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L’ opinione dei fornitori

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L’ opinione dei fornitori

02 Lug 2005

di Cristina Pontiggia

C’è chi è chiaramente a favore e chi è decisamente contrario, ma molti lamentano la scarsa chiarezza della Direttiva CII della commissione europea. Zerouno ha incontrato alcuni tra i protagonisti del mondo Ict per definire un quadro d’insieme

La discussione attorno alla proposta della Comissione Europea della Direttiva CII (Computer Implemented Inventions) per la brevettabilità delle innovazioni tecnologiche coinvolge i fornitori di software di tutte le dimensioni.
ZeroUno ha indagato tra le società italiane e multinazionali per approfondire le loro posizioni. In alcuni casi sono emerse in modo chiaro, in altri invece si tratta di livelli più sfumati, dove la scarsa pubblicità attorno al testo della direttiva, la discussione ancora in corso e la votazione alle porte, piuttosto che le diverse interpretazioni, rendono tutto più nebuloso. Talvolta, soprattutto, nelle aziende internazionali la tematica è affrontata a livello corporate e i manager delle filiali italiane non sono autorizzati a rilasciare dichiarazioni, come nel caso di Sun Microsystems (che dà l’impressione un po’ di tentennare da quale parte stare), Oracle e anche Sap.
La confusione, se così può essere definita, avvolge anche le associazioni di categoria che, a esclusione di Assonet, la quale ha preso una posizione contro l’introduzione della brevettabilità, non rilasciano dichiarazioni ufficiali e non hanno ancora annunciato un posizionamento. Posizioni, insomma, pericolosamente attendiste. Assinform per esempio, rimanda la decisione a Federcomin, la quale a sua volta, gira la responsabilità a Confindustria. E questa ha definitivamente espresso il suo favore alla direttiva europea con la nota inviata alla Commissione Europea lo scorso 18 maggio, nella quale, tra le altre cose, si legge: “Le imprese italiane vedono pertanto con favore una direttiva di armonizzazione in materia di brevettabilità delle invenzioni realizzate per mezzo di elaboratore, che si proponga di eliminare le ambiguità ed incertezze derivanti dall’adozione di diverse prassi interpretative da parte degli uffici brevetti degli Stati Membri e di rendere così certo l’ambito di applicazione della protezione. Pur rimanendo il software non brevettabile di per sé, la tutela diretta del software in quanto attua, e in subordine a, invenzioni brevettabili di prodotto o processo, costituisce un elemento importante per lo sviluppo di nuove tecnologie”.
Incertezza in Assintel che non si è ancora espressa. Del resto alle associazioni aderiscono e contribuiscono aziende di tutti i tipi, con ovviamente diverse opinioni in merito la brevettabilità del software o le CII; di conseguenza, il compito di decidere da che parte stare è arduo. A rendere il tutto ancora più complicato ci sono questioni che per taluni sembrano irrisolte, mentre per altri sono chiare. In particolare, la questione verte attorno a chi giova il brevetto, la durata del brevetto (in Italia stabilita normalmente in 17 anni) e l’obsolescenza dei prodotti software, il costo del brevetto (che nel nostro paese si aggira tra i 10 e i 13 mila euro, un costo difficilmente supportabile dalle piccole e medie imprese). A tutto ciò occorre aggiungere anche la capacità di controllo. C’è anche chi paventa che il brevetto, oggi, è un asset di bilancio e che, in futuro con l’introduzione degli Ias (International accounting standard), entrerà nel conto economico, facilitando la copertura delle perdite. Un ulteriore elemento critico sul piano di discussione sono i 30 mila brevetti in ambito software già concessi, negli ultimi cinque anni, dall’European Patent Office.

L’opinione delle big internazionali
Il numero di brevetti depositato da Ibm è sicuramente tra i più elevati e le entrate derivanti dalle royalty sugli stessi non sono poca cosa, come ha recentemente ricordato Carlo Daffara, presidente di Conecta (www.conecta.it), nel corso del convegno “Brevetti e software: tutela o freno all’innovazione?” tenutosi nello scorso maggio all’Università degli Studi di Udine: “Verso la metà degli anni ‘80, in un periodo di profonda crisi per la più grande industria di informatica al mondo, l’intuizione del nuovo Ceo fu quella investire in brevetti. Il periodo seguente fu segnato da guadagni stellari dovuti alle royalty raccolte dagli oltre 10.000 brevetti registrati. Era impossibile scappare da Ibm: se eri nell’informatica e facevi qualcosa di interessante sicuramente almeno uno dei 10.000 brevetti alla fine lo violavi”.
Ma all’inizio del 2005 Big Blue ha lasciato tutti a bocca aperta quando ha annunciato di rendere disponibili, liberi da licenza, 500 dei propri brevetti. È vero che Ibm negli ultimi anni ha fortemente investito su Linux e sul mondo open source, ma questo (compresa la decisione di “liberare” i 500 brevetti) non significa che Ibm abbia cambiato strategia; la posizione dell’azienda americana è molto più articolata e
Roberto Zardinoni, vice presidente Software Ibm South Europe, la spiega a ZeroUno con queste parole: “Ibm ritiene fondamentale identificare un corretto bilanciamento tra le realtà dell’innovazione ‘proprietaria’ – legata al profitto e al vantaggio competitivo dell’industria privata – e l’innovazione ‘collaborativa’ che offre garanzie di interoperabilità, standard aperti e benefici pubblici e sociali. Crediamo che un sistema forte e globale a protezione della proprietà intellettuale favorisca l’innovazione. Tuttavia, la forza di tale sistema dipende dalla qualità di ciò che produce – prosegue Zardinoni – e questa qualità dipende dalla garanzia di brevetti che tutelino progressi scientifici e innovazioni tecnologiche reali. Allo stesso tempo, crediamo sia importante considerare la necessità di identificare nuove modalità che amplino il concetto di proprietà intellettuale favorendo un modello di innovazione collaborativo inter-aziendale. È in questo senso, per esempio, che nel gennaio 2005 abbiamo deciso di rendere disponibili, liberi da licenza, 500 brevetti software consegnati alla comunità open source internazionale. Il nostro è un impegno concreto che rappresenta un cambiamento significativo nella modalità con la quale Ibm gestisce e implementa il proprio patrimonio intellettuale. Di fatto, rappresenta la base di quello che secondo noi potrebbe diventare un sistema inter-aziendale di ‘brevetti comuni’ nel quale le singole invenzioni diventano patrimonio comune della comunità di ricercatori e sviluppatori e possono essere usate liberamente al fine di favorire ulteriori innovazioni tecnologiche in aree di maggiore interesse”.
“È importante sottolineare – sottolinea ancora Zardinoni – che per Ibm non esiste una distinzione tra brevetti per invenzioni legate all’hardware o al software: in entrambi i casi l’elemento discriminante deve essere legato ai progressi scientifici e a innovazioni tecnologiche reali. Nello scenario attuale nel quale l’economia mondiale è sempre più legata ai temi dell’innovazione, Ibm collabora con le amministrazioni pubbliche, gli enti governativi, le imprese e la comunità internazionale e per contribuire a creare una visione condivisa nel segno dell’interoperabilità, degli open standard e dell’innovazione”.
Come abbiamo detto all’inizio, alcune realtà internazionali, come Oracle e Sap, preferiscono rendere nota la propria posizione attraverso dichiarazioni ufficiali e non rilasciano interviste, a livello locale, sull’argomento. Oracle Italia rilascia dunque a ZeroUno la seguente dichiarazione: “Oracle Corporation investe annualmente 1,3 miliardi di dollari (ossia il 13% del proprio fatturato totale) in Ricerca e Sviluppo, e ha strutture dedicate anche in Olanda e Inghilterra. La direttiva proposta dalla Commissione Europea riflette il bisogno di armonizzare la legislazione vigente nei vari Stati Membri in materia di invenzioni attuate per mezzo di elaboratori elettronici. L’attuale incertezza circa la legittimità e gli scopi della Direttiva pregiudicano gli interessi di tutte le aziende: le piccole e medie imprese sono, infatti, erroneamente portate a pensare che il software non sia brevettabile mentre le grandi aziende ottengono brevetti che potrebbero non essere oggetto di tutela. Inoltre, una forte disomogeneità tra le leggi sui brevetti che vigono in Europa e quelle in vigore nel resto del mondo accrescerebbe l’incertezza e il costo per Oracle e per altre aziende che fanno affari in Europa e in altre parti del mondo. La Direttiva proposta intende eliminare questa incertezza e armonizzare la legislazione sui brevetti in Europa, non solo tra i paesi membri ma anche con altri paesi”.
Anche Sap è a favore dell’introduzione della normativa europea, come si evince dalla dichiarazione del Ceo, Henning Kagermann: “Proprio nel momento in cui l’Agenda di Lisbona ha l’obiettivo di trasformare l’Unione Europea in un’economia dinamica basata sulla conoscenza, l’Europa non deve abbassare i propri standard di protezione sui diritti della proprietà intellettuale. È, infatti, l’innovazione che fornisce a Sap e agli oltre 700 Isv (Independent Software Vendor) suoi partner un vantaggio competitivo sul mercato globale». Un’opinione suffragata anche dal Sap Ambassador Office of the Ceo, Les Hayman che ha dichiarato che l’attuale dibattito sulle computer implemented inventions in corso in Europa si svolge attorno all’individuazione di cosa sia brevettabile e cosa non lo sia. Sap è convinta che il software sta al ventunesimo secolo come il martello e il motore a vapore stavano al secolo precedente. Oggi, come la natura dell’attività umana, anche la natura delle invenzioni è cambiata. È la modalità con la quale gestiremo il cambiamento che determinerà il nostro futuro in un mercato globale”.
E a favore della direttiva è ovviamente Microsoft: “La direttiva sulle invenzioni attuate tramite elaborazione elettronica, quella che viene definita CII, interessa l’innovazione e la ricerca di information technology applicata al mondo industriale e non al software puro. È per questo motivo che Microsoft concorda appieno, perché non vogliamo una brevettazione sullo stile statunitense, dove è possibile brevettare qualsiasi cosa, come per esempio gli algoritmi o il codice sorgente. – spiega
Pierluigi Dal Pino, Responsabile Rapporti Istituzionali di Microsoft per il Sud Europa – E’ un passo importante per l’industria tradizionale perché anche lì il software è un elemento importante di crescita e di sviluppo economico. Anche nella meccanica industriale, per esempio, a nostro avviso deve esistere la possibilità di brevettare la quota software che rappresenta l’innovazione. La direttiva parla di questo e, soprattutto, negli articoli 4 e 5 alla posizione comune dichiarano che il software puro non può essere brevettato, ma che si può brevettare solamente la quota di software (seppur non visibile) che interagisce con hardware». Ma quali potrebbero essere i benefici per il mercato? «È ancora presto per stabilirlo, poiché il problema è capire cosa sarà approvato del testo della direttiva. – continua Dal Pino – Sono stati presentati qualcosa come 270 emendamenti; inoltre il testo del Parlamento è diverso da quello della Commissione, quindi si genererà un nuovo testo e i Governi europei saranno richiamati a votare. In ogni caso, è già possibile dire che il mercato avrà un’opportunità in più attraverso la brevettazione. Per quanto riguarda, invece, le potenzialità tra Pmi e grandi imprese, la direttiva ha una carenza nell’ordinamento brevettuale europeo (una questione che Microsoft ha sollevato più volte) e cioè l’abbattimento dei costi per l’accesso della Pmi ai brevetti; inoltre è auspicabile anche un meccanismo informativo a supporto degli imprenditori e delle Pmi che intendono brevettare”.

Italiane favorevoli o indecise…
Armando Mantovani, direttore marketing Gruppo Byte
sottolinea la confusione attorno alla tematica, comunque “potrebbe sembrare una posizione in controtendenza, ma noi siamo abbastanza favorevoli, perché le caratteristiche di originalità e innovazione devono essere tutelate. La preoccupazione seria è che possa trattarsi di un tentativo per far aumentare i prezzi delle tecnologie di base. In ogni caso, auspichiamo che il testo di legge sia preciso sulle caratteriristiche che un software debba possedere per essere considerato unico e quindi brevettabile”.
Di altro avviso è
Marco Zamperini, strategic alliances & technology scouting manager di Etnoteam: “È evidente che la legge così com’è è ambigua e la sua applicabilità potrebbe essere complessa. Un conto è proteggere la proprietà intellettuale, un altro fatto è andare a generare burocrazia in qualsiasi costrutto software. E sono terrorizzato al pensiero che possa passare allo stato attuale con il rischio di generare turbative”.

Per il presidente di Axioma, Andrea Maserati, si tratta di un problema molto articolato e “bisogna distinguere i diversi tipi di software: c’è il sistema operativo, quello di rete, il software applicativo di produttività personale e, infine, quello gestionale. Se la brevettabilità va verso aspetti di uso comune (come per esempio il controllo data o Iva all’interno di un gestionale) si potrebbero generare grandi problematiche e si rischierebbe di ammazzare l’innovazione nella piccola e media impresa. Credo, invece, nella brevettabilità di alcune cose, che conferiscono un aspetto ben preciso; è l’esempio della compressione dei dati”.
“Finora abbiamo osservato da lontano – spiega
Giuseppe Chili, dirertore offering Formula – ma potrebbero ingenerarsi delle complicazioni e controversie legali; un po’ come sta succedendo negli Stati Uniti a causa della scarsa chiarezza del testo di legge. Dovremmo ritenerla una forma di protezione, tuttavia a causa della sua vaghezza siamo un po’ preoccupati. Infatti, riteniamo che l’iniziativa non sia di per sé sbagliata, tuttavia, si richiede un approfondimento su che cosa è effettivamente brevettabile”.

…e decisamente contrarie
Assolutamente contrarie alla direttiva sono Engineering, Zucchetti, ma anche Assonet-Confesercenti.
“Siamo contro alla parte della direttiva che definisce l’oggetto CII come brevettabile, mentre siamo favorevoli all’articolo che dice che il software non è brevettabile integralmente – spiega Orazio Viele, direttore ricerca e sviluppo di Engeneering – e siamo contrari per due ordini di motivazioni. La prima è di forma, in quanto riteniamo ambigua la formulazione, implicitamente una CII è un programma software; la seconda motivazione è di sostanza e riguarda gli obiettivi della direttiva, espressi nell’armonizzazione delle leggi dei 25 Paesi membri e la stimolazione dell’innovazione nella Pmi. Se la direttiva continua a essere ambigua diventa un freno e non uno stimolo allo sviluppo”.
Per Gregorio Piccoli, consigliere di amministrazione di Zucchetti e coordinatore per le tecnologie del gruppo “i brevetti sono delle armi, dipende dall’uso che se ne fa. Questa metafora riassume la nostra posizione sulla direttiva che crediamo possa introdurre una litigiosità brevettuale enorme, in quanto non chiarisce il reale valore di che cosa significhi innovazione. Non vediamo vantaggi nella brevettazione, tanto che saremmo favorevoli a una migliore e più profonda protezione data dalle norme sul copyrighting”.
Mauro Toffetti, presidente di Assonet-Confesercenti Milano, esprime un’altissima preoccupazione, perché “così com’è la direttiva garantisce margini troppo ampi e si corre il rischio che sviluppando software diventi impossibile non violare qualche brevetto. Comprendo che chi ha investito debba veder tutelato il proprio sforzo, ma se passasse questo testo sarebbe palesemente contro le piccole imprese economiche, ma anche contro la società dell’informazione in termini di innovazione. Bisogna trovare un punto d’incontro, perché il software non è un prodotto, è un linguaggio; sancire l’applicazione del brevetto sarebbe come brevettare l’impianto di un libro».


BREVETTI SOFTWARE, GLI “INFORMATICI” ITALIANI LA PENSANO COSÌ
Una lettera aperta a tutti gli Euro Parlamentari italiani per invitarli a bloccare la proposta di direttiva sulla brevettabilità del software approvata lo scorso marzo dalla Commissione Europea. Basterebbe questo per intuire gli umori che rimbalzano fra chi da anni lavora, in termini di professionista e consulente in materia, nel campo delle tecnologie It: la presa di posizione, netta nei confronti della possibile regolamentazione del software “made in Europe”, è quella di Registro Informatici (www.registroinformatici.it), Associazione che riunisce per l’appunto vari esponenti dell’Information Technology italiana. Il messaggio di fondo rivolto alle istituzioni è alquanto chiaro ed è teso a ribadire come il copyright sia sufficiente a tutelare i diritti dei produttori di software, ritenendo quindi i brevetti sul software un ostacolo per l’innovazione e una pesante distorsione del mercato e della libera concorrenza in quanto consente “a chi ne abbia i mezzi finanziari, di “recintare” immensi dominii applicativi dai quali escludere tutti i concorrenti.
Erminio Bianchi, Presidente della Giunta Esecutiva di Registro Informatici, ha voluto precisare per ZeroUno il senso dell’azione dell’Associazione ricordando innanzitutto come “la Convenzione di Monaco del 1973 sancisce che il software non ha carattere tecnico e non può quindi essere brevettato: è a questa precisa disposizione che dovrebbero attenersi tutti i provvedimenti normativi emanati in materia dall’Unione Europea, almeno sino a quando la Convenzione non dovesse essere modificata. Il Legislatore europeo, inoltre, dovrebbe verificare se dai brevetti software trarrebbero vantaggi reali le imprese Ict interessate, che non li hanno chiesti e che ne hanno fatto volentieri a meno sino ad oggi, o altri, che li invocano a gran voce e che non  sono né Pmi né, tranne poche eccezioni, imprese europee”.
L’interrogativo posto da Bianchi tende quindi a una riflessione ancora più ampia: “Del software e di tutti i suoi derivati se ne farà un uso sempre più diffuso, sia negli ambienti di lavoro che nella vita personale e in tal senso l’Ue dovrebbe chiedersi se è bene che pochi detentori di migliaia di brevetti, dei quali molti assolutamente opinabili, possano detenere l’intero mercato nelle proprie mani”. (G.R.)

L’UE GUARDA AVANTI
Fuori tempo massimo. Per gli oppositori della direttiva che sancirebbe la brevettabilità del software anche in Europa, il progetto che la Commissione europea finanzierà con uno stanziamento di 663.000 euro per studiare gli effetti sulle economie regionali dell’utilizzo e dello sviluppo del software “libero” (Free libre and open source software, da cui Flossworld, il nome con la quale l’iniziativa è stata denominata) lascia il tempo che trova.
Il progetto nasce per capire i modelli seguiti dagli sviluppatori di tutto il mondo per creare applicazioni open source, entrando nel dettaglio dei progetti realizzati, di come il codice sia localizzato o elaborato in forma originale: iniziativa di una certa rilevanza, dunque, ma le cui analisi, anche in termini di risultati preliminari, saranno disponibili ben dopo la decisione di Bruxelles. Come inquadrare quindi la politica Ue in materia di sviluppo dell’innovazione tecnologica se da una parte si attivano programmi di ricerca tesi a anticipare future necessità delle imprese e dall’altra viene assunta una posizione assai “scomoda” nei confronti delle tante e piccole realtà che guardano al movimento open source e alla libera circolazione del software quale risorsa fondamentale per competere in un mercato sempre più dominato dai grandi vendor internazionali? Sarà possibile coniugare la ferma volontà di normalizzare l’applicabilità dei brevetti al software a livello comunitario (ma la direttiva non è prova di incongruenze) con il lodevole intento di focalizzare gli aspetti chiave di un fenomeno in forte espansione? (G.R.)

Cristina Pontiggia

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