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Vendor It: analisi della crisi e risposte per una via d’uscita

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Vendor It: analisi della crisi e risposte per una via d’uscita

31 Mar 2009

di Riccardo Cervelli

Dopo aver chiesto ai responsabili It di diverse imprese cosa significhi gestire oggi i sistemi informativi con alcuni tagli di budget ma senza rinunciare del tutto all’innovazione e al supporto del business, abbiamo posto ad alcuni fornitori una serie di domande per cercare di capire come vedono loro l’attuale momento di cambiamento, come, dal loro punto di osservazione, si svilupperà il mercato It futuro, e cosa stanno facendo per “adeguarsi” a questa “rivoluzione”.

Dopo aver sentito alcuni utenti per cercare di capire nel merito cosa significhi gestire oggi i sistemi informativi con alcuni tagli di budget ma, abbiamo visto, senza rinunciare del tutto all’innovazione e al supporto business, lasciamo la parola ai vendor ai quali abbiamo posto una serie di domande per cercare di capire come vedono loro l’attuale momento di cambiamento, come, dal loro punto di osservazione, si svilupperà il mercato It futuro e cosa stanno facendo per “adeguarsi” a questa “rivoluzione”.
Una prima importante conclusione a cui possiamo giungere dal confronto di tutte le risposte è che, se è vero che già da un triennio circa si assisteva a una domanda di riduzione dei costi e di ottimizzazione degli investimenti, questo trend ha subito un’impennata in autunno. E se proprio vogliamo individuare una data cruciale, Manuel Vellutini (nella foto), Coo di Tagetik, produttore italiano di soluzioni per il Corporate Performance Management, suggerisce il 15 settembre 2008, quando è stato annunciato il fallimento della Lehman Brothers, una realtà considerata un tempio intoccabile della finanza mondiale.
In quei giorni Vellutini si trovava proprio a New York, dove la lucchese Tagetik ha una sede operativa, per visitare alcuni clienti, tra i quali una delle maggiori concorrenti di Lehman. Da quel momento, osserva il Coo della software house toscana, “abbiamo visto crescere un senso di incertezza verso il futuro che ha portato molti a chiedersi dove fosse meglio investire e dove tagliare. E, come spesso accade in queste situazioni, molti hanno scelto di rimanere per un po’ alla finestra. Questo è avvenuto soprattutto negli ultimi tre mesi dello scorso anno. Da gennaio abbiamo notato una ripresa dei percorsi di valutazione, ma in uno scenario diverso dal passato. Mentre fino a poco tempo fa le aziende prima decidevano di effettuare un investimento It, quindi si stabiliva un budget, poi lo si faceva approvare, e subito si iniziava la selezione delle soluzioni da implementare, oggi – poiché le esigenze rimangono, ma il budgeting è magari fermo – i Cio e i business manager iniziano a fare dei cicli di valutazione nella speranza che, nel frattempo, i tempi migliorino e, prima dell’inizio dei progetti, i budget vengano approvati”.

 

Figura 1: Le strategie delle principali aziende italiane secondo i Cio intervistati (2008-2009)
(cliccare sull’immagine per ingrandirla)

Nessun blocco dell’evoluzione dell’It
L’affresco che emerge dalla nostra inchiesta presenta degli aspetti comuni in tutte le situazioni considerate e altri variabili. Del punto di vista di Antonio Pezzinga (nella foto), responsabile della divisione system integration & technology di Accenture Italia , “le situazioni sono diverse in funzione del mercato. I comportamenti sono differenti se parliamo di telco, di banche o di automotive, per esempio. In ogni caso, escluderei che, in generale, si assista a un’interruzione degli investimenti It. Anzi, direi che si assiste alla partenza di molte nuove iniziative. In particolare in due settori. Uno è quello dei progetti che permettono di aumentare il vantaggio competitivo, come quelli relativi al Customer Relationship Management, la Business Intelligence, il marketing. Le imprese tendono a cercare di sfruttare al meglio la loro conoscenza dei clienti e di aumentare la bottom line che possono realizzare con loro. Il secondo settore è quello delle iniziative che servono a ridurre i costi operativi. Ci riferiamo, per esempio, alla virtualizzazione e alla creazione di ambienti condivisi grazie all’utilizzo del cloud computing. I comuni denominatori sono la riduzione delle spese di manutenzione e l’obiettivo di rendere più flessibili e veloci i processi”.
Pur essendo innegabile una richiesta da parte di imprenditori e top manager di ridurre la spesa It, questa sembra non impattare sui progetti strategici avviati e sulle iniziative considerate necessarie per aumentare la competitività, rafforzare il rapporto con i clienti, entrare in nuovi mercati e, last but not least, migliorare la governance dell’It per aumentare il contributo della tecnologia all’ottenimento degli obiettivi di business con una diminuzione, però, degli sprechi. “C’è una tendenza al consolidamento della spesa nelle aree che riguardano il funzionamento – sostiene Tatiana Rizzante (nella foto), amministratore delegato di Reply – come, per esempio, lo sviluppo e la manutenzione. Si continua invece a investire su progetti innovativi che non sono fini a se stessi ma permettono effettivamente di migliorare il modo di lavorare e i prodotti. Due mercati in cui quest’ultima tendenza è ben visibile sono quelli delle telecomunicazioni e dei media”. Dello stesso parere è Daniele Berardi (nella foto), vicepresidente Global Technology Services di Ibm Italia: “Quello che vediamo nel mercato è che la maggioranza delle aziende prosegue e conferma gli investimenti strategici già iniziati (re-engineering di sistema informativo o di applicazioni strategiche). In questo momento i vertici aziendali, Cfo e Ceo, analizzano con estrema attenzione tutti i nuovi  investimenti in tecnologie soprattutto se fatti a solo fine di rinnovo tecnologico e, a meno che questi non abbiano un chiaro Roi a breve con una gran focalizzazione sul miglioramento del cash flow aziendale, ci sono poche speranze che li approvino. In sostanza, i nuovi investimenti si devono ripagare in modo certo ed in tempi brevi, e il miglioramento del cash flow deve essere immediato. Inoltre c’è grande attenzione verso tutto ciò che può portare alla riduzione dei costi: lo vediamo, come Ibm, attraverso le nostre offerte di servizi che indirizzano questo specifico scopo”.

Cresce l’attenzione al Roi immediato
Mentre nei periodi di “vacche grasse” le imprese continuavano a spendere in modo massiccio a tutto campo, e a seconda del momento emergevano delle “mode” che diventavano oggetto di investimenti quasi a fondo perduto (pensiamo, per esempio, a determinate “epopee”, come quelle dei primi progetti di data warehousing, Crm, e-commerce), oggi l’atteggiamento è decisamente cambiato. “Rispetto al periodo d’oro di qualche anno fa, quando si varavano progetti anche a fronte di business casi incerti – conferma Pezzinga -, oggi le imprese non fanno partire nulla se non a fronte di un prevedibile ritorno sugli investimenti”. Questo atteggiamento, dal nostro punto di vista, può far correre il rischio di cadere nell’eccesso opposto rispetto al passato: che cioè, in alcuni casi, per scarsa sensibilità degli imprenditori verso il valore dell’It o incapacità dei responsabili It di ragionare in ottica di business e convincere il top management della validità di nuove scelte tecnologiche, non si investa sul rinnovamento dell’esistente e sul lancio di nuove iniziative. Per fortuna, questa non sembra essere la situazione più diffusa, per lo meno nelle medie e grandi aziende. Per le Pmi il discorso è più complesso, e si deve tenere conto di fattori come la situazione attualmente critica in cui versano determinati distretti o filiere, la difficoltà di accesso al credito e così via. Ma delle soluzioni, come vedremo, ci sono anche per loro. Nella maggior parte dei casi i consigli amministrazione e i responsabili di business hanno ormai compreso il valore del corretto utilizzo dell’Ict e quindi, a trovarsi oggi sotto la lente di ingrandimento, sono la gestione del demand management, del planning e budgeting, dell’It governance e della gestione del rapporto con i fornitori.

Verso quali progetti?
“La situazione congiunturale – conferma Augusto Abbarchi (nella foto), amministratore delegato di Sap Italia – ha imposto ampie rivisitazioni dei progetti in corso nelle aziende, ovviamente non solo sul fronte It. Per quanto riguarda il nostro punto di osservazione abbiamo appurato che la crisi ha aiutato a razionalizzare e a ridefinire le prospettive con il risultato che molti progetti in corso presso i nostri clienti sono stati confermati e rafforzati dato l’elevato contenuto strategico. Oggi si osserva che l’attenzione sui temi It non è soltanto sul tavolo del Cio ma coinvolge le diverse linee di business, dal direttore vendite alla produzione, dal customer care al marketing fino all’amministratore delegato. L’It è ormai in stretta intimità con la strategia  aziendale e non solo strumento a supporto dei diversi aspetti del business. Un esempio è quello dell’utilizzo di soluzioni di e-commerce. Oggi  possono efficacemente aiutare a perseguire una strategia retail già impostata, limitando ad esempio gli investimenti in apertura di Pos, per le aree geografiche dove la penetrazione di Internet permette di raggiungere il cliente con facilità”.
Gli fa eco Sergio Rossi (nella foto), amministratore delegato di Oracle Italia: “Fino a qualche anno fa, l’immagine dell’It era quella di un costo aziendale, un male necessario di cui non si poteva fare a meno. Oggi, per fortuna, per moltissime aziende non è più così: la leva tecnologica è sempre più integrata nel business dell’azienda, da qui la riflessione e, se vogliamo, la conferma del fatto che le leve strategiche non possono essere toccate in un periodo di crisi. Questo noi lo vediamo un po’ in tutte le aree dei sistemi informativi. Chi ha deciso di lanciare un progetto strategico di Business Intelligence su una determinata divisione aziendale, ad esempio, non lo ha certo bloccato. Lo stesso discorso vale per chi ha compiuto delle scelte architetturali importanti che guardano alla flessibilità e all’integrazione dei sistemi o a chi ha pianificato un arricchimento funzionale del proprio parco applicativo”.
La situazione specifica in cui versano determinati mercati verticali o singole aziende, può dettare – in un quadro come quello descritto – scelte diverse. “Nel settore del software business-to-business, e in particolare in quello per la gestione manageriale delle informazioni e dei processi e per la governance di aziende e istituzioni, non notiamo una particolare contrazione degli investimenti, ma piuttosto un’attenzione maggiore all’analisi della spesa. Progetti di Performance Management in particolare in ambito rischio, Crm e financial management, non possono essere rimandati dalle imprese, in quanto spesso sono il motore che spinge verso il vantaggio competitivo. Temi di particolare attualità anche nella Pa, come sottolinea spesso il Ministro Brunetta”. Anche secondo Vellutini di Tagetik, un crescente numero di imprese oggi tende a investire in soluzioni che aiutano a tenere sotto controllo indicatori chiave del business. “Oggi molte realtà – aggiunge – valutano il Corporate Performance Management perché in questo periodo di crisi si sono accorti che non misuravano bene le performance. Ci sono settori che in passato non hanno preso in considerazione l’investimento in Cpm e ora lo fanno. Un esempio è quello della moda. Molte aziende di questo comparto hanno speso molto in varie direzioni, negli anni passati, e ora si accorgono di non avere soluzioni si misurazione delle performance molto strutturate. Una soluzione di Cpm non aiuta direttamente ad aumentare la produttività dell’azienda, ma è insostituibile in un periodo di crisi per capire a fondo cosa è in grado di fare cassa, quali sono i Paesi in cui si cresce e quelli dove, invece, si risente di più della crisi”.

Avere informazioni utili e gestire meglio il rischio
In generale, si potrebbe dire che la situazione economica attuale stia riportando di attualità, in un modo più pragmatico e non solo come fenomeno di tendenza, la business intelligence e le applicazioni analitiche. Aggiunge Carlo Grandi (nella foto), amministratore delegato di Sas: “Notiamo che le aziende si rivolgono alle nostre soluzioni di business analytics per ottenere – a partire dall’enorme volume di dati presenti in azienda – informazioni utili a generare e salvaguardare i profitti. A riprova di ciò, nel 2008 abbiamo registrato una crescita del 28% sulle vendite di soluzioni di risk management e del 18% di quelle di ottimizzazione. Le aziende avranno sempre più necessità di sfruttare i dati in loro possesso specialmente in periodi in cui è in gioco la loro sopravvivenza. Notiamo che la crisi finanziaria sta accrescendo l’importanza che le aziende danno all’aumento dei loro investimenti in determinate aree, come la gestione delle frodi e il rischio, e costringe le aziende ad effettuare dei cambiamenti e a investire in quelle aree che richiedono ottimizzazione”.
Se da una parte, però, le aziende sono consce della necessità di dotarsi di nuovi strumenti informatici per analizzare come aumentare la redditività del business, risolvere i problemi di inefficienza e mitigare i rischi (in questo contesto va segnalato la continua crescita di investimento in soluzioni di sicurezza e compliancy), dall’altra, anche per poter ricavare risorse da destinare all’innovazione, si cerca di diminuire i costi di manutenzione e gli sprechi in aree come le applicazioni e le architetture It. E questo si cerca di ottenerlo in due modi: da una parte provando a rinegoziare i contratti con i service provider, dall’altra adottando nuove soluzioni che consentono di risparmiare in maintenance e di massimizzare l’uso delle risorse esistenti.

Prezzi: più bassi di così…
“Per quanto riguarda i servizi – testimonia Rizzante di Reply – è normale che nelle situazioni come questa si assista a una pressione sui prezzi. Ma più di tanto non credo che ormai si possa scendere. Rispetto al costo orario di lavoro, se ci confrontiamo con il resto d’Europa, abbiamo raggiunto una bottom line non più superabile. Siccome però la richiesta di riduzione di costi in questo ambito esiste, l’unica soluzione è quella di aumentare l’ingegnerizzazione dei servizi, cioè automatizzare il più possibile in modo da contenere l’impegno delle risorse umane”. Interviene Fabrizio Tittarelli (nella foto), technical sales director di Ca Italia: “Ad essere più impattati dalla tendenza alla rinegoziazione sono i fornitori con cui le aziende hanno in essere contratti quadro sia per quanto riguarda la consulenza sia per quanto concerne il software e l’hardware”. Una velleità, quest’ultima, che però rischia di scontrarsi contro una realtà ormai sotto gli occhi di tutti: “I prodotti hardware – afferma Davide Salmistraro (nella foto), Enterprise & Public Sector marketing manager di Microsoft Italia  – ormai hanno prezzi per cui i margini sono talmente bassi che più oltre non si può andare”. Il manager di Microsoft dichiara di non aver rilevato una tendenza dei clienti del software di Redmond a non rinnovare i contratti di manutenzione. Secondo Salmistraro, “il problema delle rinegoziazioni riguarda più chi fornisce servizi professionali. E non parlo tanto dei ragazzi che girano per le aziende a sistemare i Pc, quanto degli architetti e dei consulenti. Le imprese oggi tendono a massimizzare l’expertise interna e a ricorrere meno al body rental. E questo anche per due ragioni: motivare il proprio personale e mantenere il proprio know how interno”.

Verso il co-sourcing e i modelli SaaS
Questo trend spiega in buona parte anche perché molte aziende, oggi, preferiscono non ricorrere all’outsourcing globale o, se lo hanno già fatto, tendono a riportare all’interno alcune attività e a lasciare esternalizzati solo alcune aspetti tecnologici o processi non core business. È quello che si definisce co-sourcing. “La propensione a esternalizzare processi It – sostiene Tittarelli di Ca – dipende da diversi fattori, come il settore di attività – le banche, per esempio, sono poco propense a dare in outsourcing lo sviluppo applicativo – il rapporto It/competitività, la presenza o l’assenza di un Cio innovativo che sa decidere cosa esternalizzare per liberare risorse da dedicare a innovazioni strategiche”. Berardi di Ibm: “A fronte della richiesta di riduzione dei propri costi, molte aziende rivedono la propria politica di esternalizzazione e preferiscono mantenere in casa la sola governance del servizio, approfittando degli indubbi vantaggi che operatori su vasta scala (quali Ibm) possono portare in termini di gestione industrializzata dell’It, economie di scala,  formazione e aggiornamento del personale. Non c’è vantaggio competitivo per le aziende, in nessun settore d’industria, nel mantenere in casa infrastrutture e competenze che comportano importanti costi di gestione ed aggiornamento tecnologico e umano quando ci sono partner che possono fornire un servizio migliore, ad un costo ridotto e rispondendo più velocemente alle modifiche imposte dalle esigenze di mercato”.
Se nella maggior parte dei casi le aziende possono avere interesse a esternalizzare solo i data center (ma cum grano salis, avvertono alcuni degli intervistati, perché a volte può essere controproducente lasciare ai dipartimenti It interni solo compiti di gestione delle richieste e di controllo Sla), i servizi di comunicazione, quelli di sicurezza o il testing applicativo, e tenere al proprio interno le applicazioni e la governance strategica, per molte – e soprattutto per le piccole e medie imprese – appare sempre più interessante il ricorso alle applicazioni acquistate come servizio online e in modalità pay per use. Tagetik, per esempio, sta lavorando per proporre in futuro versioni SaaS anche di soluzioni per il Cpm. Laboratori sul SaaS sono stati costituiti u po’ da tutti i vendor, da Microsoft alla stessa Ca. “Le imprese – dice Robin Daniels (nella foto), senior manager Product Marketing Emea di Salesforce – si stanno focalizzando sul Crm con diversi obiettivi, tra i quali l’aumento del vantaggio competitivo e la crescita dell’interazione e del business generato con il consumatore. E vogliono ottenere di più spendendo meno. Il modello Saas garantisce ai nostri clienti una maggiore prevedibilità dei loro costi. Sempre più aziende ricorrono al SaaS e alle soluzioni basate sul cloud computing perché offrono un ritorno immediato degli investimenti, prezzi convenienti e bassi rischi”. Ovviamente non in tutti i casi il SaaS può risultare convincente per le aziende: “L’approccio SaaS, che va nella direzione di minimizzare i costi di investimento di un progetto It con la formula del noleggio della licenza e del servizio completo, ha nella sua forza a volte anche il suo potenziale punto di debolezza: se non è in grado di servire in maniera completa ed integrata i processi aziendali può, di fatto, essere considerato un investimento non vitale e quindi facilmente sacrificato”.

Flessibilità e… green It
Tra i progetti che, invece, sono sempre più presi seriamente all’interno delle aziende, ci sono quelli rivolti a massimizzare e rendere più flessibile l’uso delle risorse It. In crescita, nella classifica delle iniziative più gettonate, ci sono anche quelle mirate a un “green It”. “Grazie alla virtualizzazione – afferma Salmistraro di Microsoft – le imprese possono ottenere un risparmio puro di spazio fisico e di consumi energetici. Se un’azienda riesce a portare in un solo server tutti i suoi software legacy, può risparmiare sui costi di manutenzione di più macchine”. Della stessa opinione è Agostino Santoni (nella foto), direttore vendite Technology Solutions Group di Hp Italia: “Notiamo un rinnovato interesse verso soluzioni in grado di generare concreti vantaggi in termini di  risparmio energetico, riduzione dei costi di gestione e ottimizzazione degli spazi”. Gli fa eco Tittarelli di Ca: “Vedo proseguire – a volte anche in seguito a operazioni di merger & acquisition – le iniziative di consolidamento sia dei data center sia delle applicazioni, grazie a un utilizzo sempre più massiccio di soluzioni di virtualizzazione e di gestione delle infrastrutture”.
La parola gestione, insieme a innovazione, torna spessissimo in questo periodo. Gestione come capacità di fornire i migliori servizi It al business, ottimizzare gli investimenti, pianificare e governare l’innovazione, ridurre gli sprechi e i consumi. Servire al meglio tutti gli stakeholder aziendali e sociali. “I Cio di oggi – continua Tittarelli – devono essere leader di business cliente-centrici, assicurare la qualità e la sicurezza dei servizi. Per questo Ca ha adottato un approccio integrato che facilita non solo la gestione della complessità tecnologica, ma che tende a unificare le tecnologie, i processi e le persone. Per questo abbiamo investito molto nell’integrazione, nell’acquisizione di leader di mercato in ambiti specifici del management, nello sviluppo interno e nella razionalizzazione dell’offerta”.

Non è più tempo di slogan
È questa un’epoca in cui i vendor possono ancora continuare a lanciare slogan, ma occorre che questi siano supportati da effettive proposte innovative in grado di aumentare il valore che l’It oggi può dare al business e, in generale, alla società. “Hp – sottolinea Santoni – rinnova costantemente il proprio portafoglio per supportare le aziende nell’acquisire maggiore consapevolezza del valore aggiunto delle nostre soluzioni. Per esempio, abbiamo introdotto un’offerta per l’evoluzione tecnologica dei Data Center, già implementata con successo al nostro interno, per aiutare le aziende a modernizzare l’ambiente It e ottenere una riduzione della spesa, una maggiore flessibilità e un migliore supporto alla crescita del business, ottimizzando spazi e fabbisogno energetico (risparmi fino al 40% dei costi dell’energia di raffreddamento). Un’altra iniziativa per l’offerta software Bto (Business Technology Optimization) e Im (Information Management) è l’introduzione di un’opzione di finanziamento a tasso zero a disposizione dei clienti qualificati attraverso la divisione Hp Financial Services”.
Sul fronte del software, Abbarchi fa notare come “l’attuale contesto economico spinga le aziende a focalizzarsi sul valore di business a breve termine, mantenendo un’architettura It coerente. I maggiori analisti di settore sono tutti concordi nell’affermare che un approccio It modulare e a basso rischio, non solo aiuta le imprese a mantenere la competitività in tempi di turbolenza economica, ma le pone nella favorevole posizione di poter cogliere rapidamente le opportunità di business fin dal principio della ripresa. In questa direzione, Sap ha recentemente annunciato il rilascio della nuova Sp Business Suite 7, una soluzione modulare che consente alle aziende di ottimizzare le performance aziendali, contenendo i costi It. La nuova suite, che include Erp 6.0 ed estende l’architettura degli Enhancement Package a tutte le aree applicative della Sap Business Suite, nasce con molte novità: facilitare in maniera definitiva gli upgrade aiutando i clienti a limitare il Tco, permettere di accedere in maniera dettagliata alle informazioni ed ai dati della piattaforma grazie all’integrazione delle capacità analitiche del portfolio Sap BusinessObjects ed infine migliorare la flessibilità ed adattabilità del sistema grazie alla piena adozione di una architettura Soa”.
Da parte sua, Salmistraro focalizza l’elemento strategico della virtualizzazione e del “downsizing”. “Con la nostra campagna ‘It’s everybody’s business’ focalizziamo i nostri messaggi su come la tecnologia può rendere tutto più efficiente e meno costoso. Per esempio abbiamo integrato gli strumenti di business intelligence all’interno del nostro database Sql server offrendo enbrambe le funzionalità su un’unica piattaforma. E permettendo a questa di essere acceduta dagli utenti attraverso l’interfaccia di Bi più diffusa al mondo: Excel”. In un mondo sempre più tecnologico e interconnesso, Ibm ha lanciato la sua strategia Smarter Planet che promette “di indirizzare – spiega Berardi – le problematiche di sostenibilità e di fare diventare tutto più intelligente”. Come? “Le tre esigenze principali che le nuove infrastrutture di oggi devono garantire – risponde il manager di Ibm – sono: la capacità di gestire, attraverso il Service Management, processi di business e risorse fisiche (come ad esempio le reti elettriche) grazie all’integrazione fra infrastrutture fisiche e digitali; la capacità di gestire, memorizzare ed  analizzare l’enorme mole di informazioni generate quotidianamente nel mondo: 15 nuovi petabyte di informazioni  ogni giorno, un volume otto volte superiore a quello presente in tutte le biblioteche degli Stati Uniti; la riduzione delle inefficienze su vasta scala”.
Quali sono invece i nuovi approcci dei system integrator e service provider? “La nostra strategia – conclude Pezzinga di Accenture- è basata sulla valorizzazione dei nostri centri e lo sviluppo di software su scala industriale. Con la riusabilità delle soluzioni si possono prevenire le sorprese. Grazie ai centri è possibile fare massa critica sulle competenze e far scalare i servizi a fronte dei picchi di richieste degli utenti. La nostra attività si svolge intorno a quattro filoni di sviluppo. Tre sono relativi ai prodotti di tre package vendor – Sap, Oracle e Microsoft – uno intorno ai mondi dell’open source e di Java. In questi centro prepariamo dei prelavorati che poi vengono implementati su misura presso i clienti”.
Anche Reply punta su una struttura basata su gruppi specializzati, in grado di lavorare in modo integrato. “Da un lato – spiega Tatiana Rizzante – abbiamo gruppi che operano su servizi gestiti, il cui obiettivo è perseguire la massima ingegnerizzazione al fine di offrire la migliore qualità al minor prezzo. Dall’altra abbiamo gruppi suddivisi per tematiche innovative ai quali connettiamo know how specializzati per industry. Abbiamo un gruppo dedicato alla sicurezza che impiega direttamente specialisti per industry perché, per esempio, determinate nuove applicazioni per settori come le telco e la tv su Internet devono essere pronte domani e non tra anni. A livello di temi innovativi stiamo investendo molto sull’Internet degli oggetti – in machine-to-machine – e quello delle persone, in particolare i social network”. Per l’amministratore delegato di Reply, “il 2009 sarà un anno duro. Sono convinta anche che il mercato It che emergerà nel 2009 e nel 2010 avrà una faccia molto diversa da quello attuale”.

 

Leggi anche Spesa It 2009: dove, come e quanto. La parola agli utenti

 

Riccardo Cervelli
Giornalista

57 anni, giornalista freelance divulgatore tecnico-scientifico, nell’ambito dell’Ict tratta soprattutto di temi legati alle infrastrutture (server, storage, networking), ai sistemi operativi commerciali e open source, alla cybersecurity e alla Unified Communications and Collaboration e all’Internet of Things.

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