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L’ascesa degli agenti AI e la nuova frontiera del furto d’identità


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Con cloud, lavoro ibrido e intelligenza artificiale, il perimetro aziendale tradizionale lascia spazio alla centralità dell’identità. Gli agenti AI, sempre più integrati nei flussi di lavoro, introducono nuovi rischi legati ad accessi privilegiati, manipolazione dei prompt e credenziali esposte.

Pubblicato il 18 set 2026

Ferdinando Mancini

Director, Sales Engineering, Southern Europe di Proofpoint



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Per anni, la cybersecurity enterprise si è basata su un concetto rassicurante, ma ormai superato: l’esistenza di un perimetro da difendere. Abbiamo protetto i server, blindato i dispositivi aziendali e costruito muri digitali attorno alle nostre reti. Oggi, però, nell’era del cloud, dell’AI e del lavoro ibrido, quel perimetro si è dissolto. Ne è rimasto solo uno, infinitamente più mobile e vulnerabile: l’identità.

Nel panorama attuale delle minacce, i cybercriminali hanno capito che è molto più semplice, economico e redditizio rubare le chiavi d’accesso invece di scassinare una porta blindata. Non hanno bisogno di violare i sistemi, preferiscono di gran lunga effettuare un login legittimo. Ma mentre le aziende faticano ancora a proteggere le credenziali dei propri dipendenti umani, una nuova e silenziosa minaccia si affaccia all’orizzonte: l’identità degli agenti di intelligenza artificiale.

L’AI eredita le stesse debolezze umane, ma corre più veloce

Negli ultimi mesi, le aziende italiane hanno integrato massicciamente assistenti digitali e agenti basati su intelligenza artificiale generativa nei propri flussi di lavoro. A questi “colleghi virtuali” vengono concessi accessi privilegiati a database, e-mail e documenti sensibili per automatizzare compiti complessi. Il problema è che stanno ereditando molte delle stesse debolezze psicologiche degli esseri umani.

Oggi i malintenzionati non usano più solo il phishing contro le persone, ma creano prompt malevoli, tecniche di manipolazione o inseriscono dati “avvelenati” all’interno dei sistemi per ingannare gli agenti AI. L’obiettivo? Costringerli a compiere azioni non sicure, esporre dati riservati o concedere accessi non autorizzati.

C’è tuttavia una differenza significativa rispetto al rischio umano: se un dipendente distratto può commettere un errore singolo, un agente AI compromesso o ingannato può ripeterlo su scala industriale, a una velocità esponenziale e senza sosta. Per questo motivo, la sicurezza delle identità deve oggi estendersi urgentemente oltre le persone fisiche, per includere tutti gli agenti AI che agiscono in autonomia.

I tre peccati capitali nella gestione delle identità

Ma come si è arrivati a questa frammentazione? La verità è che l’implementazione dei sistemi di gestione delle identità e degli accessi (IAM) nelle aziende è spesso un cantiere perennemente aperto. Questo crea un fenomeno pericoloso noto come identity drift (deriva dell’identità): i sistemi cambiano, le persone si spostano, i progetti non vengono completati, lasciando pericolosi spazi vuoti tra ciò che è protetto e ciò che non lo è.

Analizzando le reti aziendali, riscontriamo costantemente tre categorie di vulnerabilità critiche:

  1. Identità non gestite: account di servizio creati durante l’installazione di vecchi software e poi dimenticati, o amministratori locali invisibili ai radar dei team di sicurezza.
  2. Identità mal configurate: i cosiddetti “shadow admin”, utenti o applicazioni che accumulano nel tempo privilegi eccessivi e non necessari per le loro mansioni quotidiane.
  3. Identità esposte: credenziali facilmente accessibili salvate nel browser dei dipendenti, token di accesso cloud archiviati sui dispositivi o sessioni web rimaste attive che gli attaccanti possono dirottare senza essere notati.

Abbattere i silos per una vera resilienza

Di fronte a minacce che non rispettano i confini aziendali, la difesa non può più essere organizzata in silos separati. Non possiamo più permetterci di gestire la sicurezza delle e-mail separatamente da quella del cloud o delle identità. Gli attaccanti sfruttano canali multipli per raggiungere un unico scopo: abusare della fiducia del sistema.

Per rispondere a questa sfida, le aziende devono adottare un approccio integrato che metta al centro tre elementi: persone, agenti AI e controlli di identità coordinati.

È necessario implementare soluzioni proattive di rilevamento e risposta alle minacce d’identità (ITDR) per individuare immediatamente quando un account – umano o artificiale – si comporta in modo anomalo. Inoltre, la formazione aziendale deve evolversi: i dipendenti devono imparare non solo a non cliccare sui link sospetti, ma diventare sensori attivi in grado di segnalare tempestivamente le anomalie. Un’indicazione rapida riduce drasticamente il tempo di permanenza dell’attaccante in rete, neutralizzando la minaccia sul nascere.

In un ecosistema digitale che si muove a velocità straordinaria – dove i criminali informatici corrono ancora più rapidi – la sicurezza delle identità non è più solo una questione tecnica per il dipartimento IT. È la pietra angolare della conformità normativa, della reputazione del brand e, in ultima analisi, della fiducia su cui si regge il business moderno.

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