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Aliperti: ricreare un clima di fiducia

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Aliperti: ricreare un clima di fiducia

23 Gen 2006

di Stefano Uberti Foppa, Elisabetta Bevilacqua

Nicola Aliperti, amministratore delegato di Hp Italia, vede nell’innovazione la condizione necessaria per mantenere nel tempo la competitività in un mondo che cambia e si globalizza. Ma affinchè gli imprenditori ritornino a fare il loro mestiere, investendo il proprio capitale a fronte di rischi calcolabili,  è necessario ricreare un clima di fiducia

Il tema principale, che sottende quello dell’innovazione, è, secondo Nicola Aliperti, amministratore delegato di Hp Italia, quello della competitività. La ricerca dell’innovazione (di prodotto, di processo, della catena distributiva, delle relazioni con i clienti, della catena produttiva, di modello di business…) è la condizione, per mantenere nel tempo la competitività in un mondo che cambia e si globalizza, attraverso la creazione di differenziatori fra l’azienda e i suoi concorrenti. E per quanto riguarda le imprese italiane si tratta soprattutto di ricreare la fiducia indispensabile affinché gli imprenditori ritornino a fare il loro mestire, investendo il proprio capitale a fronte di rischi calcolabili.

 

ZeroUno: Quali sono a suo parere i fattori di contesto che inibiscono la competitività delle imprese italiane? Quali le misure per rimuoverle?
Aliperti: L’analisi delle ragioni della perdita di competitività del sistema delle imprese italiane è molto complessa. Ma io vorrei sottolineare soprattutto due elementi.
Il primo è l’aumento dell’incertezza, che deriva da fattori esogeni, ma anche da cause endogene. Un’azienda per essere competitiva non può prescindere da alcuni fattori abilitanti come infrastrutture, burocrazia, sistema finanziario. Le rigidità presenti in questi ambiti aumentano l’incertezza dell’imprenditore che, per mestiere, investe un capitale, potendo però calcolarne il rischio. Una delle conseguenze è che negli ultimi tempi moltissimi capitali non sono stati investiti nell’impresa, ma in rendite finanziarie che promettevano un ritorno più elevato di quello che sarebbe potuto derivare da attività industriali.
Il secondo elemento è la fine, con l’introduzione dell’euro, del recupero di competitività indipendente dall’innovazione, derivante esclusivamente da operazioni di svalutazione della lira. Visto però che su questo secondo fattore non è più possibile contare, non resta che puntare soprattutto sulla creazione di un clima di fiducia che possa spingere gli imprenditori a tornare ad investire. Per ottenere questo obiettivo si dovrebbero, a mio parere, innanzi tutto adottare agevolazioni e incentivi per le imprese che investono in innovazione; si tratta dunque di concentare le scarse risorse disponibili, facendole convergere verso chi produce ricchezza e lavoro. Condivido a questo proposito le critiche di Confindustria rispetto agli incentivi al consumatore, che avevano lo scopo di rilanciare l’economia attraverso l’aumento di consumi interni; l’effetto è stato, invece, vista la distribuzione globale dei consumi, di finanziare soprattutto sistemi economici esteri.
È certo che il sistema ha bisogno di una scossa. Si dovrebbe dunque liberalizzare il più possibile il mercato, a partire da quello finanaziario che, se pure con i suoi tempi, si sta muovendo e sta mettendo a punto strumenti per il finanziamento delle idee innovative.
Va ridotta la burocrazia, andrebbero concentrate le risorse in alcuni grandi progetti pubblici, che, in una logica pluriennale, possano creare le condizioni affinché si sviluppi attorno a loro un indotto e un’innovazione continua. Se si sapranno creare le condizioni per ridurre il livello di incertezza, con interventi mirati e durevoli nel tempo, sono fiducioso nel fatto che il paese possa reagire.
Anche perché la situazione non è così grave come spesso viene dipinta: in Italia infatti si continua, nonostante tutto, a innovare. Nel segmento delle medie imprese, quelle per interderci nella fascia compresa fra i 30-40 e i 200-300 miloni di euro, ci sono moltissimi esempi di aziende che negli ultimi tempi hanno saputo conquistare mercati internazionali e sviluppare offerte molto competitive, riuscendo a uscire da un periodo di crisi che purtroppo perdura ancora per altre aziende. Certo, l’innovazione non si fa ovunque. Nel caso delle piccole e piccolissime imprese, dove sembra quasi impossibile innovare con costi sostenibili, si deve capire cosa possa fare la struttura di ricerca per supportarle.

ZeroUno: Sulla base della tipologia delle imprese italiane quali sono le leve su cui agire a livello organizzativo-culturale e di investimento tecnologico? Quali possono essere i modelli di utilizzo della tecnologia Ict ?
Aliperti: L’It è uno strumento che interviene quando è stato deciso il core business, il posizionamento dell’azienda sul mercato, la proposta di valore. I processi che abilitano il business devono necessariamente avere due caratteristiche per garantire la competitività: essere efficienti e il più flessibili possibile. Quest’ultima caratteristica è indispensabile per cambiare in corsa determinate variabili recuperando gli investimenti fatti, poter cambiare rapidamente l’offerta, pensare a nuovi prodotti e servizi senza modificare l’impianto generale. L’It fornisce gli strumenti per realizzare entrambe le caratteristiche: efficienza nei processi ed efficacia verso il mercato.
Pur aumentando fortunatamente il numero degli imprenditori che hanno la percezione del valore dell’It e non la vedono solo come un costo, resta però la difficoltà (e la necessità) di raccordare l’investimento in It con il risultato di business. Un elemento di sfida è in particolare la misurabililità dell’impatto sul business che può avvenire solo con una maggiore integrazione fra il responsabile dell’It e il vertice dell’azienda e anche con una maggiore collaborazione fra forniori e clienti.

ZeroUno: Quale ruolo possono dunque svolgere i fornitori in questo scenario per trainare un percorso evolutivo delle imprese in direzione dell’innovazione?
Aliperti: Non credo che i fornitori possano fare più di tanto: veniamo infatti spesso percepiti dalle aziende come coloro che, dovendo vendere un prodotto o un servzio, ne decantano solo le virtù. Dobbiamo fare il possibile per semplificare il linguaggio e facilitare la comprensione degli elementi strategci di offerta, ma il nostro linguaggio resta inevitabilmente lontano da quello del cliente. Abbiamo bisogno di qualcuno all’interno dell’azienda che traduca il nostro linguaggio e la nostra offerta nei parametri di business.
Possiamo però fungere da catalizzatori trovando occasioni in cui siano le associazioni e le imprese a evidenziare eventuali vantaggi riscontrati nell’adozione di soluzioni It.

 

 

 

 

Stefano Uberti Foppa
Direttore Responsabile

Giornalista professionista dal 1989, inizia ad occuparsi di giornalismo nel settore informatico nel 1981, partecipando all'avvio della sede italiana del settimanale Computerworld. Nel 1987 passa al mensile ZeroUno di cui nel 1997 assume la direzione insieme a quella del settimanale PcWeek Italia. Opinion leader riconosciuto nel settore Ict in Italia, attualmente è direttore responsabile di ZeroUno edito da Ict&Strategy, società del Gruppo Digital360.

Elisabetta Bevilacqua
Giornalista

Sono attiva dal 1989 nel giornalismo hi-tech, dopo esperienze in uffici studi di grandi gruppi e di formazione nel settore dell’informatica e, più recentemente, di supporto alle startup. Collaboro dal 1995 con ZeroUno e attualmente mi occupo soprattutto di trasformazione digitale e Industry 4.0, open innovation e collaborazione fra imprese e startup, smart city, sicurezza informatica, nuove competenze.

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