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Il pensiero nuovo

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Il pensiero nuovo

22 Nov 2016

di Stefano Uberti Foppa

“Tutte le cose che ora si credono antichissime
furono nuove un tempo”

Publio Cornelio Tacito

La prima cosa che colpisce, provando a mettere in fila alcuni spunti di riflessione emersi dall’ultimo World Business Forum 2016, tenutosi pochi giorni fa a Milano, è che…non si è parlato di business. La competitività di impresa, gli andamenti macro economici hanno avuto una parte secondaria rispetto agli interventi tenuti. In questi, il fil rouge lo si può invece trovare nella ricerca di un nuovo “mindset” che deve essere costruito in persone ed aziende, un nuovo modo di pensiero individuale e di ricerca relazionale indispensabili per affrontare i profondi cambiamenti sociali e tecnologici in atto.

Se ci pensate, raggruppare in un unico luogo tante “menti” differenti per cultura ed esperienza, non poteva che portare a questo risultato. I principali guru legati al mondo delle imprese, dello sport, della ricerca, della politica e dell’economia, oggi vivono, nella loro quotidianità (come tutti d’altro canto) il grande cambiamento in atto nelle strutture sociali, un cambiamento senz’altro determinato da un insieme di fattori tra i quali, però, un indubbio ruolo di acceleratore e “scompaginatore” lo svolge la tecnologia digitale.

Ha quindi avuto naturalmente molto più senso parlare di “nuovi modelli di relazione”, di competenze, di innovazione creativa e di conoscenza che non analizzare dinamiche legate a modelli economico-competitivi che stanno profondamente cambiando e i cui elementi di riferimento sono sempre più difficili da fissare e da prendere a modello. Serve cambiare prospettiva, mindset, appunto, identificando gli elementi centrali di questo cambiamento. Forse il messaggio chiave uscito dal Forum è proprio questo: “Prendete in mano il vostro destino (di persona e di impresa) e costruitelo all’interno del nuovo mondo, digitale ma non solo, che stiamo definendo”.

 

• Essenzialità – Cominciamo con un concetto forte emerso dai talks del World Business Forum, un tema che crediamo sia di estrema attualità oggi, ma anche di difficilissima attuazione: la semplicità, l’essenzialità. Concetto su cui Steve Jobs aveva sviluppato una vera e propria ossessione e che ha contribuito a fare di Apple un’azienda cult, di semplicità (“il tocco magico della semplicità”) ha parlato Ken Segall, direttore creativo della Casa di Cupertino. Un concetto, se ci pensate, oggi drammaticamente estendibile ad ogni aspetto del nuovo mondo che andiamo costruendo. È infatti nel rumore di fondo, dei dati, delle relazioni, del pensiero innovativo da ricercare, che va attuato quel concetto di essenzialità che si sposa direttamente con efficacia e immediatezza. Troppe infatti (e troppo difficili da gestire) sono oggi le sovrastrutture nelle organizzazioni aziendali e nei ruoli, legacy che frena l’innovazione condivisa, che impedisce l’azienda realmente aperta; troppi i dati dai quali ricavare le vere informazioni utili e il valore; troppo, e troppo spesso inutile il rumore di fondo dei social rispetto all’identificazione delle reti relazionali più efficaci. E ancora spesso troppo “barocco” è il software, dal punto di vista del disegno funzionale, rispetto alle reali esigenze di utilizzo. Andiamo verso un mondo in cui considerare il concetto di essenzialità alla base del proprio modo di operare e di essere potrebbe rivelarsi un’importante chiave di lettura e di successo.

• Organizzazioni aperte – La riduzione potenziale dei costi dell’innovazione dovuta alla disponibilità di nuovi modelli elaborativi (cloud) e di tecnologie fruibili in modo diffuso e conveniente rispetto al passato (pensiamo alle tecnologie di analytics, all’AI e alla nuova robotica in arrivo, alla rivoluzione IoT) si fermano dinnanzi alla refrattarietà al cambiamento. Una sfida tutta culturale, in prima battuta, da affrontare come singole persone e come organizzazione di impresa.

Figura 1 – Gli skill richiesti nel 2020 – fonte: Institute for the future for University of Phoenix Research Institute

Se l’attuale (e pensatore influentissimo di cultura digitale) direttore del MIT Media Lab di Boston/Cambridge, Joichi Ito individua in Internet il fenomeno tecnologico e sociale più importante mai avvenuto e che finora ha mostrato solo il 20% del proprio potenziale, Herminia Ibarra, economista e professore della prestigiosa business school Insead, presentata come uno dei 10 pensatori di business più influenti al mondo, ha di fatto sostenuto che per “scaricare a terra” tutta questa innovazione è inevitabile “cambiare se stessi e l’organizzazione. Ma questo cambiamento non può basarsi solo sulla conoscenza interna (alle aziende) e sull’esperienza passata. La qualità delle nuove reti relazionali differenzierà sempre di più i leader forti dai buoni manager (e differenzierà le aziende che questi guidano)”. Di fatto è la sintesi del concetto di open innovation, culturale, organizzativa e tecnologica, approfondita nel recente libro di Jim Withehurst, Ceo di Red Hat “L’organizzazione aperta”, in cui, in sintesi, il modello di creazione software dell’open source viene ad assumere quella fondamentale valenza organizzativa di collaborazione aperta e distribuita, indispensabile per affrontare nuovi mondi complessi. Una collaborazione finalizzata non soltanto all’obiettivo dello sviluppo software, ma alla contribuzione di un modello nuovo di organizzazione e di ricerca di innovazione che vanno oltre il prodotto stesso, per configurarsi come un nuovo approccio culturale sia individuale sia di impresa. Questa permeabilità, questa collaborazione a rete, questo senso all’innovazione aperta e condivisa è probabilmente l’unica risposta percorribile per affrontare la complessità tecnologica e sociale che ci attende. Serve, dicono in sintesi le presentazioni del World Business Forum, un ripensamento individuale e collettivo della capacità di essere “nodo relazionale”.

E nelle imprese, come dice Gary Hammel, Professore alla London Business School nella prefazione del libro, “i leader saranno scelti dai collaboratori; il contributo conterà più delle credenziali; tutte le idee gareggeranno alla pari; la sperimentazione e la capacità di creare dei prototipi in tempi molto brevi saranno competenze distintive; il coordinamento avverrà attraverso la collaborazione non la centralizzazione; il controllo si otterrà con la trasparenza e il feedback orizzontale; il cambiamento inizierà in luoghi inaspettati e verrà condiviso, non imposto”.

E tutto questo può essere ulteriormente confermato ed esteso riprendendo un interessante lavoro di una ricerca previsionale svolto dall’Institute of the Future per la Phoenix University sulle competenze chiave per il lavoro (le dieci work skill indispensabili) previste per il 2020 (figura 1). Guardate un po’:

  1. Intelligenza sociale: competenze comunicative e relazionali, di leadership, di negoziazione, di gestione dei conflitti;
  2. Pensiero adattivo: capacità di individuare soluzioni oltre le cornici di riferimento prestabilite;
  3. Competenza cross-culturale: capacità di relazionarsi in contesti multiculturali;
  4. Mentalità computazionale: mentalità flessibile con competenze in grado di organizzare concetti astratti a partire da grandi quantità di dati;
  5. Competenze relative ai new-media: capacità di utilizzo dei media e di produzione di contenuti persuasivi.
  6. Transdisciplinarità: capacità di comprendere, integrare e applicare nel proprio lavoro aspetti di diverse discipline;
  7. Mentalità orientata al design: capacità di rappresentare in modo grafico obiettivi e processi attuati per raggiungerli.
  8. Capacità di collaborare in ambienti virtuali: il lavoro di gruppo esteso ai team virtuali.
  9. Gestione del carico cognitivo: capacità di filtrare, selezionare e organizzare le informazioni in modo adeguato.
  10. Sense making: capacità di “dare senso” a informazioni e situazioni, cogliendone il significato profondo.

 

Figura 2 – Driver di cambiamento per tutti i settori industriali – fonte: World Economic Forum, Davos, gennaio 2016

• Non dimenticare i contesti – Chiudiamo queste “pillole di cambiamento” con la riflessione di Martin Lindstrom, futurologo dei brand e pioniere della psicologia del consumatore, presente al World Business Forum. Entriamo nel mondo dei dati, della conoscenza e dell’analisi. Un tema oggi centrale (forse “il” tema) ad ogni percorso di trasformazione di impresa. L’ammonizione di Lindstrom è quella di affiancare alle analisi provenienti dai big data (componente logica) una imprescindibile capacità interpretativa e di analisi basata sugli small data e sui segnali deboli (componente intuitiva). Di fatto l’ammonimento (se volete è una ripresa del punto 10 dei work skill indispensabili al 2020) è quello di non affidare totalmente all’elemento elaborativo la risposta e lo studio del dato, ma affiancare la propria conoscenza, esperienza e capacità di lettura per “calibrare correttamente” i risultati e soprattutto mettere in campo una nuova prospettiva di analisi. Dalla quantità di dati è indispensabile ricercare, anche in questo caso, ‘efficacia ed essenzialità’ che in una collaborazione digitale-umano si può rischiare di perdere. Da prendere a monito è il recente fallimento delle previsioni elettorali Usa, tutte orientate a favore di Hillary Clinton, dove certamente accanto all’analisi dei (big) data non si sono affiancate capacità di lettura dei fenomeni sociali e politici di contesto che certamente l’esperienza pregressa doveva portare a considerare. Le previsioni accurate che la società futura ci promette sulla base anche di una contaminazione con sistemi intelligenti (l’extended intelligence citata da Joichi Ito che produrrà un ulteriore aumento dell’intelligenza collettiva grazie allo sviluppo dell’AI e di un nuovo rapporto simbiotico di crescita e di mutua conoscenza uomo-macchina, con modificazioni prospettiche nelle modalità di pensiero di entrambi), non dovrà prescindere da quei segnali deboli, dalle sfumature della complessità e da una ricerca di efficacia ed essenzialità che deve avere sempre l’essere umano al centro di questi anni di profondi cambiamenti.

Stefano Uberti Foppa
Direttore Responsabile

Giornalista professionista dal 1989, inizia ad occuparsi di giornalismo nel settore informatico nel 1981, partecipando all'avvio della sede italiana del settimanale Computerworld. Nel 1987 passa al mensile ZeroUno di cui nel 1997 assume la direzione insieme a quella del settimanale PcWeek Italia. Opinion leader riconosciuto nel settore Ict in Italia, attualmente è direttore responsabile di ZeroUno edito da Ict&Strategy, società del Gruppo Digital360.

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