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Idee in libertà – Rivoluzione digitale: quale approccio al cambiamento

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Idee in libertà – Rivoluzione digitale: quale approccio al cambiamento

05 Apr 2006

di Elisabetta Bevilacqua

Prendiamoci una pausa per alcune riflessioni con Francesco Varanini (nella foto), direttore della rivista "Persone&Conoscenze" e Stefano Uberti Foppa, direttore di ZeroUno, su come sta cambiando il nostro rapporto con l’informatica. si parla spesso di rivoluzione digitale ma il nocciolo della questione sta nel nostro modo di approcciare il cambiamento.
E in  questo percorso, un ruolo certo non di secondo piano deve essere assunto dalla stampa

A volte può essere utile, accantonando per un momento la rincorsa frenetica agli impegni quotidiani, fermarsi a riflettere, prendersi uno spazio lasciando circolare le idee in libertà. È quanto hanno fatto durante un incontro, lo scorso mese, Stefano Uberti Foppa, direttore di ZeroUno (www.zerounoweb.it) e Francesco Varanini direttore di Persone&Conoscenze (www.personeeconoscenze.it), nella conversazione che di seguito riportiamo, una sorta di reciproca intervista, pubblicata contemporaneamente nelle due riviste.
Il dialogo si è avviato con una domanda di Varanini sulle difficoltà, per una rivista “storica” come ZeroUno, di seguire l’evoluzione dell’informatica dal mondo dei mainframe, attraverso le molteplici fasi intermedie, fino alla complessa realtà attuale.


Uberti Foppa: Dopo tanti anni in cui il mondo della stampa IT si è soprattutto limitato ad accompagnare l’evoluzione della tecnologia, spesso fine a se stessa o finalizzata esclusivamente a una logica di efficienza, ci troviamo oggi in una fase di “confusione positiva”, in un passaggio epocale, dove l’It ha le potenzialità non solo di supportare il business, ma di aiutarlo a interpretare la realtà e il mercato, di cambiare il modo di lavorare. Con questo nuovo modello la nostra rivista si misura costantemente. Oggi vedo soprattutto due grandi spinte di cui tener conto. La prima è la presenza in Italia di una fascia di imprenditori che, indipendentemente dalla loro formazione scolastica o culturale, hanno sensibilità per l’innovazione anche tecnologica, avendo tratto dalla loro esperienza un’accettazione del ruolo delle soluzioni It come supporto flessibile alla propria attività. Si tratta di imprenditori di successo, che hanno certo contato sul proprio intuito, ma sanno bene che non sarebbero dove sono senza l’infrastruttura tecnologica che li supporta. In un momento di cambiamento come l’attuale una rivista come ZeroUno ha dunque l’obbligo di andare alla ricerca di questi casi (analizzando il modo in cui sul piano culturale, organizzativo e tecnologico si stanno muovendo queste imprese), per l’esempio che possono offrire sia agli altri imprenditori sia al Paese. Un’ulteriore spinta alla digitalizzazione diffusa, che guardo con curiosità e speranza come fenomeno importante di cambiamento, soprattutto nell’area consumer, deriva dal cambio generazionale. In Italia siamo in ritardo rispetto ai paesi più avanzati, ma ci sono avvisaglie, nella pervasività dell’uso di Internet, nell’informatica mobile, che fanno ipotizzare come anche nel nostro Paese stia montando una vera e propria “marea della cultura digitale”. Ma anche restando sul piano del business, è possibile cogliere per la prima volta l’opportunità di cambiare nelle imprese il modello organizzativo e culturale che la tecnologia consente e che la rivista è impegnata ad evidenziare

Varanini: Sarebbe importante non separare la dimensione personale e privata delle tecnologie da quella business, che fino a ora avevamo tenuto distinte perché così erano nate. Oggi invece, in tutti gli ambiti, c’è come uno strato tecnologico che media fra noi e le nostre conoscenze sia a livello privato che sul lavoro.
Mentre gli antichi greci avevano sviluppato un allenamento per conservare le informazioni nella propria memoria attraverso mnemotecniche, oggi che il computer, il palmare e il cellulare sono diventati una specie di protesi della nostra mente, ognuno di noi organizza i contenuti in cartelle. Salvo poi accorgersi che questa modalità non è adeguata al funzionamento della nostra rete neurale e passare all’uso del “search”; ragione per la quale assume grande importanza il semantic web.

Uberti Foppa: Viviamo in una fase, fortemente contraddittoria, tipica dei momenti di cambiamento. C’è una situazione generale a livello macroeconomico, soprattutto nelle società evolute, che porta a stressare le strutture organizzative e il lavoro stesso, all’interno di un modello tipicamente occidentale, in antitesi con l’esigenza di analisi e di approfondimento, indispensabili per ripensare davvero i propri modelli operativi così da sfruttare le opportunità che la tecnologia offre. Le persone, all’interno delle aziende alle prese con problemi di conto economico, ampliamento del mercato, aumento del numero di clienti, fanno fatica a trovare il tempo per questa riflessione. Sarebbe invece necessario un doppio scatto: capire che il raggiungimento di obiettivi di business importanti passa anche da un ripensamento che richiede un approccio diverso, dove le tecnologie, se utilizzate adeguatamente, hanno un ruolo imprescindibile.

Varanini: Il problema vero non sono le tecnologie, ma siamo noi che le usiamo in base a modelli vecchi. Restiamo legati alla scrittura e alle sue metafore, con cui abbiamo una consuetudine millenaria, mentre non capiamo bene cosa ci sia dietro l’informatica che pure è una diversa tecnologia di scrittura, una codifica che consente di far leggere informazioni e strategie non solo dagli uomini, ma anche dalle macchine. Ma mentre con la scrittura abbiamo una consuetudine antichissima usiamo le nuove tecnologie senza capire fino in fondo la loro potenzialità. Sarebbe dunque necessario un atteggiamento diverso, non solo delle organizzazioni, ma anche da parte delle singole persone che devono assumere un diverso atteggiamento e investire su se stesse.

Uberti Foppa: Condivido la tua posizione, ma non è pensabile che questo scatto avvenga e si diffonda solo a livello individuale, a prescindere cioè da una diffusione culturale a livello di Paese. Per spiegare cosa intendo faccio un esempio, tratto da una notizia recente pubblicata nella nostra rassegna stampa internazionale, che riporta la posizione di Lou Gerstner, ex Ceo Ibm e oggi presidente della Commissione Usa per la formazione. Gerstner paragona l’attuale situazione USA nel campo della formazione al risveglio del suo paese quando si è trovato lo Sputnik sopra la testa. Gerstner sottolinea che la Corea del Sud, con un sesto di popolazione rispetto agli Usa, laurea lo stesso numero di ingeneri; la Cina quattro volte tanto, l’India cinque, mentra la metà della forza lavoro americana si avvia alla pensione. Vogliamo parlare dell’Italia in questo scenario?

Varanini: Parliamone! Nella tecnologia si cresce per scalini e se facciamo oggi quello che gli altri paesi hanno fatto dieci anni fa resteremo sempre indietro. Chiediamoci allora quale formazione abbia senso prevedere oggi per essere al passo almeno domani. Cosa è compatibile con la nostra sbandierata creatività o con la nostra cultura umanistica?  Forse dovremmo puntare più sul software che sull’hardware, chiedendoci però anche come mai gli indiani operino così bene in questo campo, mentre noi non riusciamo a produrre niente di veramente significativo.

Uberti Foppa: Tornando alla realtà delle imprese, al di là delle contaminazioni culturali indubbiamente positive, non è facile vedere, in questo momento, come rimodellare un approccio che coinvolga processi, organizzazioni, competenze,  in modo da essere in grado di analizzare da un lato le opportunità sul mercato e diffondere dall’altro le conoscenze in azienda attraverso l’utilizzo della tecnologia.

Varanini: Bisogna innanzi tutto fornire una lettura laica delle tecnologie per riuscire a offrire a ciascuno quella più adatta alle sue esigenze. Si ritiene che la cultura non c’entri con questo tipo di analisi, ma si deve partire dalla constatazione che la tecnologia nei fatti scolpisce nel software un precisa ideologia, una certa visione del mondo. Quando ad esempio sostengo che il sistema Sap è l’avveramento della filosofia hegeliana, non la considero una critica; anzi mi sembra del tutto logico che ingegneri tedeschi realizzino un prodotto che contiene quel tipo cultura. Si tratta però di far emergere il disegno sotteso e di comprenderlo: solo così è possibile identificare la soluzione più adatta per ciascuna esigenza.

Uberti Foppa: Vorrei aggiungere un commento sulla capacità delle tecnologie di saper davvero interpretare le esigenze reali delle persone ed avere quella flessibilità relazionale che non sempre riescono a supportare. Vedo il ruolo della tecnologia come le due facce di una medaglia: flessibilità e razionalizzazione. La prima è quella capace di declinare la tecnologia per cogliere l’esigenza di aumentare la flessibilità, di cui ci sono molti esempi. Ne traggo uno da una notizia relativa alla Dreamworks, azienda che produce film di animazione, che comportano progetti molto complessi sul piano dell’infrastruttura tecnologica. Per rispondere all’esigenza di condividere al meglio e in modo informale informazioni e stato di avanzamento dei lavori, è stato sviluppato un software ad hoc per gestire l’avanzamento dei progetti attraverso l’interazione audio e video che consente il colloquio fra gruppi di lavoro: non è solo un sistema avanzato di videoconferenza, ma consente davvero di condividere il lavoro in real time in modo molto sofisticato. L’altra faccia, la razionalizzazione, riguarda invece il ruolo positivo della tecnologia anche quando forza con best practices determinate organizzazioni, costringendole a ingegnerizzare procedure che resterebbero altrimenti nella totale informalità.
Detto questo, in una fase così confusa come l’attuale, sarebbe interessante, soprattutto per una rivista come la tua, risalire ad alcune rivoluzioni importanti del passato per capire quali siano stati nei momenti di cambiamento, dove le difficoltà hanno operato una scrematura in una logica di selezione, i riferimenti guida da cui sono poi emersi nuovi modelli di società e di impresa. Quali paralleli si possono fare con le grandi rivoluzioni passate e la situazione attuale che ha le sue radici nella diffusione reale del Pc a partire dagli anni ’80?

Varanini: È indubbio che il passaggio attuale è simile a quello fra oralità e scrittura o al momento della scoperta del libro, che consentiva di segmentare la conoscenza in pagine, definire un indice…
Se si risale a quelle fasi si vede quali siano stati i vincoli della tecnologia, quali le resistenze. I libri della Bibbia hanno ad esempio tutti un numero di caratteri inferiore ad un certo valore, ossia quello consentito dalla lunghezza dei rotoli di papiro nei quali venivano conservati. Si tratta in questo caso di un vincolo tecnologico. Per fare un altro esempio, Platone nel Fedro metteva in guardia dalla pericolosità della scrittura in quanto avrebbe fatto perdere la capacità di lavorare sulla creazione del nuovo, affidandosi invece a ciò che è già codificato. Platone evidenziava alcune criticità reali, ma d’altra parte opponeva resistenze anche perché, vendendo oralità, temeva, con la scrittura, di perdere il proprio mercato, anche se poi così non è stato. Oggi il limite da superare è la metafora della pagina che abbiamo in testa (assunta anche nel web dalla logica html). Perché riteniamo che nella nostra mente la conoscenza non possa essere contenuta come una galassia di conoscenze senza forma? Gli strumenti tecnologici per andare oltre già ci sono, ma siamo noi che abbiamo bisogno di fermarci e rassicurarci.

Uberti Foppa: Quanto dici ci riporta al nostro ruolo di giornalisti. Abbiamo la responsabilità, come stampa, di non aver saputo fino ad oggi cogliere adeguatamente i segnali di cambiamento e tracciare, per la nostra parte, un indirizzo, una strada, contribuire ad una “visione” nuova del ruolo della tecnologia.
In una struttura di Paese fatta di piccole e medie imprese, spesso raggirate da un’offerta tecnologica finalizzata alla spremitura delle loro esigue risorse, tanto che oggi la spesa media per impresa è poco più di mille euro l’anno, la responsabilità di tutti è grande. Dovremmo ad esempio far capire che la tecnologia deve impattare sull’organizzazione, migliorandola e rendendola più efficiente, perché sia utile per una crescita in termini di competitività e di innovazione. E dire basta all’offerta di moduli che si limitano a integrare la stampante e far funzionare tre Pc in rete! Tutto questo dovrebbe essere dato per scontato, come l’erogazione dell’elettricità.

Varanini: In questo modo abbiamo lasciato che l’informatica fosse considerata un male necessario, senza riuscire a comunicare anche la bellezza e il fascino della tecnologia. Ci arriva tutta questa roba dall’America e spesso non sappiamo neppure come chiamarla. È il caso della parola scanner, con tutte le sue varianti (scannerizzare, scannare,…), che deriva da un termine latino e potrebbe benissimo essere espressa con il vocabolo italiano “scandire”, che lo traduce. È solo un esempio di come abbiamo abbandonato la nostra cultura, per reimportarla poi da altri paesi. Come mai allora ci meravigliamo che gli imprenditori facciano fatica ad accettare queste soluzioni? La responsabilità è anche della scuola, che si limita ad operazioni come la patente informatica, insegnando banalità che i ragazzi imparerebbero anche da soli, mentre dovrebbe invece insegnare come funziona un sistema operativo, cosa vuol dire la stratificazione del software, come organizzare le informazioni, come funzionano i motori di ricerca….
Ma sarebbe soprattutto necessario insegnare più management a chi si occupa di It e più It a chi si occupa di management.
Cosa possiamo fare allora come giornalisti? Con la mia rivista cerco soprattutto di rispondere alla domanda di narrazioni, di storie, di esperienze, andando a rappresentare conoscenze tacite, ancora non formalizzate in procedure, non ancora codificate in software. E dunque, mentre con Persone & Conoscenze faccio più “filosofia”, tu, con ZeroUno, scavando dietro le apparenze della tecnologia, ne analizzi soprattutto gli impatti sul business. Ma in fondo facciamo un lavoro comune.

lA PRIORITA’ E’ CANCELLARE: TUTTI I MODI PER DIRLO
A differenza del passato, sostiene Varanini, quando si doveva scrivere su pagine bianche, oggi dobbiamo invece lavorare sulla massa di informazioni per fare emergere dal rumore di fondo gli elementi significativi.
Andando a vedere il vocabolo usato per esprimere l’azione di “cancellare”, potremmo scorpire che l’italiano descrive questa azione nel modo più adeguato alle esigenze attuali.
In inglese cancellare si dice “erase”, ossia rasare la tavoletta di cera, che ci ricorda, nella vecchia informatica, l’eliminazione dei dati meno attuali dalle memorie di massa che allora avevano  costi elevati.
In francese si dice “efasser”, che si associa alla pulizia della lavagna, e ci ricorda lo svuotamento della memoria di lavoro.
In italiano si dice invece  “cancellare”, ossia fare dei tratti di penna sopra. Ed è proprio quest’ultima la modalità con cui funzionano i sistemi attuali, siano essi motori di ricerca, o strati di software middleware, sovrapposti ai sistemi legacy, per estrarne le informazioni significative, ignorando le altre ma senza eliminarle e rendendo fruibili componenti diverse a persone diverse. (E.B.)


Elisabetta Bevilacqua
Giornalista

Sono attiva dal 1989 nel giornalismo hi-tech, dopo esperienze in uffici studi di grandi gruppi e di formazione nel settore dell’informatica e, più recentemente, di supporto alle startup. Collaboro dal 1995 con ZeroUno e attualmente mi occupo soprattutto di trasformazione digitale e Industry 4.0, open innovation e collaborazione fra imprese e startup, smart city, sicurezza informatica, nuove competenze.

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