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Innovazione di prodotto: si può e si deve misurare

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Innovazione di prodotto: si può e si deve misurare

04 Ott 2006

di Elisabetta Bevilacqua

Per completare il quadro dei modelli di trasferimento tecnologico che potrebbero supportare la creazione di prodotti e servizi innovativi, abbiamo sentito il punto di vista di Alessandro Giari, presidente del Polo Tecnologico di Navacchio (Pisa) recentemente nominato presidente dell’associazione dei Parchi Tecnologici e Scientifici italiani

“La debolezza del Paese nell’offerta di soluzioni che puntino all’innovazione radicale di prodotti e servizi”, è quanto Alessandro Giari, presidente del Polo Tecnologico di Navacchio (Pisa) recentemente nominato presidente dell’APSTI, Associazione dei Parchi Tecnologici e Scientifici Italiani (vedi riquadri), evidenzia sottolineando contemporaneamente la prevalenza di un modello di innovazione di tipo incrementale.

Una delle cause principali di questa situazione deriva dalla dimensione ridotta delle imprese, che, se in passato è stata una delle ragioni del successo del modello italiano, oggi mostra la debolezza interna in termini di risorse, capacità di investimento, competenze… Questa premessa giustifica il ruolo guida che tuttora svolge chi fa ricerca e ha la possibilità di definire le aree su cui operare e sa come e dove trovare i finanziamenti. “Ma l’evoluzione innovativa non può nascere dall’idea brillante di un singolo ricercatore; è invece dettata dalle tendenze di sviluppo dei mercati”, ci ricorda Giari, che indica la necessità di ribaltare completamente il modello attuale dando invece la priorità alla domanda di innovazione (che proviene dalle imprese) rispetto all’offerta di innovazione (che proviene dal mondo della ricerca).
Per ottenere questo risultato sono necessari strumenti che rafforzino e strutturino la domanda di innovazione, sgombrando al tempo stesso il campo dall’idea che esista “un singolo soggetto capace di fare trasferimento tecnologico”. Come precisa Giari: “Si tratta piuttosto di identificare soggetti che avendo ottenuto la fiducia da parte delle imprese possano contribuire a raccordare la filiera dell’innovazione aiutando le Pmi a strutturare le loro esigenze in termini di domanda”. Le imprese di piccole dimensioni, hi-tech o tradizionali, percepiscono infatti la necessità di innovazione, senza avere però il dominio di tutti gli anelli della catena, a differenza di quanto accade per la grande impresa che riesce a proporre una domanda già strutturata.
La criticità del processo di innovazione non deriva però dalla scarsità di ricerca o di enti che a vario titolo possano fare da raccordo fra ricerca e imprese. C’è semmai il problema inverso. “Nel nostro Paese i centri che si candidano a fare trasferimento tecnologico sono anche troppi (ne sono stati censiti recentemente oltre trecento); ciò che va verificata è però la loro efficacia, evitando il rischio del proliferare di sistemi che si autoalimentino”, sostiene Giari. Rischio che va scongiurato andando a definire meglio il ruolo e misurare i risultati conseguiti. È questo uno degli obiettivi che si è data Apsti come associazione. “Partendo dall’analisi delle criticità, pur salvaguardando l’originalità di ciascun modello, abbiamo definito una funzione che definisca un minimo comun denominatore dei parchi scientifici e tecnologici o altri soggetti similari, identificando come centrale il ruolo di integrazione – spiega Giari -. Ciò premesso, non si ha titolo ad essere finanziati unicamente per il nome che si porta, ma per la capacità di portare a sistema la funzionalità di certi meccanismi. I risultati di un processo di sistematizzazione del trasferimento di tecnologia sulla crescita innovativa si possono misurare ed essere parametrati, a differenza di quanto accade invece per la ricerca di base, i cui risultati si possono misurare solo in tempi molto lunghi”.
Un caso di successo che esemplifica questo ruolo di integrazione è un’esperienza presso il Polo di Navacchio di Pisa dove dalla collaborazione fra un’azienda di misurazioni sulla compatibilità elettromagnetica (laboratorio per la misurazione anacoica presso il Polo), nata come spin-off universitario, un’azienda specializzata in servizi wireless e un’altra di progettazione di antenne è nato un servizio di grande successo per la pianificazione e monitoraggio per il posizionamento delle antenne in siti pubblici, che fornisce servizi in grado di garantire copertura adeguata per i gestori e al tempo stesso non impatta negativamente sulla salute dei cittadini.  E, a parte questo esempio, il Polo Tecnologico di Navacchio è un caso di successo sia in termini di occupazione in segmenti innovativi sia di crescita di fatturato. “Svolgiamo per le nostre imprese quell’insieme di attività che generalmente fa al suo interno una grande impresa, senza essere condizionati nelle scelte alle linee definite dai bandi pubblici”, sintetizza Giari, che sottolinea anche l’attivismo in termini di promozione internazionale.
Un’ulteriore criticità è stata individuata da Apsti nella finanza per l’innovazione, che dovrebbe avere caratteristiche particolari dal momento che le modalità presenti sul mercato spesso si rivelano inadeguate, come nel caso del venture capital, che prevede soglie di intervento non compatibili con le esigenze delle Pmi. Fra gli obiettivi di Apsti c’è dunque quello di analizzare le modalità più adeguate per far nascere e aiutare lo sviluppo delle imprese hi-tech, indispensabile per un nuovo modello di sviluppo economico. Essenziale in particolare la definizione di un piano di incubatori, come parte di un network europeo.
Un’altra linea di intervento dell’associazione va in direzione della creazione di una rete capace di far circolare e mettere a disposizione conoscenze ed esperienze, come primo livello di aggregazione delle competenze, da proporre anche ad altri soggetti con l’obiettivo di fare sistema. Un esempio? Nell’area dell’innovazione nel settore agroalimentare una realizzazione quale il sistema olfattivo artificiale per la caratterizzazione dell’olio di oliva messo a punto presso il Polo Tecnologico di Navacchio potrebbe immediatamente diventare un patrimonio condiviso, insieme ad altre analoghe innovazioni messe a punto nello stesso settore in altri parchi tecnologici.

IL POLO TECNOLOGICO DI NAVACCHIO (PISA)

Il Polo di Navacchio è stato creato su iniziativa di enti locali (Comune di Cascina e Provincia di Pisa), in seguito ad un accordo con la Regione Toscana e realizzato in termini di spazi attraverso il recupero di un polo industriale dismesso.
Nell’area oggi sono circa 360 le persone occupate, il 62% delle quali laureate, suddivise in oltre 60 imprese e laboratori di ricerca. Il trend di crescita del fatturato, su 37 aziende comparabili, è stato di quasi il 70% nel biennio. Il modello del Polo ha inoltre favorito la collaborazione fra le imprese presenti con la creazione di 50 progetti e 53 nuovi prodotti/servizi. L’integrazione con la ricerca è testimoniata dal fatto che la quasi totalità delle imprese ha un’attività di collaborazione con l’Università.
Il Polo offre alle imprese sia servizi di tipo strutturale (cablaggio in fibra ottica, larga banda, wireless, proddotti connessi all’Ict), sia qualificati, come attività coordinata di promozione e marketing, studio e gestione di progetti integrati fra più imprese finalizzati alla realizzazione di attività innovative, informazioni su finanziamenti, banche dati sul sistema d’impresa. (E.B.)

L’ASSOCIAZIONE PARCHI SCIENTIFICI TECNOLOGICI ITALIANI (APSTI)

Trenta parchi scientifici hanno formato un network nazionale finalizzato al sostegno dello sviluppo locale attraverso l’innovazione. L’associazione (www.apsti.it), costituita nel ’91, ha raccolto le esperienze dei primi parchi scientifici e tecnologici nati all’inizio degli anni Sessanta.
All’inizio di quest’anno, dopo un lungo lavoro di riorganizzazione per creare una vera e propria rete di collaborazione fra i più importanti parchi scientifici e tecnologici, l’associazione ha nominato un nuovo consiglio direttivo e un nuovo presidente. La missione è porre fine alla mancanza di sistematicità che ha finora caratterizzato le strategie per il trasferimento tecnologico per favorire invece la costruzione di un processo di filiera indispensabile per una crescita del Paese basata sull’innovazione. (E.B.)

Elisabetta Bevilacqua
Giornalista

Sono attiva dal 1989 nel giornalismo hi-tech, dopo esperienze in uffici studi di grandi gruppi e di formazione nel settore dell’informatica e, più recentemente, di supporto alle startup. Collaboro dal 1995 con ZeroUno e attualmente mi occupo soprattutto di trasformazione digitale e Industry 4.0, open innovation e collaborazione fra imprese e startup, smart city, sicurezza informatica, nuove competenze.

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