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Soa: verso quale percorso?

pittogramma Zerouno

Soa: verso quale percorso?

10 Mag 2007

di Elisabetta Bevilacqua

Soa: cos’è? Come si fa? Cosa offre? Perche’ sceglierla? Quali sono i vantaggi? E soprattutto: come affrontare i problemi che derivano all’azienda dalla sua introduzione?
Lo scorso 15 marzo si è svolta una tavola rotonda, coordinata dal direttore di ZeroUno Stefano Uberti Foppa, su questo tema che ha messo a confronto visioni, strategie ed esperienze di alcuni Cio di primarie società operanti in Italia per capire l’attuale stato del mercato e individuare la  strada futura

 

Le imprese e le organizzazioni, anche in Italia, guardano con sempre maggior attenzione a tutti gli strumenti che mettano l’It in condizioni di offrire, con minori costi di mantenimento e sviluppo, risposte puntuali alle esigenze del business, che evolve e si modifica con ritmi accelerati rispetto al passato. Da qui l’interesse, per ora limitato ai reparti It delle aziende, alla Service Oriented Architecture (Soa), che offre un approccio e un insieme di tecnologie che promettono un concreto supporto per allineare l’It alle istanze del business, consentendo al tempo stesso il recupero di efficienza nello sviluppo del software e nell’utilizzo delle infrastrutture.
A partire da questo quadro evolutivo ZeroUno ha messo a confronto esigenze ed esperienze concrete, nel corso di una recente tavola rotonda, con l’obiettivo di approfondire alcuni aspetti della Soa, andando ad analizzare i fondamentali dell’architettura, evidenziandone i vantaggi rispetto alle esigenze del business, esaminando i diversi approcci implementativi, la necessità di integrazione con l’esistente, le criticità di percorso, senza trascurare gli approcci organizzativi e gli strumenti di governance connessi alla gestione di un’architettura Soa.

Maggior efficienza, ma soprattutto miglior time-to-market
La motivazione per introdurre la Soa nasce per Sia (www.sia.it ), società che fornisce servizi alle banche, dalla necessità di ridurre i costi nella realizzazione e nella gestione dei prodotti per clienti, ma anche dall’opportinità che la Soa offre di realizzare in tempi sempre più brevi nuovi prodotti.
“Siamo partiti 2-3 anni fa pensando alla Soa come ad un approccio che ci aiutasse a risolvere questi problemi guardando al futuro”, spiega Maurizio Petracca (nella foto a destra), direttore Sw factory mainframe di Sia. “Si è reso necessario un cambiamento in termini di processi e di organizzazione, con una It governance che guidasse nel tempo le scelte e governasse l’evoluzione. Nella nostra esperienza la Soa risponde, da un lato, all’esigenza di velocità e flessibilità e, dall’altro, consente di risparmiare ed essere più efficienti in termini di costi”.
Secondo Gianfranco Lorusso (nella foto a sinistra), Cio di Bpu Banca (www.bpubanca.it ), la prima risposta che ci si aspetta dalla Soa è la possibilità di migliorare il time-to-market. “In Bpu abbiamo iniziato a convertire la parte applicativa del sistema informativo custom e dopo 5 prototipi non soddisfacenti realizzati da 5 multinazionali, abbiamo scelto la via del rifacimento in una logica off-shore – dichiara Lorusso. – Ma per far sì che il consiglio di amministrazione approvasse il progetto di rifacimento del back-end in ottica Soa ho dovuto assicurare che, attraverso il concetto della riusabilità e della non ridondanza, avrei potuto garantire un time-to-market applicativo assolutamente vincente rispetto all’attuale”.
Anche il Comune di Milano (www.comune.milano.it ) ha iniziato da alcuni mesi una revisione del sistema informativo, che Alessandro Musumeci (nella foto a destra), Cio del Comune di Milano, descrive come una specie di mosaico, composto da tante parti che possono trovare un denominatore unico solo costruendo, attorno al portale, una serie di servizi e una serie di connettori. “In quest’ambito stiamo rivedendo anche i sistemi organizzativi per offrire servizi innovativi ai cittadini, oltre alle informazioni, per alleggerire gli uffici e portare sul web tutto quanto è possibile – ricorda Musumeci. – Questo impone però la progettazione degli stati sottostanti, in molti casi realizzati molti anni fa; ed è dunque opportuno e conveniente portare i servizi sotto uno strato applicativo che mascheri la complessità”. L’architettura Soa permette, da un lato, di salvaguardare quanto è già stato fatto e, dall’altro, di realizzare in modo rapido i servizi per le imprese e i cittadini che non possono aspettare anni. “Se dovessi rifare tutto impiegherei 5 anni, ma io devo farlo in 5 mesi”, sottolinea Musumeci.
La velocità di risposta è la vera motivazione anche per Mauro Bernareggi (nella foto a sinistra), Cio di Coca Cola Hbc Italia (www.coca-colahbc.it ), che vede nella Soa un supporto metodologico per riuscire finalmente, da parte dell’It, a fornire quelle risposte che il business chiede e che spesso sono inevase, riuscendo anche a far parlare i diversi sistemi. “Il nostro problema principale è la dipendenza dai fornitori, che spesso hanno tempi non compatibili con quelli del business, visto che non abbiamo sufficienti skill interni per poter supportare la molteplicità di applicativi utilizzati”, ricorda Bernareggi, che conta sulla Soa per poter realizzare le nuove applicazioni con tempi ragionevoli e rendersi indipendenti dai fornitori esterni.
“La Soa è stata una strategia e un linguaggio per portare alcune riorganizzazioni aziendali all’interno di Sea”, è invece la posizione di Tiziano Salmi (nella foto a destra), Cio di Sea Aeroporti (www.sea-aeroportimilano.it ) che vede dunque la Soa come uno strumento per garantire la governance. I risultati non sono mancati: “ora siamo molto più presenti nella progettazione dei processi, abbiamo definito la nuova organizzazione It, abbiamo fatto l’analisi di quanto abbiamo ed entro l’estate faremo la scelta della piattaforma tecnologica”.

La SOA inconsapevole
Ma c’è anche una Soa “inconsapevole”, come ricorda Erminio Seveso (nella foto a sinistra), Cio di Bticino (www.bticino.it ): “Bticino è una realtà industriale, che mantiene al suo interno tutta la filiera e si presenta molto eterogenea: le componenti che si appoggiano sull’hub di integrazione sono diverse, come pacchetti e come soluzioni. Poiché i servizi provengono da ambienti diversi, il primo problema è l’integrazione e la presentazione dei servizi all’utilizzatore nel modo più opportuno. Il secondo è l’esigenza fondamentale del time-to-market e la flessibilità, visto che l’azienda continua a cambiare pelle, per le tecnologie, i processi, le relazioni”. Se queste sono le esigenze non è però chiaro se sia già stato avviato un percorso verso la Soa: ovvero si è avviato come consapevolezza strategica, ma non è ancora chiaro se lo sia anche sul piano delle tecnologie. “La necessità di reattività alle esigenze del business porta a pensare al sistema informativo a piccoli segmenti integrati fra di loro, che si possono comporre e scomporre per rispondere alla dinamica del business”, spiega Seveso. “È questa la Soa?” si chiede il manager.
“I grandi produttori hanno coniato la terminologia Soa, che al nostro interno non si utilizza, anche se ritengo che la facciamo, se si intende per Soa un modello che prevede la fornitura di un servizio dentro il quale c’è una soluzione tecnica”, è la posizione di Luigi Pignatelli (nella foto a destra), Cio di Sara Lee (www.saralee.com ) che sottolinea come il nuovo approccio nasca dall’esigenza delle aziende di maggior flessibilità dei sistemi informativi.
Non si fa aspettare la reazione di Renzo Passera (nella foto a sinistra), Cio di Italcementi (www.italcementi.it ), che mette in guardia dal rischio di far rientrare nella logica Soa qualunque passo verso il giusto orientamento ai servizi. “La Soa, in termini strategici è un target verso cui andare; i fornitori si stanno muovendo in questa direzione seguendola però dal loro punto di vista; a mio parere, oggi, non c’è sul mercato nessuna offerta veramente Soa” sottolinea Passera ricordando che la Soa non va vista come il nuovo sacro Graal, quanto piuttosto come un’opportunità di discontinuità, che spinge l’It, a differenza di quanto fin qui accaduto, a riusare anziché reinventare. “L’obiettivo è lo stesso della object orientation: ossia nascondere la complessità attraverso l’esposizione di metodi”. Peccato però, secondo Passera, che i principi della Soa non trovino attuazione sul mercato: mancano, ad esempio, le directory che servono per condividere in modo aperto i servizi. E soprattutto si corre il rischio di una proliferazione di “dialetti Soa” sulla base dei differenti interessi dei fornitori. Un po’ come successo, ormai alcuni anni fa, con l’arrivo di Unix.
È dunque concreto il timore che la Soa rischi di diventare l’ennesima buzzword, un contenitore dentro il quale convogliare tutte le aspettative di riscatto dell’It o, peggio, un trucco per vendere ricreando una nuova sindrome anno 2000?, come domanda Omar Moser (nella foto a destra), Cio di Sorin Biomedica (www.sorin-cid.com ).

La SOA secondo Forrester
Da queste considerazioni nasce l’esigenza, puntualmente realizzata da Diego Lo Giudice, principal consultant Emea di Forrester (www.forrester.com ), di chiarire cosa si intenda esattamente per Soa.
“Non c’è una ricetta unica, ma molto dipende dal punto di partenza. Un fatto è certo: la Soa non è un prodotto ma un approccio – ha sottolineato Lo Giudice (nella foto a sinistra). – Fare Soa significa avere uno stile di disegno e di deployment del software, della gestione delle applicazioni e dell’architettura e realizzare una precisa distinzione fra parte applicativa e infrastrutturale, che implica il superamento della logica a silos”. I punti portanti della Soa sottolineati da Lo Giudice sono l’organizzazione delle applicazioni come servizi di business, l’accessibilità mediante la rete (ad esempio web services, anche se non suffcienti per fare Soa), la definizione delle interfacce (distinzione fra l’interfaccia del servizio definito, rispetto al modo in cui la implemento), la catalogazione dei servizi (per poter essere invocati).

Come attuare la SOA
Non sono molte le esperienze già completate. Una delle più avanzate è rappresentata da Bpu, che ha avviato la sperimentazione nell’aprile del 2005 e l’ha applicata a partire dal 2006 e che, secondo Lorusso, la impiega come una tecnica della catena di montaggio del software applicativo custom: “Questo approccio ha fatto cambiare gli skill delle persone It con un orientamento molto più vicino al processo e agli aspetti organizzativi, facendo dimenticare invece alcune componenti tecnologiche che non rappresentavano il vero valore”.
Per Passera la via da seguire è fornire le primitive dei servizi (atomizzati e aggregabili). “In passato i tempi di reazione dell’It erano più rapidi dei tempi del business – nota Passera – Nell’azienda in cui lavoro, ad esempio, mentre nei primi 20 anni ho assistito ad una sola riorganizzazione, negli ultimi dieci ci sono state molteplici novità indotte da un fatturato moltiplicato per 6, dalla triplicazione del numero dei dipendenti, dall’internazionalizzazione dell’azienda, oggi presente in 19 paesi, mentre in precedenza si focalizzava soprattutto sul mercato nazionale. Per seguire questi ritmi non è possibile per l’It scrivere di volta in volta nuovo codice, ma è inevitabile assemblare componenti di base attraverso percorsi che oggi per comodità chiamiamo workflow, ma che domani potrebbero assumere caratteristiche diverse” In Sia, una volta acquisita la consapevolezza del percorso, prima di partire, è stata fatta un’approfondita analisi dei costi (dell’infrastruttura It, di manutenzione del software, ecc.) e della situazione di partenza (mappando i processi aziendali) e i nuovi progetti sono stati scomposti in servizi atomici. “Abbiamo assistito ad un circolo virtuoso: più i servizi risultavano vantaggiosi più le richieste sono aumentate da sole”, conclude Petracca.
Nell’esperienza di Iona (www.iona.com ), che vede molteplici realtà in Italia e all’estero, vi sono aziende più o meno consapevoli nell’attuazione della Soa. Ma, di fatto, prevale un approccio incrementale, che si preoccupa di valutare se si stia percorrendo una strada condivisa o una strada isolata e dunque con rischi maggiori.
“Diversi sono i driver dell’azienda; si va dall’esclusiva motivazione della razionalizzazione dei costi all’esigenza di apertura del business, ad esempio con terze partner o partner commerciali, che necessita di flessibilità e condivisione dei dati dell’azienda”, sottolienea Massimo Cazzaniga (nella foto), regional manager southern Europe di Iona, che ricorda come, nella sperimentazione ci sia una forte attenzione al livello di rischio legata all’impiego di tecnologie innovative. “Il nostro approccio è capire la realtà dell’azienda, capire il contesto in cui ci andiamo a calare – dichiara Cazzaniga – Iona non offre la Soa, ma le tecnologie che abilitano e aiutano a sostenere il percorso Soa, utilizzando, ove necessario, i sistemi funzionanti già presenti in azienda. Per l’azienda che ha già intrapreso un percorso Soa, offriamo invece strumenti per testare i servizi e la governance, che rappresenta un grado più elevato. Qui entrano in gioco elementi organizzativi: unità dedicate al monitoring dello stato del mercato legato alla Soa”.
La conclusione è quindi un avvertimento: attenzione e importanza degli standard, per diminuire il rischio e mantenere gli investimenti anche per il futuro.

Hanno contribuito al dibattito anche:


Fabrizio Albini – application software managerdi Walt Disney Company Italia


Antonio Bacci – Cio di Gemeaz Cusin


Ernesto Bonfanti – Cio di Amplifon


Giuseppe Omodei – Cio di Messaggerie Libri

Elisabetta Bevilacqua
Giornalista

Sono attiva dal 1989 nel giornalismo hi-tech, dopo esperienze in uffici studi di grandi gruppi e di formazione nel settore dell’informatica e, più recentemente, di supporto alle startup. Collaboro dal 1995 con ZeroUno e attualmente mi occupo soprattutto di trasformazione digitale e Industry 4.0, open innovation e collaborazione fra imprese e startup, smart city, sicurezza informatica, nuove competenze.

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