Il cloud continua a guidare la trasformazione digitale delle strutture pubbliche e private e a sostenere la loro capacità di innovare e di competere. Mentre gli investimenti continuano a crescere, sostenuti dal megatrend dell’AI, da qualche anno il tema della sovranità digitale occupa uno spazio sempre maggiore nelle agende dei decisori.
Le tensioni geopolitiche, l’evoluzione continua della normativa e la dipendenza da fornitori tecnologici globali hanno reso evidente a tutti i livelli la necessità di ottenere e preservare un controllo maggiore sui propri asset digitali. In Europa, in particolare, questa esigenza chiama in causa non soltanto la protezione delle informazioni, ma anche la capacità di assicurare continuità operativa, autonomia tecnologica e governo delle infrastrutture nel lungo periodo. Ed è in questo scenario che entra in gioco il concetto di cloud sovrano.
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La sovranità digitale non si esaurisce nella localizzazione dei dati
Per anni il dibattito sulla sovranità digitale si è concentrato quasi esclusivamente sulla localizzazione dei dati. Questo approccio ha favorito la realizzazione di data center regionali e, più recentemente, ha alimentato fenomeni di repatriation o, in modo più preciso, di geopatriation: partendo dal cloud pubblico degli hyperscaler, le organizzazioni hanno iniziato a trasferire dati e workload verso ambienti ritenuti più coerenti con i requisiti normativi, geopolitici e strategici cui sono soggette.
Oggi, tuttavia, sapere che un dato è conservato in Italia o nell’UE non è più sufficiente per garantirne la sovranità e quindi per definire sovrano il cloud che lo ospita. Anche un’informazione residente sul territorio nazionale può dipendere da software proprietario governato altrove, da servizi di gestione remota, personale operativo, sistemi di aggiornamento o componenti tecnologiche governate da soggetti esteri. La localizzazione resta un fattore chiave dalla data sovereignty ma non elimina automaticamente dipendenze operative, giuridiche e tecnologiche, rappresentando solo uno dei volti della sovranità.
In altri termini, la presenza fisica di un data center sul territorio nazionale non equivale di per sé a sovranità: se la sua governance, i processi operativi o gli elementi tecnologici critici restano sotto il controllo di un soggetto estero, le garanzie di autonomia decisionale e giuridica rimangono necessariamente limitate.
Cloud sovrano: è l’architettura a fare la differenza
Ciò che conta davvero per le organizzazioni pubbliche e private sono l’assenza di interferenze e il livello di controllo che il proprio ecosistema cloud garantisce su dati, infrastrutture, workload, identità, accessi, processi operativi e dipendenze tecnologiche.
Questa prospettiva, decisamente più complessa da attuare rispetto a quella fondata sulla sola localizzazione, restituisce alla sovranità digitale il suo significato più pieno, ma restringe il numero dei provider in grado di soddisfare tutte le condizioni necessarie.
In particolare, Gartner identifica tre dimensioni della sovranità: quella dei dati, che oltre alla localizzazione comprende il controllo su accessi, trattamento e utilizzo delle informazioni; quella operativa, che riguarda il governo dell’ambiente cloud, dai privilegi amministrativi alla gestione del control plane; e quella tecnologica, legata al grado di autonomia dalle tecnologie del provider e alla possibilità di continuare a operare anche in modalità disconnessa o air-gapped. È l’integrazione di tutte le dimensioni a determinare quanto la proposta cloud degli operatori, o meglio l’ecosistema cloud adottato dalle organizzazioni, soddisfi realmente i requisiti di sovranità digitale.
Come garantire il controllo senza rinunciare all’innovazione
Il cloud è, per sua natura, un esercizio di personalizzazione. A partire dalle prime architetture ibride, le organizzazioni hanno sempre potuto modellare ambienti e servizi in funzione di esigenze di conformità normativa, sostenibilità economica, resilienza e accesso alle tecnologie più avanzate. Oggi tra i criteri che guidano la personalizzazione c’è anche la sovranità digitale.
Se il principio è universale, il modo in cui va applicato varia da un’organizzazione all’altra poiché dipende per esempio dal valore dei workload, dalla natura dei dati, dalla classificazione degli applicativi rispetto al rischio e dagli esiti della Business Impact Analysis Livelli diversi di sovranità richiedono architetture e controlli calibrati sulle specifiche esigenze, per garantire un’adeguata protezione degli asset critici senza introdurre complessità non necessarie.
Progettare il corretto livello di controllo
Una volta classificati dati e workload, il tema non è semplicemente scegliere una piattaforma cloud, ma progettare il livello di controllo adeguato al rischio.
Non basta, dunque, che il partner disponga di data center situati sul territorio nazionale o europeo. Il suo ruolo è accompagnare l’impresa nella scelta della soluzione più adatta e nel definire quali misure applicare ai singoli dati e workload in funzione della loro criticità. Queste possono riguardare la localizzazione, che resta un criterio fondamentale, ma anche il livello di anonimizzazione dei dati e la gestione granulare delle chiavi crittografiche, delle identità digitali e degli accessi privilegiati. Per i workload più sensibili possono inoltre essere necessarie configurazioni disconnected o ambienti completamente air-gapped. È la combinazione di queste scelte a determinare il livello effettivo di sovranità di un ecosistema cloud.
Sovranità e hyperscaler non sono in contraddizione
Uno degli equivoci più diffusi riguarda inoltre il ruolo degli hyperscaler, poiché l’esigenza di una maggiore autonomia digitale europea viene talvolta interpretata come la necessità di ridurne drasticamente la presenza o di escluderli dalle architetture destinate ai workload più sensibili.
Se la sovranità è il risultato di precise scelte architetturali, anche i servizi degli hyperscaler possono rientrare in una soluzione sovrana. In altri termini, è possibile beneficiare della capacità innovativa del cloud pubblico mantenendo il controllo sugli elementi più critici come chiavi crittografiche, identità digitali, workload e governance operativa.
A tal fine, un esempio calzante è TIM Cloud Interconnect, che collega direttamente la rete privata dell’azienda ai principali hyperscaler attraverso i Data Center TIM Enterprise e le reti nazionali ad alta velocità senza transitare dalla rete Internet pubblica. L’impresa può così accedere da un unico punto a diversi ambienti cloud e alle rispettive capacità tecnologiche, mantenendo una connettività privata e governata.
Dalla strategia alla pratica: l’approccio di TIM Enterprise
La flessibilità è alla base dell’approccio di TIM Enterprise, che si pone come il principale Sovereign ICT Provider italiano grazie alla combinazione di asset industriali strategici, infrastrutture proprietarie, competenze specialistiche e un modello di governance interamente italiano, che mantiene gli elementi critici dell’architettura digitale sotto il controllo decisionale e giuridico nazionale.
La proposta di TIM Enterprise viene calibrata sulle esigenze dei singoli interlocutori pubblici e privati, così da rispondere a differenti livelli di maturità, profili di rischio e requisiti normativi. A supportarla è un insieme integrato di asset, competenze e soluzioni: 16 data center proprietari distribuiti sul territorio italiano e con certificazioni fino a Tier IV o Rating 4, nonché un’infrastruttura nazionale di connettività fissa e mobile che permette un controllo end-to-end sulle infrastrutture digitali strategiche. A completare l’offerta soluzioni che spaziano dalla cybersecurity all’intelligenza artificiale e vuole accompagnare imprese e PA in un percorso di sovranità digitale graduale e sostenibile.
Il livello di sovranità viene applicato in base alle esigenze del cliente. Quando serve la massima garanzia, TIM Enterprise fa uso di tecnologie proprietarie, europee e open source, con dati localizzati in Italia e totale autonomia giuridica e tecnologica. Quando le esigenze di sovranità sono meno pressanti, entrano invece in gioco hyperscaler e vendor internazionali, capaci di garantire scalabilità e velocità di adozione senza rinunciare a controllo e sicurezza.
Articolo realizzato in collaborazione con TIM Enterprise













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