informatiche lanciata da Al Gore negli anni ’90, alla base della ripresa economica degli Stati Uniti. Ma senza andare oltre Oceano basta guardare all’industria europea dove la maggior parte delle imprese che fanno il nostro stesso mestiere hanno raggiunto dimensioni tali da poter competere a livello paneuropeo a partire da grandi progetti governativi.
In Italia, l’incapacità pubblica di puntare su grandi progetti ha avuto come conseguenza il nanismo delle imprese italiane dell’It, mentre l’assenza di un’industria nazionale degna di questo nome aggrava il ritardo nell’acquisizione generale e diffusa di innovazione Ict. Infatti solo le imprese di una certa dimensione sono in grado di fare ricerca e di offrire prodotti e soluzioni capaci di agire sul miglioramento dei processi. In Italia invece sono nate come funghi piccole imprese It secondo la teoria che quello dell’informatica è uno dei settori privi di barriere all’ingresso: basta qualche idea e qualche computer. Ci sono state molte carenze anche a livello formativo: non si sono adeguati i percorsi, non si sono orientati i talenti.
Oggi quello italiano è un mercato colonizzato, nel quale i clienti faticano a valutare quanto proposto e finiscono dunque per affidarsi al marchio. Ma le grandi imprese multinazionali dell’informatica pensano altrove i progetti e le soluzioni per la Pubblica Ammnistrazione e per le imprese, riducendo la loro presenza nel nostro paese a reti commerciali. Quello italiano è fra l’altro considerato un mercato “facile”; infatti, a differenza di quanto accade altrove, anche  le poche imprese nazionali difficilmente si coordinano per fare fornte comune e orientare o comunque porre vincoli all’offerta delle multinazionali. Ciò limita la capacità dell’industria informatica di creare soluzioni che nascono dal confronto con i clienti e le poche aziende nazionali hanno spesso il complesso di inferiorità verso soluzioni che vengono da fuori.

ZeroUno: Se questo è lo scenario, cosa si  dovrebbe fare a suo parere per invertire la tendenza?
Viele: Non tutti i treni sono partiti; si tratta di riuscire a prenderne qualcuno prima possibile. In Italia ci sono ad esempio piccole imprese molto innovative che offrono soluzioni di livello internazionale, anche se incontrano difficoltà proprio in quanto italiane. Andrebbero sostenute e supportate. Inoltre stiamo assistendo ad alcune novità. Ad esempio le grandi multinazionali stanno abbandonando il terreno del delivery riducendo sempre più la propria struttura italiana alla componente commerciale; e ciò può aprire opportunità per le imprese italiane. Un punto fondamentale è però sviluppare una cultura che veda l’industria del software e dell’Ict  fondamentale non solo per sè, ma per lo sviluppo del paese e per il rilancio degli altri settori industriali.

ZeroUno: In conclusione, quali prospettive vede per la nascita di una vera industria informatica nazionale?
Viele: A livello europeo attualmente sono state indicate le priorità di ricerca con una prospettiva di lungo periodo alle quali è indispensabile che l’industria del software italiano partecipi.
Il contesto culturale per lo sviluppo dell’It è stato definito dal programma eEurope; i governi nazionali dovrebbero fornire indicazioni chiare di politica industriale. Lo sviluppo dell’industria nazionale potrebbe avvenire non tanto andando a creare componenti di base, ma con lo sviluppo di soluzioni che vadano a risolvere i problemi dell’industria e della Pa, secondo il modello di innovazione tipicamente italiano basato sulla combinazione intelligente di  componenti. Soprattutto nella Pa si dovrebbe dare ordine ai tanti progetti spesso duplicati e realizzati senza una visione strategica. Questi dovrebbero essere sviluppati a partire dalla domanda: quale Pa vogliamo fra 10 anni?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stefano Uberti Foppa
Direttore Responsabile

Giornalista professionista dal 1989, inizia ad occuparsi di giornalismo nel settore informatico nel 1981, partecipando all'avvio della sede italiana del settimanale Computerworld. Nel 1987 passa al mensile ZeroUno di cui nel 1997 assume la direzione insieme a quella del settimanale PcWeek Italia. Opinion leader riconosciuto nel settore Ict in Italia, attualmente è direttore responsabile di ZeroUno edito da Ict&Strategy, società del Gruppo Digital360.

Elisabetta Bevilacqua
Giornalista

Sono attiva dal 1989 nel giornalismo hi-tech, dopo esperienze in uffici studi di grandi gruppi e di formazione nel settore dell’informatica e, più recentemente, di supporto alle startup. Collaboro dal 1995 con ZeroUno e attualmente mi occupo soprattutto di trasformazione digitale e Industry 4.0, open innovation e collaborazione fra imprese e startup, smart city, sicurezza informatica, nuove competenze.

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