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L’AI cambia il lavoro: il 60% dei dipendenti teme di perdere competenze


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Per il 71% dei responsabili HR saper supervisionare e correggere gli output delle macchine è ormai una capacità prioritaria. IBM evidenzia in uno studio anche carichi “invisibili”, problemi di responsabilità e un ruolo ancora limitato delle Risorse Umane nelle strategie aziendali

Pubblicato il 23 set 2026



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AI e competenze dei lavoratori


Punti chiave

  • Distanza tra CHRO e dipendenti: il 71% dei primi considera essenziale controllare l’intelligenza artificiale, ma solo il 29% dei dipendenti concorda; il 60% teme perdita di pensiero critico.
  • Chiarezza dei confini aumenta la fiducia: integrazione del giudizio umano registra +62% di fiducia; l’incertezza sulle responsabilità complica l’adozione e limita la possibilità di correggere l’AI.
  • La funzione Risorse Umane è in ritardo: 72% usa poco o nulla l’AI, l’80% segnala nuovo lavoro invisibile; bassi livelli di alfabetizzazione e competenze chiave.
Riassunto generato con AI


L’intelligenza artificiale promette di alleggerire le persone dalle attività più routinarie, ma porta con sé una conseguenza che le aziende devono già affrontare: più cresce il ricorso agli strumenti automatizzati, più diventano importanti le capacità necessarie per valutarne e correggerne i risultati. E proprio su questo terreno emerge una distanza significativa tra ciò che i responsabili delle Risorse Umane considerano essenziale e la percezione dei dipendenti.

È quanto emerge dal nuovo studio globale dell’IBM Institute for Business Value, realizzato in collaborazione con Oxford Economics e basato su due indagini condotte tra aprile e giugno 2026. La ricerca ha coinvolto 1.500 Chief Human Resources Officer (CHRO) e dirigenti senior in 21 aree geografiche e 23 settori e 8.800 dipendenti a tempo pieno in 28 Paesi.

Il dato che fotografa meglio questa distanza riguarda la capacità di controllo sull’intelligenza artificiale. Per il 71% dei CHRO saper supervisionare, convalidare e, quando necessario, correggere gli output dell’AI rappresenta la capacità più importante per i dipendenti. Tra questi ultimi, però, soltanto il 29% attribuisce un peso analogo alla capacità di giudizio.

Il 60% dei dipendenti teme di perdere capacità

La diffusione dell’intelligenza artificiale porta con sé anche il timore che alcune capacità possano progressivamente indebolirsi. Il 60% dei dipendenti intervistati esprime questa preoccupazione e indica il pensiero critico come l’area maggiormente esposta.

Tra coloro che temono una perdita di capacità, tre su quattro dichiarano inoltre che l’AI abbia già cominciato a ridurne almeno alcune. Il fenomeno è entrato anche nell’agenda dei responsabili HR: il 46% dei CHRO cita l’indebolimento delle competenze tra le principali preoccupazioni legate all’adozione dell’intelligenza artificiale.

Allo stesso tempo, proprio quelle capacità considerate più esposte diventano sempre più rilevanti nelle organizzazioni. Il 49% dei dipendenti e il 57% dei CHRO indicano infatti il pensiero critico e la capacità di inquadrare i problemi tra gli elementi più importanti nell’era dell’AI. Per i responsabili delle Risorse Umane assume un peso significativo anche il giudizio umano, segnalato dal 48% degli intervistati.

«L’AI sta cambiando non solo il modo in cui il lavoro viene svolto, ma anche gli ambiti in cui le persone possono generare il maggior valore», spiega Nickle LaMoreaux, Senior Vice President e Chief Human Resources Officer di IBM. «Con l’AI che si occupa di un numero crescente di attività routinarie e basate sui processi, le capacità tipicamente umane diventano ancora più importanti. I CHRO svolgono un ruolo fondamentale nel riprogettare il lavoro del futuro, affinché le persone possano concentrarsi sugli ambiti in cui possono generare il massimo impatto».

La fiducia passa dalla capacità di correggere l’AI

Lo studio mette in relazione il ruolo attribuito alle persone nei processi decisionali con il livello di fiducia verso i sistemi basati sull’intelligenza artificiale.

Nelle organizzazioni in cui il giudizio umano viene integrato nelle modalità di svolgimento delle attività, il 62% dei CHRO registra una crescita della fiducia dei dipendenti nelle decisioni supportate dall’AI. Dove questo elemento manca, il 57% dei responsabili delle Risorse Umane segnala invece una diminuzione della fiducia.

Un passaggio centrale riguarda quindi la definizione dei confini tra ciò che deve essere svolto dalle persone e ciò che può essere affidato alla tecnologia. Secondo IBM, le organizzazioni che generano maggiore valore dall’intelligenza artificiale stanno riprogettando il lavoro, i processi decisionali e le competenze tenendo insieme questi due elementi.

Le aziende che definiscono chiaramente quali flussi di lavoro siano guidati dall’uomo, supportati dall’AI oppure eseguiti dall’AI dichiarano, secondo la ricerca, una riduzione del rischio del 18% e un miglioramento della qualità del 20%.

Chi risponde quando l’intelligenza artificiale sbaglia?

La ridefinizione delle responsabilità rappresenta uno dei nodi aperti. Il 43% dei dipendenti afferma che, quando qualcosa non funziona con l’AI, la responsabilità finisce per ricadere su di loro. Dall’altra parte, il 41% dei CHRO ritiene che le persone possano non sentirsi sufficientemente sicure nel mettere in discussione oppure correggere i risultati prodotti dai sistemi.

La mancanza di chiarezza ha anche conseguenze sull’implementazione: per il 36% dei CHRO l’incertezza sulle responsabilità rende più complessa l’adozione dell’intelligenza artificiale.

La ricerca evidenzia inoltre una difficoltà nel coordinamento tra le diverse funzioni aziendali. Soltanto il 28% dei responsabili HR dichiara di disporre di una roadmap congiunta con l’IT sostenuta da una cadenza operativa condivisa, mentre il 73% segnala difficoltà a coordinarsi con continuità all’interno della C-suite.

Quando le Risorse Umane partecipano direttamente alla definizione delle decisioni che devono rimanere sotto il controllo delle persone, lo scenario cambia. Il 76% dei dipendenti si sente libero di mettere in discussione o correggere le raccomandazioni dell’AI quando il CHRO condivide almeno la responsabilità di stabilire quali decisioni debbano restare guidate dall’uomo. La percentuale scende al 43% nelle organizzazioni in cui la funzione HR svolge soltanto un ruolo consultivo.

Il “lavoro invisibile” generato dall’AI

Automatizzare un’attività non significa necessariamente eliminarne ogni componente manuale. Secondo l’80% dei CHRO intervistati, infatti, l’adozione dell’AI crea nuove forme di lavoro “invisibile” per i dipendenti.

Rientrano in questa categoria attività come la convalida delle raccomandazioni, la correzione degli errori, l’aggiunta del contesto necessario e la gestione delle eccezioni. Operazioni che accompagnano l’utilizzo dei sistemi e che possono incidere sul carico effettivo delle persone.

Il 42% dei dipendenti afferma che l’intelligenza artificiale aumenta il proprio carico oppure che parte del lavoro svolto in relazione a questi strumenti non viene riconosciuto. Sul fronte dei benefici, il 42% dei CHRO dichiara che gli incrementi di produttività ottenuti grazie all’AI vengono reinvestiti principalmente nell’innovazione o nella riqualificazione professionale.

Risorse Umane ancora indietro nell’adozione

Lo studio attribuisce alla funzione HR un ruolo rilevante nella trasformazione dei modelli organizzativi, ma evidenzia allo stesso tempo un ritardo nell’utilizzo diretto delle nuove tecnologie.

Il 72% delle organizzazioni utilizza l’AI soltanto in misura limitata oppure non la utilizza affatto all’interno della funzione Risorse Umane. I CHRO assegnano inoltre valutazioni particolarmente basse alle capacità dei propri team in alcune aree considerate necessarie per gestire questa trasformazione.

Soltanto il 13% indica un livello adeguato di alfabetizzazione all’AI dell’intero team, il 16% segnala capacità mature nella misurazione delle performance dei sistemi e il 20% nel change management necessario a sostenerne l’adozione.

Secondo la ricerca IBM, le organizzazioni che hanno sviluppato capacità mature nell’AI applicata alle Risorse Umane, comprese governance, architettura e misurazione, hanno probabilità quasi doppie di registrare un numero maggiore di indicatori di performance aziendale positivi.

Rimane però ancora ampio il divario tra il ruolo assegnato ai responsabili HR e il loro coinvolgimento effettivo nelle decisioni tecnologiche: il 46% delle organizzazioni non coinvolge il CHRO nella definizione della strategia di intelligenza artificiale.

Una collaborazione più stretta con la funzione tecnologica è richiamata anche da Ali Peek Bebo, CHRO di Pearson: «Consideriamo il CHRO e il CTO una coppia vincente, perché riuniscono in un’unica conversazione la strategia dei talenti e quella tecnologica. Insieme, siamo co-architetti del lavoro».

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