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Strumenti e modelli per il “trasferimento tecnologico”

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Strumenti e modelli per il “trasferimento tecnologico”

03 Set 2006

di Elisabetta Bevilacqua

L’innovazione, intesa come capacità di realizzare nuovi prodotti e servizi da proporre su un mercato internazionale presuppone la realizzazione di una filiera, capace di connettere le competenze a livello di ricerca con le imprese ed il mercato, stimolando la nascita di start-up innovative. Come abilitare questo processo?

“Aziende importantissime a livello internazionale sono state cancellate; patrimoni enormi di conoscenza nazionali sono spariti. Dobbiamo decidere se accettare per sempre questa situazione come un destino o se vogliamo invece sfruttare conoscenze e intelligenze per cercare  di competere almeno in alcuni settori della tecnologia. Provare questa seconda strada credo sia non solo possibile, ma sia una necessità e un dovere per il Paese, oltre che per la Sardegna. Ma per percorrerla è necessario non solo fare più ricerca, ma anche puntare sul trasferimento tecnologico per favorire la nascita di imprese innovative”. Questa la dichiarazione di Renato Soru, Presidente della Regione Sardegna, in apertura del convegno “Sardegna Terra ICT”. La giornata (vai all’articolo Sardinia Ict: valorizzare le competenze esistenti, attirarne di nuove), aveva l’obiettivo, oltre che di lanciare il distretto Ict della Regione, anche quello di presentare le politiche regionali per le tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

 

Il problema principale sembra essere non tanto la quantità e la qualità della ricerca quanto, soprattutto, la capacità di trovare adeguati strumenti e modelli per il cosiddetto  “trasferimento tecnologico” che consentano di tradurla in innovazione per le imprese e per il Paese. Le buone intenzioni non mancano, come documenta un’indagine pubblicata alla fine dello scorso anno  sui “Centri per l'Innovazione e il Trasferimento Tecnologico (CITT)”, realizzata da IPI nell’ambito dell’iniziativa RIDITT promossa dal Ministero delle Attività Produttive (http://www.riditt.it/documenti/Indagine_CITT.pdf).
L‘indagine ha censito ben trecento centri che, con varia denominazione e secondo differenti modelli, si occupano di innovazione e trasferimento tecnologico. Ma, a quanto sembra, solo alcuni di questi hanno le risorse e l’esperienza necessarie per garantire pratiche efficaci. Gran parte di essi sono, per esempio, di recente costituzione (e dunque ancora poco radicati nei propri territori), sottodimensionati (più di un terzo ha meno di dieci persone), poco specializzati e con elevato turn-over. Uno dei risultati è, per esempio, che le attività più frequentemente richieste dalle aziende sono il supporto alla stesura di business plan o la consulenza per il reperimento di finanziamenti, che rappresentano attività certo importanti ma non centrali nel processo di innovazione.
C’è dunque tanta attività, ma non sempre ben coordinata e finalizzata, come ha evidenziato anche il panel conclusivo dell’Idc Innovation Forum, coordinato da Gabriella Cattaneo di Idc e da Fabio Pistella, Presidente Cnr, dal titolo “Innovazione e competitività: esperienze sul territorio a confronto”. La tavola rotonda ha evidenziato una notevole articolazione delle posizioni, ma anche delle potenzialità  presenti, mentre il confronto garbato non ha nascosto la presenza, fra importanti responsabili delle attività di trasferimento, di posizioni fortemente differenti sia sul ruolo delle diverse entità preposte all’innovazione sia su come individuare una linea di governance complessiva unitaria, pur salvaguardando l’originalità dei modelli locali.
Nel corso dell’incontro l’attuale Ministro della Funzione Pubblica e dell’Innovazione tecnologica Luigi Nicolais, all’epoca Presidente del Distretto Imast e consulente del Ministro Moratti per i Distretti Tecnologici, ha colto l’occasione per illustrare il modello seguito per l’identificazione dei 23 distretti tecnologici finora approvati. Si è seguita una logica bottom-up a partire dalla segnalazione delle Regioni, considerando la presenza sul territorio di competenze scientifiche (centri di ricerca pubblici o privati, università, ecc.), la presenza di industrie innovative, le potenzialità di attrazione per gli investimenti.  Nicolais ha in particolare sottolineato la differenza nella governance per poli, dove ci sono poli nei quali è prevalente la concentrazione di competenze e altri che si basano invece soprattutto su concentrazioni di imprese innovative. Non solo sono necessari diversi sistemi di valutazione, ma anche distinzioni per il reperimento dei finanziamenti: fondi europei e nazionali per le attività di ricerca e conoscenza, fondi prevalentemente regionali per le attività di trasferimento.
Alessandro Giari, Presidente del Polo Tecnologico Navacchio e presidente dell’Associazione Parchi Tecnologici, sottolineando la necessità di maggiore  sistematicità e di indirizzi chiari, che invece la proliferazione dei centri per il trasferimento tecnologico sembra negare, ha sottolineato la necessità di maggior attenzione alla misura dei risultati e la necessità di distinzione fra  ricerca e trasferimento tecnologico. “Va sfatata l’idea che ci possano essere soggetti che da soli possano attuare il trasferimento. Si tratta piuttosto di un processo a fliliera  che può essere abilitato da più nodi specializzati”, ha sostenuto Giari.

 

 

 

Un'immagine del Polo Tecnologico Navacchio

 

 

Sembra differire dalla posizione di Giari, che vede il processo di trasferimento come frutto di lavoro condiviso, quella di Luigi Rossi Luciani, Presidente di Veneto Nanotech, che ha sottolineato come il modello adottato dal suo distretto veda le imprese soprattutto come clienti.
Mirano Sancin, direttore generale del Parco Scientifico Tecnologico Kilometro Rosso, concordando con la necessità di fare sistema, ha indicato la necessità, per i distretti, di fungere da acceleratori per valorizzare quanto già c’è. “Dieci anni fa si discuteva a livello europeo dei parchi tecnologici, ma poi i risultati sono stati deludenti visto che non sono stati sostenuti i processi di trasferimento, che hanno a che vedere più con la distribuzione che con la specializzazione, ma soprattutto i progetti di ricerca”, ricorda Sancin, sottintendendo che lo stesso rischio può essere corso dai nascenti distretti tecnologici (più della metà dei quali per ora solo sulla carta).
E dunque più che discutere se siano più efficaci i distretti tecnologici, molti dei quali ancora sulla carta o i parchi tecnologici, sarebbe preferibile uscire dal nominalismo per concentrare le scarse risorse disponibili su quanti danno prova di operare concretamente, mettendo a punto adeguati sistemi di misura e mettendo in rete le esperienze, per meglio finalizzarle.
Concentrare gli sforzi (soprattutto in termini finanziari) sembra essere la parola d’ordine anche di  Stefano Turi, direttore generale di Filas, finanziaria della Regione Lazio, che ha sottolineato la sproporzione spesso esistente per i centri per l’innovazione e il trasferimento, fra obiettivi e ambizioni.

Elisabetta Bevilacqua
Giornalista

Sono attiva dal 1989 nel giornalismo hi-tech, dopo esperienze in uffici studi di grandi gruppi e di formazione nel settore dell’informatica e, più recentemente, di supporto alle startup. Collaboro dal 1995 con ZeroUno e attualmente mi occupo soprattutto di trasformazione digitale e Industry 4.0, open innovation e collaborazione fra imprese e startup, smart city, sicurezza informatica, nuove competenze.

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