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Italia e innovazione: “mission impossible”?

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Italia e innovazione: “mission impossible”?

02 Gen 2005

di Stefano Uberti Foppa

Con la Storia di copertina di questo numero, continuiamo volentieri l’analisi dell’argomento già affrontato nello scorso editoriale. Quello dell’innovazione è infatti un tema troppo legato al futuro del nostro Paese e alla sua capacità di giocarsi un ruolo dignitoso nel processo di sviluppo economico che va tumultuosamente delineandosi in questi anni. Focalizziamo allora le leve sulle quali agire perché un’azione innovatrice diventi parte integrante di un modello d’impresa e di "sistema" italiano (costituito da banche, pubblica amministrazione locale e centrale una sfera politica che sappia mettere a punto strategie e normative adeguate, una scuola dalle infrastrutture e dai programmi aggiornati, fino alla mentalità dei singoli individui che abbiano una cultura dell’innovazione applicabile a usi, costumi e consumi) partendo da un punto fermo: il fatto che Confindustria e altre realtà del Paese stiano pressando il governo sul tema dell ’innovazione e che venga affermato come le tecnologie Ict rappresentino una risposta centrale a questo percorso di sviluppo è senz ’altro positivo. Così come è positiva la consapevolezza diffusa di una criticità del sistema-paese circa la sua capacità di essere in grado di intercettare l’attuale fase di trasformazione economica e sociale se non si ragiona in termini di innovazione. Da dove nasce questa fibrillazione?

Da una situazione economica e strutturale italiana che attualmente non è proprio delle migliori,e da uno scenario di prospettiva che accanto a preoccupazioni sul piano della competitività delle imprese può offrire nuove opportunità di sviluppo soltantose si riuscirà a mettere adeguatamente in marcia la macchina produttiva e industriale italiana.

L’attuale fase di mercato arriva dopo un lungo rallentamento economico, ai limiti della stagnazione, con il conseguente sfiancamento del livello di sopportazione finanziaria e competitiva delle imprese, con contrazioni di mercato, margini più bassi e investimenti molto rallentati.
Non dimentichiamoci, poi, quanto sul piano dei consumi possono aver inciso i contraccolpi psicologici derivati, fino a pochi mesi fa, da uno scenario politico mondiale che ha visto una recrudescenza del fenomeno terroristico e una guerra in Irak, senza contare una ripresa americana che, contrariamente al passato, guarda ai propri sviluppi ed investimenti verso la nuova area asiatica, che sta assorbendo parte delle attenzioni prima canalizzate verso l’Europa.
Da qui, uno scenario di prospettiva che vede le nostre imprese misurarsi con nuovi interlocutori asiatici che stanno rapidamente cambiando la loro connotazione competitiva, passando dal ruolo di area in cui le nostre imprese soprattutto delocalizzavano le loro produzioni, per diventare primari mercati di sbocco, fino a connotarsi (in una previsione da qui a pochi anni) come economie evolute secondo i nostri modelli di sviluppo e consumo.
Lo sapete, vero, che nell’ex florido Triveneto italiano già oggi alcuni imprenditori che non hanno goduto di un ricambio generazionale o che non hanno introdotto in azienda livelli di management adeguati non sela sentono di accettare questa nuova sfida globale e e stanno vendendo fabbriche e impianti di produzione a imprenditori cinesi?E che in alcune aree della Toscana alcune imprese sono già diventate da tempo terziste di aziende asiatiche? Ma non è una questione di Oriente. E’ il mercato globale che sta cambiando,con maggiori esigenze e specificità della domanda,competizione più dura,normative che inducono maggiore trasparenza e produzioni eco-sostenibili. Saper innovare non può più quindi essere un esercizio culturale,un oggetto di dibattito o una vetrina politica. La capacità di innovare avrà dirette conseguenze sull ’economia, sulla qualità della vita delle persone e,in ultima analisi,anche sul consenso elettorale dei rispettivi governi. Il punto da cui parte l ’Italia non è dei più confortanti,anche se,va detto,esistono nel nostro Paese competenze,aree di eccellenza,possibilità di ingegno e di realizzazione che aspettano soltanto di essere calate in un quadro organico di supporto (normativo,finanziario,infrastrutturale)per diventare "sistema ". Di fatto,una recente ricerca della Fondazione Rosselli per il Corriere della Sera circa le potenzialità di innovazione tra le 18 nazioni maggiormente industrializzate dell ’occidente più il Giappone,vede l ’Italia ferma ai blocchi, al terz ’ultimo posto davanti soltanto a Russia e Grecia,superati dalla Spagna e persino dal Portogallo (vedi grafico).La ricerca per definire l ’indice di innovazione di un paese ha raggruppato in sette macro aree di valutazione alcuni parametri che costituiscono l ’ossatura innovativa di un Paese:conoscenza tecnico-scientifica; investimenti in tecnologie Ict; capitale umano; sostegno finanziario alla ricerca; caratteristi che del contesto economico, istituzionale e infrastrutturale. L ’insieme ci ha dato una posizione da terz ’ultimo posto. Noi,come ZeroUno,interpretiamo questo quadro preoccupante dalla prospettiva Ict ribadendo ciò che chi lavora in questo settore e utilizza tecnologia va quotidianamente rilevando:mai come oggi l ’Ict è una delle "fibre " più trasversali e pervasive che innervano le infrastrutture di un paese (nei trasporti, sanità, finanza, scuola, territorio).
Lasciare che l ’Ict si diffonda senza un quadro organico di sviluppo rappresentato da una politica dell ’innovazione che focalizzi le specificità del sistema Italia rischia di non essere sufficiente.I tentativi,a livello di normative e progetti europei sono encomiabili. Mai come negli ultimi anni l ’Unione ha focalizzato la digital society come il proprio grande disegno strategico di sviluppo economico e sociale.E anche recentemente, con e-Europe 2005 si è voluto dare all ’Europa un piano di azione che la porti,entro la fine del prossimo anno,a poter erogare diffusamente negli ambiti delle amministrazioni dello Stato,della formazione scolastica e universitaria,della sanità e delle imprese,soluzioni,infrastrutture e servizi basati su una diffusione della banda larga e su infrastrutture garantite sul piano della sicurezza.
Normative e richiami all ’applicabilità di questi progetti ve ne sono di continuo.Sono però i singoli stati,e,viste le classifiche,soprattutto l ’Italia,a doverne fare una questione di priorità nell’azione di sviluppo del Paese. Nei fatti,come vedrete nella storia di copertina,la nostra situazione risulta essere alquanto arretrata anche sul piano di una diffusione della cultura tecnologica e scientifica:pensate che solo lo 0,1%delle imprese è oggi responsabile del 56%della spesa IT,mentre il 70%di questa è appannaggio di solo cinque Regioni della penisola. L’amministrazione pubblica centrale e locale (che tanto ha fatto negli ultimi anni per lasciare una situazione fortemente arretrata sul piano delle infrastrutture e servizi),la scuola,le stesse imprese e un ’integrazione europea fortunatamente ormai ineluttabile,dovranno portare alla massima priorità di un ’agenda di governo i veri punti forti su cui costruire un ’innovazione che investa il Paese.
Con i diversi attori che sappiano fare fino in fondo la loro parte avendo presente il terreno che dobbiamo necessariamente recuperare. Servirà agire anche sui sistemi di finanziamento all’innovazione facendo "capire " alle banche italiane ((che tra l’altro dalla ricerca risultano penultime per quanto riguarda parametri di efficienza)come siano da considerare degni di investimento,ai fini dell ’erogazione del credito,anche gli assetintangibili d ’impresa e le capacità di questa di innovare e non solo i metri quadri degli immobili.Una strategia industriale, infine,che sappia recuperare ciò che in passato (Olivetti e Telettra,per fare solo due nomi nel nostro settore)abbiamo dissipato,mitigando l’attuale rischio paese che disincentiva all ’investimento.Qualcuno,nella Storia di copertina,afferma che il fascino della tecnologia Ict è che consente di prendere i numerosi treni dell ’innovazione che continuamente si presentano. Ma dobbiamo anche sapere che se l ’Italia scivolerà su un binario morto, nessun treno le passerà più davanti.

Stefano Uberti Foppa
Direttore Responsabile

Giornalista professionista dal 1989, inizia ad occuparsi di giornalismo nel settore informatico nel 1981, partecipando all'avvio della sede italiana del settimanale Computerworld. Nel 1987 passa al mensile ZeroUno di cui nel 1997 assume la direzione insieme a quella del settimanale PcWeek Italia. Opinion leader riconosciuto nel settore Ict in Italia, attualmente è direttore responsabile di ZeroUno edito da Ict&Strategy, società del Gruppo Digital360.

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