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Cloud sovrano, come si stanno orientando i CIO



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L’imperativo del cloud first si è trasformato in una strategia più tarata sulle diverse esigenze delle imprese. L’approccio, come raccontano i CIO di Cherry Bank e Finint, è più selettivo: la scelta dell’infrastruttura dipende dalla natura dei workload, dalla criticità dei dati, dai requisiti normativi e dagli obiettivi di business

Pubblicato il 24 lug 2026



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La scelta del modello cloud – pubblico, privato o ibrido – è sempre più una questione di governance, perché sul cloud non esiste una soluzione valida per tutte le aziende: quel che conta è la risposta alle singole necessità. L’autonomia è tra le priorità: i CIO preferiscono questo termine più tecnico per indicare quella sovranità tecnologica e digitale divenuta fondamentale per i governi e le imprese strategiche in uno scenario geopolitico conflittuale.

Cloud e sovranità digitale: perché serve governance

«Il vero tema non è scegliere tra cloud pubblico, privato o ibrido, ma progettare un’architettura che permetta di evolvere nel tempo senza dipendere da una singola tecnologia o da un unico fornitore», sottolinea Andrea Benetello, CIO di Cherry Bank. «Il cloud pubblico offre velocità e innovazione, quello privato maggiore controllo sui workload più critici, mentre l’approccio ibrido combina i vantaggi di entrambi. L’elemento centrale è mantenere il controllo di applicazioni, dati e integrazioni, così da poter spostare i workload in base a esigenze di costo, performance, conformità o innovazione».

«Non esiste un modello cloud valido per ogni situazione», conferma Marco Cozzi, Head of Innovation & ICT di Banca Finanziaria Internazionale (Finint), Board MemberFinintTechnology, Referente CSIRT, President & Co-Founder Digital Security Festival. «La scelta tra cloud pubblico, privato, ibrido o on-premise deve partire dall’analisi dei workload, della criticità dei dati e del livello di rischio».

Insomma, il cloud va affrontato non solo come tema tecnologico, ma come scelta strategica di governance, sicurezza e resilienza digitale.

Il cloud ibrido nella strategia di autonomia digitale

Le ricerche dell’Osservatorio Cloud Transformation del Politecnico di Milano confermano i trend in atto. Il cloud è senz’altro la piattaforma di riferimento per i nuovi progetti digitali e per l’adozione dell’intelligenza artificiale (AI) in Italia, ma cresce l’attenzione alla governance, all’ottimizzazione dei costi, alla sicurezza e alla sovranità digitale. Di conseguenza si diffondono i modelli ibridi e multi-cloud, che consentono di sfruttare l’innovazione offerta dai grandi provider mantenendo al maggiore controllo sui workload più critici e riducendo il rischio di dipendenze tecnologiche.

Anche il tema della sovranità digitale viene interpretato in modo più maturo, prosegue l’Osservatorio del Polimi: non coincide più soltanto con la localizzazione geografica dei dati, ma comprende aspetti come la reversibilità delle scelte tecnologiche, la resilienza operativa, il controllo delle identità digitali, la trasparenza contrattuale e la capacità di garantire continuità operativa anche in scenari di crisi. L’obiettivo non è rinunciare ai grandi hyperscaler, ma costruire architetture che permettano alle organizzazioni di mantenere libertà di scelta e autonomia decisionale.

Sovranità digitale tra controllo dei dati e resilienza

La sovranità è importante, soprattutto nei settori regolamentati, ma non dovrebbe essere l’unico criterio di scelta, chiarisce Benetello: «Una strategia efficace deve considerare anche resilienza operativa, rischio di lock-in, costi di lungo periodo e velocità di innovazione. La sovranità dei dati rappresenta sicuramente una componente della strategia complessiva, non necessariamente quella predominante», secondo il CIO di Cherry Bank.

La sovranità digitale non può essere ridotta alla sola localizzazione dei dati, ribadisce Cozzi di Finint: riguarda più ad ampio spettro «il controllo sui dati, la dipendenza dai fornitori, la reversibilità delle scelte tecnologiche, la trasparenza, la continuità operativa e la capacità di rispondere a cambiamenti normativi, geopolitici o cyber».

La sovranità, infatti, è strettamente legata alla resilienza: significa conoscere le proprie dipendenze, mantenere il controllo sugli asset critici e garantire continuità anche in situazioni di crisi. Allo stesso tempo non deve tradursi in isolamento tecnologico: semplicemente, il CIO sceglie con consapevolezza, mantenendo flessibilità e controllo.

Cloud e hyperscaler, che cosa cambia con l’AI

L’AI rende il cloud ancora più strategico perché coinvolge dati, modelli, algoritmi e proprietà intellettuale. Il cloud pubblico offre capacità computazionale e servizi evoluti, ma richiede una governance rigorosa.

Portare i dati nel cloud pubblico non è di per sé un rischio, chiarisce Cozzi, ma esige che i dati vengano classificati, protetti e gestiti con adeguate garanzie tecniche, contrattuali e normative. Il rischio, infatti, nasce quando mancano il controllo sui dati, le politiche di governance o la trasparenza nell’utilizzo dei servizi AI.

«Con l’AI la sovranità digitale assume un significato più ampio che riguarda anche il controllo sui modelli, sui processi e sulle decisioni automatizzate», afferma Cozzi. «Per casi meno critici il cloud pubblico può essere la scelta migliore; per dati sensibili o processi regolati sono preferibili ambienti privati, segregati o architetture ibride. L’obiettivo è costruire un ecosistema in cui AI, sicurezza, compliance e gestione del rischio siano parte della stessa strategia, evitando dipendenze tecnologiche e garantendo flessibilità nel tempo».

Per Benetello è chiaro che l’intelligenza artificiale rende il ruolo del cloud ancora più centrale, ma questo non crea di per sé un problema con i servizi degli hyperscaler; il punto resta come vengono governati dati, identità e processi. E non è detto che il cloud privato sia automaticamente più sicuro o più adatto all’AI di quello pubblico.

I rischi del lock-in nell’intelligenza artificiale

«Oggi gran parte dell’innovazione nei modelli, nelle GPU e nei servizi AI nasce nei grandi cloud provider. La scelta dovrebbe dipendere dai requisiti di controllo, sicurezza e conformità, non dall’idea che il cloud privato sia sempre migliore», ritiene Benetello. «L’aspetto strategico è mantenere la libertà di utilizzare modelli e ambienti diversi nel tempo, senza vincoli verso un unico provider o un solo ecosistema AI».

Secondo il CIO di Cherry Bank, con una solida governance e adeguate garanzie tecniche e contrattuali, il cloud pubblico rimane un potente acceleratore di innovazione. Ma occorre gestire i fattori di rischio: la mancanza di controllo dei dati e la dipendenza dai servizi AI di un unico provider.

«Per questo è fondamentale costruire architetture che consentano di adottare nel tempo modelli AI diversi, evitando non solo il lock-in infrastrutturale, ma anche quello dell’intelligenza artificiale», dichiara Benetello.

Verso modelli di cloud smart

È su questo equilibrio tra innovazione e controllo che si concentrano oggi i CIO, alla ricerca di modelli cloud “smart” in cui le decisioni sono guidate da costi, governance e requisiti applicativi più che da principi assoluti.

«Il modello più efficace è quello che permette di innovare senza perdere controllo», indica Cozzi. «Per molte organizzazioni questo significa adottare un cloud ibrido e governato, utilizzando il cloud pubblico per scalabilità, AI e innovazione, e ambienti privati o controllati per dati e processi critici. La sfida è soprattutto di architettura e governance: servono competenze, controllo dei fornitori, integrazione tra IT, sicurezza, compliance e business e una visione unitaria di cloud, cybersecurity, AI, dati e continuità operativa. L’obiettivo finale non è adottare tecnologia per seguire una tendenza, ma costruire un ecosistema digitale affidabile, resiliente e governato, capace di sostenere l’evoluzione dell’azienda nel tempo».

L’on-premise mantiene un ruolo importante nei contesti che richiedono bassa latenza, requisiti normativi, integrazioni legacy o controllo diretto dell’infrastruttura. Ma non c’è in atto un ritorno all’on-premise. I CIO delle aziende che hanno tradizionalmente i server in sede, solitamente nei settori PA e sanità, tendono a mantenere lo status quo, ma evolvendo in termini di automazione e sicurezza.

«L’on-premise non è automaticamente più sicuro del cloud», sottolinea Cozzi. «La sicurezza dipende dalla qualità dell’architettura, dalla gestione degli accessi, dal monitoraggio e dalla capacità di risposta agli incidenti. L’obiettivo non è contrapporre cloud e on-premise, ma collocare ogni workload nell’ambiente più adatto».

Cloud, AI e autonomia europea nella strategia dei CIO

Rispetto al passato, tuttavia, i CIO sono più attenti al contesto europeo e inseriscono in questo quadro le esigenze di sovranità digitale, guardando ai progetti di sovereign cloud ed edge cloud di scala UE per ridurre le dipendenze dagli hyperscaler.

Ovviamente nessuno pensa di azzerare il ricorso ai grandi fornitori extra-europei, ma la situazione geopolitica aumenta la necessità di governance e rafforza il ruolo del CIO come garante del governo dell’intero ecosistema digitale, inclusi contratti, compliance, cybersecurity e interoperabilità.

«La sovranità digitale va intesa come autonomia tecnologica e capacità di scelta. Le imprese europee dovrebbero poter utilizzare le migliori tecnologie disponibili mantenendo il controllo su dati, modelli AI e portabilità delle architetture, così da garantire continuità anche di fronte a cambiamenti tecnologici, normativi o geopolitici», afferma Benetello. «L’obiettivo non è un’Europa tecnologicamente chiusa, ma un’Europa meno dipendente, più competente e più capace di governare le tecnologie critiche del futuro».

Per questo i CIO sono favorevoli a un’Europa più decisa negli investimenti per lo sviluppo di competenze, tecnologie e infrastrutture strategiche in ambiti come cloud, AI e quantum computing, non per chiudersi agli hyperscaler internazionali, ma per preservare l’autonomia strategica.

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