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La fine della Olivetti, una storia italiana

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La fine della Olivetti, una storia italiana

02 Gen 2005

di Redazione

Tra le cause che hanno portato alla scomparsa di una delle aziende che, nel mondo, più avevano fatto dell’innovazione la propria bandiera, Elserino Piol, nel suo libro "il sogno di un ‘impresa ",sottolinea l ‘assenza di una politica industriale nazionale e la miopia delle banche. condizioni che, pare, caratterizzano tuttora il sistema-Italia

Un’azienda italiana trattata alla pari dalle grandi ‘major’ dell’informatica;  un’azienda capace di creare valore aggiunto per il sistema paese;  un’azienda che unisce l’obiettivo di fare business con un forte impegno nel contesto sociale in cui opera;  un’azienda innovativa e capace di fare innovazione. Intenti di manager visionari per una futura azienda italiana?  No: storia del passato;  perché questa azienda c’è stata e si chiamava Olivetti Ancora una volta,   dopo "Un’occasione mancata " di Lorenzo Soria e "Programma 101 "di Pier Giorgio Perotto,   la storia della casa d’Ivrea viene narrata da uno dei suoi protagonisti, Elserino Piol,   che ha pubblicato il libro "Il sogno di un’impresa" (edizione Il Sole24ore,   372 pagine,    25 euro).

Elserino Piol, presidente di Pino Partecipazioni, società advisor del fondo di venture capital Kiwi II

Un sogno perduto per tanti motivi e tante responsabilità,   tra i quali emerge con forza l’assenza di una strategia industriale da parte dei vertici della politica italiana e la miopia del nostro sistema bancario:  "Mediobanca e le banche italiane misurano gli asset in metri quadri di capannoni. Se nel mondo bancario qualcuno avesse capito che gli asseterano di gran lunga superiori ai debiti,   la storia sarebbe andata in un altro modo. Ma il sistema bancario non aveva capito un tubo!",   è sbottato Carlo De Benedetti,   parlando del periodo che ha segnato la fine definitiva di Olivetti,   alla serata di presentazione del libro nella sede della Borsa milanese.  Anche se la numerazione dei capitoli non ha soluzione di continuità,   il libro è idealmente suddiviso in quattro parti: la prima va dall’ingresso in azienda di Piol dopo aver risposto a un’inserzione sul Corriere della Sera per "operatori di macchine elettrocontabili" (ma il suo lavoro sarà,   da subito,   diverso), fino all’arrivo di Carlo De Benedetti; la seconda inizia con il capitolo intitolato all”ingegnere e si conclude con l’uscita di Piol,    quando giunto ad essere vicepresidente della società e presidente di Olivetti Telemedia,    con la nomina di Francesco Caio ad amministratore delegato,    gli fu chiesto di andarsene);  la terza descrive le diverse esperienze avute dopo le dimissioni da Olivetti,   tratteggiando ritratti,   del tutto personali,   di personaggi noti,   come Bill Gates e Renato Soru,   o quasi sconosciuti come Steve Kahng (co-fondatore e Ceo di Power Computing,   una società di cloni basati su processori PowerPc di Ibm);  mentre i capitoli finali sono dedicati ai temi dell’innovazione,   della competitività,   del venture capital e dei principi di una strategia vincente (anche se Piol mette subito le mani avanti,   scrivendo: "È impossibile descrivere una strategia vincente ").  Il libro è scritto con uno stile fluido,   dove i grandi temi dell’innovazione,   della politica industriale, delle strategie del sistema bancario,   si intrecciano con la storia di un’azienda che è poi la storia dell’It in Italia (e in parte nel mondo),   e quella personale di uno degli uomini che ha contribuito a costruirla. Quello che Piol ha cercato di raccontare,   come lui stesso ha spiegato nella presentazione milanese,   è la forza del progetto industriale di Olivetti: "Si parla spesso del gusto del bello che ha caratterizzato quest’azienda,   delle iniziative culturali che ha promosso,    del suo impegno sociale,   ma questo è il contesto,   è un plus di un valore industriale forte e reale ".  E che questo valore ci fosse e fosse importante,   lo ha ricordato anche il noto sociologo Luciano Gallino,   che ha firmato la prefazione dell’opera e che,   nel corso della presentazione,   ha così riassunto i tre grandi temi che il libro propone con forza all’attenzione del lettore: "Prima di tutto la capacità di Olivetti,   in diverse fasi della sua storia,   di creare valore aggiunto.  Ci sono parecchi esempi che dimostrano la genialità dell’impresa e,    nel contempo,    l’importanza di un progetto,    un disegno nel creare valore. Il secondo grande tema è quello della responsabilità sociale dell’impresa. Oggi è un tema di granmoda,   ma Olivetti ha esercitato una particolare formula di responsabilità sociale,   molto legata al territorio,   con una grande attenzione alle condizioni di lavoro e all’offerta di servizi,   anche culturali,   fin dagli anni’50. E poi il processo formativo dei manager:  Olivetti ha formato una grande quantità di manager di alto livello,   è stata una grande scuola ".  Insomma,   davvero un libro da leggere perché,   pur parlando della storia ormai chiusa di un’azienda che non esiste più,   è più che mai di attualità,   perché il contesto in cui si sono svolte le vicende narrate non è affatto cambiato. Come lo stesso Piol scrive nell’introduzione: "È sconcertante constatare come lo scenario italiano in cui Olivetti si è trovata a operare,   e che tanto negativamente ha influito sull’azienda,   non sia cambiato molto,   almeno per quanto riguarda la sensibilità del sistema Italia e delle pubbliche istituzioni verso l’innovazione tecnologica,   la ricerca,   lo sviluppo e la competitività con gli altri sistemi Paese. Olivetti non esiste più,   è scomparsa l’industria della chimica,   siamo riusciti a mettere in crisi l’industria alimentare;  rimane la Fiat,   che ci auguriamo possa riprendersi. Nessuno può mettere in dubbio il fatto che,   se l’economia italiana si trova nello stato in cui si trova,   una ragione sta anche nell’assenza,   nel suo tessuto industriale,   di attività legate a tecnologie avanzate. L’Information technology è la più tipica tra le attività che potrebbero permettere all’Italia di ritrovare una sua collocazione nel club dei paesi industrializzati".

Redazione

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