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Italia digitale, uno slalom tra eccellenze e ostacoli strutturali che rallentano l’innovazione



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Il Global Innosystem Index 2026 elaborato da TEHA Group fotografa l’ecosistema dell’innovazione in 49 Paesi, con l’Italia ferma al 31° posto del ranking. Ricerca scientifica e supercomputer da top ten mondiale, ma investimenti in R&D e capitale umano ancora troppo deboli

Pubblicato il 2 giu 2026



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Valerio De Molli, Amministratore Delegato di The European House – Ambrosetti e TEHA Group
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Settimi al mondo per supercomputer. Quinti per impatto della ricerca scientifica. Sesti per efficacia nel trasformare innovazione in valore economico. Eppure, nel ranking globale della digital innovation, l’Italia è 31ª. Come se avessimo in garage una Ferrari e continuassimo ad andare in giro a piedi o in bicicletta.

Il termometro globale dell’innovazione: cos’è il TEHA Global Innosystem Index

Misurare la digital innovation di un Paese non è semplice come stilare una classifica di brevetti o contare le startup. Richiede uno sguardo sistemico, capace di tenere insieme formazione, investimenti, infrastrutture, attrattività e capacità di trasformare la ricerca in valore economico reale.

È esattamente l’approccio del Global Innosystem Index. L’indice, elaborato da TEHA Group, società controllata da The European House – Ambrosetti e tra i principali think tank europei, analizza 49 Paesi attraverso cinque macro-dimensioni:

  • Capitale umano: istruzione, competenze STEM, attrattività per talenti internazionali
  • Risorse finanziarie a supporto dell’innovazione: investimenti pubblici e privati in R&D, venture capital
  • Innovatività dell’ecosistema: capacità di generare nuove idee e tecnologie
  • Attrattività dell’ecosistema: apertura internazionale, infrastrutture, efficienza del contesto
  • Efficacia dell’ecosistema innovativo: capacità di trasformare ricerca e innovazione in risultati economici concreti

In cima alla classifica 2026 si trovano Singapore, Israele e Regno Unito. I Paesi che hanno fatto il salto più netto rispetto al 2023 sono Australia e India. L’Italia, invece, è rimasta ferma – o stabile che dir si voglia.

Italia 31ª: una posizione stabile ma non per questo rassicurante

Trentunesima su quarantanove nazioni esaminate. Stabile rispetto al 2023. A prima vista potrebbe sembrare un risultato accettabile, quasi da difendere. In realtà, la stasi è un problema. Visto che si ragiona in un contesto globale in cui digital innovation e intelligenza artificiale ridisegnano ogni anno le gerarchie economiche, non avanzare equivale infatti ad arretrare in termini relativi, anche se non assoluti.

«I Paesi più competitivi sul terreno dell’innovazione sono quelli che puntano sul capitale umano e su ricerca e sviluppo – ha spiegato Valerio De Molli, Managing Partner & CEO di TEHA Group, sul palco del Technology Forum di Stresa organizzato dall’azienda –. L’Italia, purtroppo, continua a scontare un ritardo strutturale proprio su questi fronti».

Il dato complessivo nasconde, però, una storia più sfumata, fatta di eccellenze autentiche e ritardi inspiegabili. Vale la pena raccontarla per intero.

Credits: TEHA Group (2026)

Dove l’Italia eccelle: ricerca, export e supercomputer

Partiamo dai punti di forza, perché sono concreti e non banali.

Sul fronte dell’efficacia dell’ecosistema innovativo, l’Italia ottiene un punteggio di 4,53 che la colloca al sesto posto mondiale – davanti a Germania, Francia e Cina. Significa che, quando riesce a fare ricerca, il sistema italiano è capace di trasformarla in risultati economici reali con un’efficienza che pochi altri Paesi sanno eguagliare. A guidare questa dimensione sono Singapore, Estonia e Israele.

La qualità della ricerca scientifica è un altro asset di rilievo: l’Italia è quinta al mondo per numero di pubblicazioni accademiche (circa 814.000) e citazioni internazionali (circa 4.365), indicatori che misurano non solo la quantità ma l’impatto reale della produzione scientifica italiana nel dibattito globale.

Significativo anche il posizionamento nella bilancia commerciale dei servizi R&D: l’Italia è sesta al mondo con un saldo attivo di 3,71 miliardi di dollari, dietro a Stati Uniti, Canada, Israele, India e Regno Unito. Un dato che racconta la competitività italiana nell’esportare competenza di ricerca avanzata verso il resto del mondo.

Infine, uno dei numeri più sorprendenti: l’Italia è settima al mondo per potenza di calcolo dei supercomputer. Con infrastrutture HPC (High Performance Computing) tra le più avanzate del pianeta – un vero e proprio asset strategico per l’intelligenza artificiale e l’analisi dei Big Data. Il Bel Paese registra un indice di 15,08, non lontano dai 20,47 degli Stati Uniti, in una classifica dominata da Finlandia (69,64) e Svizzera (50).

Dove l’Italia arranca: capitale umano e investimenti in R&D

Il rovescio della medaglia è strutturale e, per certi versi, più preoccupante proprio perché non è una novità.

Nella dimensione capitale umano, l’Italia si colloca al 33° posto con un punteggio di 3,35, molto distante dalla Svezia prima in classifica con uno score di 8,07. Il problema non è solo quantitativo: è il modello complessivo di investimento nella persona che mostra crepe profonde.

La spesa pubblica in istruzione vale il 4,07% del PIL, che colloca l’Italia al 37° posto mondiale. La Svezia, che guida questa classifica, destina il 7,32% del PIL alla formazione dei suoi cittadini. L’Islanda il 7,29%, la Finlandia il 6,38%. Il divario non è un dettaglio ma una scelta politica che produce effetti decennali.

Sul fronte degli investimenti in R&D, il quadro è altrettanto critico. Gli investimenti privati in ricerca e sviluppo (BERD) si fermano allo 0,79% del PIL. Quelli complessivi (GERD) raggiungono l’1,38%, mentre il venture capital vale appena lo 0,03% del PIL. In questa dimensione l’Italia è 30ª, in peggioramento rispetto al 2023, in una classifica guidata da Israele (6,47), Corea del Sud (4,96) e Stati Uniti (4,44).

Il nodo STEM: quando mancano le competenze, manca il futuro

Se c’è un tema che attraversa trasversalmente tutti i ritardi italiani nella digital innovation, è quello delle competenze tecnico-scientifiche. I numeri del TEHA Global Innosystem Index 2026 su questo fronte sono impietosi.

Solo il 31,58% dei giovani tra 25 e 34 anni è laureato: un dato che colloca l’Italia al 35° posto mondiale, a distanza abissale dalla Corea del Sud (70,55%), dal Canada (68,86%) e dal Regno Unito (60,32%). Come sottolinea De Molli, «in Corea del Sud circa il 71% dei giovani è laureato, mentre in Italia siamo poco sopra il 31%».

Anche la quota di laureati in materie STEM – cuore pulsante di qualsiasi ecosistema di digital innovation – segnala un ritardo: l’Italia è 21ª con il 23,55% dei laureati in discipline scientifico-tecnologiche, contro il 35,5% della Germania, il 30,95% della Corea del Sud e il 30,52% dell’Austria.

La debolezza si riflette sulla presenza di atenei italiani nelle classifiche internazionali: solo il 6,98% delle università italiane figura tra le prime 200 al mondo, contro il 69,23% dei Paesi Bassi, il 62,5% della Svezia e il 60% della Danimarca. Un sistema universitario che fatica a emergere globalmente attrae meno studenti stranieri e, infatti, l’Italia è 30ª per inbound mobility, con appena il 4,84% di studenti internazionali.

La conseguenza più diretta di questo deficit formativo si misura nella disponibilità di sviluppatori software: l’Italia è 42ª al mondo con 28,79 developer ogni 1.000 abitanti. Un numero che impallidisce di fronte ai 297,19 di Singapore, ai 102,76 dei Paesi Bassi e agli 98,86 dell’Islanda. Senza sviluppatori, la trasformazione digitale rimane uno slogan.

Startup, unicorni e venture capital: il gap che pesa

Un ecosistema di digital innovation maturo si misura anche dalla sua capacità di generare imprese ad alto potenziale di crescita. Su questo fronte, il dato italiano è tra i più eloquenti dell’intero rapporto.

L’Italia conta appena 0,05 unicorni tecnologici per milione di abitanti, collocandosi al 34° posto mondiale. Singapore ne ha 2,65, Israele 2,21, gli Stati Uniti 2,11. Non si tratta di una differenza di scala ma di una differenza di ecosistema. Gli unicorni non nascono per caso, ma sono il risultato di capitali disponibili, cultura del rischio, infrastrutture di supporto e, di nuovo, competenze.

Il venture capital italiano, come già accennato, vale lo 0,03% del PIL: una cifra che rende difficile finanziare l’ambizione tecnologica nelle fasi più rischiose, quelle in cui nascono le aziende che cambieranno i mercati nei prossimi dieci anni.

A questo si aggiunge una dipendenza tecnologica dall’estero ancora marcata: l’Italia è 35ª per quota di esportazioni high-tech e 33ª per saldo commerciale dei prodotti ad alta tecnologia, con un bilancio negativo tra importazioni ed esportazioni.

Un segnale del fatto che il Paese consuma più tecnologia avanzata di quanta ne produce e ne esporta.

10 proposte per rimettere in moto la digital innovation italiana

TEHA non si limita a fotografare i problemi. Al Technology Forum di Stresa il gruppo ha presentato dieci proposte concrete per rilanciare l’ecosistema italiano dell’innovazione. Vale la pena considerarle come un sistema integrato, non come misure isolate.

1. Politica tecnologica nazionale: l’obiettivo è identificare un numero limitato di tecnologie di frontiera, tra cui AI, manifattura avanzata, energia pulita, biotecnologie, su cui costruire una posizione di leadership italiana, complementare alla Legge quadro sul Made in Italy.

2. Zone d’innovazione speciali (ZIS): strumenti di politica industriale a lungo termine per concentrare massa critica nei settori tecnologici di interesse nazionale, dal nucleare di nuova generazione al calcolo quantistico.

3. Contribuire al quadro EU.inc per evitare che la semplificazione normativa europea diventi un meccanismo di arbitraggio fiscale a danno dei Paesi con sistemi produttivi radicati, come l’Italia.

4. Strategia nazionale STEM per colmare il gap di competenze. Il modello proposto è STEAM: non solo Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica, ma anche Arti, per formare professionisti capaci di integrare competenze tecniche e sensibilità umanistica. Entro il 2030, senza interventi, potrebbero mancare 10 milioni di lavoratori specializzati.

5. Coding for all e alfabetizzazione digitale come materie fondamentali a ogni livello scolastico, con approccio pratico e formazione continua degli insegnanti.

6. Talent attraction package per attrarre fondatori di startup, ricercatori e professionisti STEM dall’estero, con incentivi fiscali semplificati e canali fast-track completamente digitalizzati. Qualcosa che Francia e Germania già offrono e l’Italia, invece, non ha ancora strutturato.

7. One-stop shop per le autorizzazioni in R&D: oggi il 66,7% delle aziende indica burocrazia e tempi di approvazione come i principali ostacoli agli investimenti in ricerca. Un ente interministeriale unico potrebbe cambiare radicalmente questo scenario.

8. Aumentare le retribuzioni dei ricercatori di dottorato: un neoassunto con dottorato di ricerca guadagna in media 36.000 euro lordi in Italia, contro i 55.000 della Germania. Il divario non è sostenibile se si vogliono trattenere i talenti.

9. Pacchetto attrazione R&D per portare la quota privata degli investimenti in ricerca – oggi al 57% del totale, contro il 68% tedesco e il 94% israeliano – su livelli competitivi, attraverso incentivi stabili e un coordinamento strutturale.

10. Rafforzamento del trasferimento tecnologico: l’Italia brevetta solo il 3% delle sue pubblicazioni scientifiche, contro il 14% della Germania. I Technology Transfer Office sono spesso sottodimensionati – il 61% ha meno di 5 dipendenti. Servono governance nazionale, risorse e riconoscimento accademico formale per chi brevetta.

Il potenziale c’è, ma serve una scelta di campo

Il TEHA Global Innosystem Index 2026 non consegna un verdetto di condanna per l’Italia. Consegna qualcosa di più complesso, ovvero il ritratto di un Paese che ha le fondamenta per costruire un ecosistema di digital innovation competitivo a livello mondiale – ricerca di qualità, infrastrutture tecnologiche avanzate, capacità manifatturiera – ma che continua a non fare le scelte necessarie per connettere questi asset in un sistema coerente.

Il problema non è di risorse, ma di visione e di priorità.

Investire in istruzione, competenze STEM, ricerca e venture capital non è un costo ma l’unica leva disponibile per garantire crescita industriale e occupazione nei prossimi anni, in un mondo in cui l’innovazione digitale non è più un’opzione strategica ma una condizione di sopravvivenza competitiva.

La classifica 2023 e quella 2026 dicono la stessa cosa: l’Italia è ferma. La prossima edizione dell’indice dirà se il Paese ha scelto di muoversi.

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