L’integrazione applicativa è una criticità annosa per le imprese di qualsiasi settore e dimensione, che all’interno di ambienti IT sempre più complessi e stratificati, devono interconnettere soluzioni software differenti, progettate per esigenze specifiche, spesso implementate in momenti storici diversi. In ecosistemi così eterogenei, i dati risiedono spesso in silos separati e per restituire effettivo valore alle aziende, devono essere connessi, sincronizzati e resi disponibili in tempo reale ai processi di business.
Oggi, la diffusione del paradigma cloud, del Software-as-a-Service e dell’intelligenza artificiale ha aggiunto ulteriore complessità alle infrastrutture informative e acuito la problematica dell’integrazione spingendola verso la declinazione “hybrid”. Ecco quindi che la capacità di interfacciare applicazioni che risiedono in ambienti distribuiti, sulla nuvola o in locale, è un fattore strategico imprescindibile per qualsiasi business.
«Il tema dell’integration non invecchia mai – osserva Gualtiero Biella, Managing Director di Impresoft GN Techonomy -. Anzi, ogni nuova evoluzione tecnologica implica la necessità di connettere sistemi diversi, creando un ponte tra soluzioni consolidate ed emergenti».
Dal middleware tradizionale all’integrazione ibrida
Come spiega Biella, storicamente, le aziende hanno cercato di concentrare dati e processi in piattaforme unificate con una prospettiva monolitica che si è però dimostrata limitante. «Si è quindi diffusa la tendenza – prosegue il Managing Director – ad adottare soluzioni verticali, ottimizzate per dominio: sistemi di Customer Relationship Management, piattaforme per l’e-commerce, software per la supply chain o per la pianificazione finanziaria». La conseguenza negativa dell’approccio “best-of-bread”, che è servito per restituire efficienza alle singole funzioni aziendali, è stata la creazione di isole informative separate. Da qui il ricorso a soluzioni middleware per connettere le applicazioni e orchestrare lo scambio dati, finché l’avvento della nuvola non ha rappresentato il nuovo game-changer.
«Le aziende – spiega Biella – si trovano sempre più spesso a gestire contemporaneamente applicazioni on-premise con soluzioni SaaS: ecco perché oggi si parla di Hybrid Integration. Le piattaforme di integrazione moderne devono quindi consentire l’interoperabilità di soluzioni legacy e cloud-native, supportando esigenze e funzionalità differenti, dal file transfer tradizionale all’API management».
L’Hybrid Integration nell’era dell’intelligenza artificiale
L’accelerazione dell’intelligenza artificiale sta ridefinendo ulteriormente il ruolo delle piattaforme di integrazione. Le nuove soluzioni basate sui Large Language Model e gli strumenti agentici richiedono infatti accesso sicuro e controllato alle informazioni e alle funzionalità delle applicazioni aziendali.
«Perché un agente AI – afferma Biella – possa eseguire operazioni autonome, dalla creazione di un ordine alla verifica della disponibilità di magazzino, è necessario che le applicazioni aziendali espongano le funzioni granularmente attraverso le interfacce di programmazione».
Ecco quindi che le piattaforme di Hybrid Integration diventano il substrato che abilita i processi aziendali intelligenti, consentendo alle imprese di cogliere le nuove opportunità tecnologiche.
Come sottolinea Biella, se in passato i layer di integrazione servivano soprattutto a collegare sistemi differenti, oggi diventano fondamentali per garantire che strumenti esterni, compresi gli agenti AI, possano disporre delle microfunzioni applicative aziendali, con adeguati livelli di protezione e governance, grazie alle API e alla loro orchestrazione.
Un approccio metodologico e organizzativo
Insomma, le piattaforme di integrazione rappresentano un mercato ormai consolidato, ma diventano sempre più strategiche, vista la rapidità con cui si sviluppano nuovi paradigmi IT. Come evidenzia Biella, fungono da ponte che permette alle tecnologie emergenti di entrare in azienda senza sostituire completamente l’esistente, ma garantendo un’evoluzione graduale e una predisposizione al futuro.
Considerando quindi il valore strategico, i progetti di Hybrid Integration richiedono un approccio metodologico e organizzativo, non soltanto tecnologico.
«Da oltre 25 anni – dichiara Biella – GN Techonomy si occupa di integrazione, secondo un approccio in tre fasi, dalla consulenza iniziale all’implementazione fino agli interventi di manutenzione e miglioramento continuo».
Dal punto di vista tecnologico, l’azienda, partner di IBM, propone come soluzione di riferimento la piattaforma IBM webMethods Hybrid Integration, che copre l’intero spettro delle esigenze di Hybrid Integration dalla comunicazione tra sistemi legacy fino all’API Management e la gestione degli Agenti AI, in ambienti cloud e on-premise con automazione abilitata dall’AI.
Le tre fasi per un’integrazione a prova di futuro
Chiariti i cardini tecnologici e strategici di GN Techonomy, Biella passa quindi ad approfondire la metodologia per i progetti di integrazione, partendo dall’assessment che permette di valutare lo status quo dei sistemi informativi aziendali. «Combinando competenze tecnologiche e di processo – argomenta – possiamo guidare il cliente nella scelta del percorso più adatto in funzione del settore, delle esigenze peculiari e del livello di maturità, indipendentemente dal portfolio applicativo».
La successiva fase di implementazione prevede tipicamente l’adozione di un approccio Agile a sprint successivi. Come puntualizza Biella, infatti, prediligere progetti di breve durata su aree specifiche, capaci di portare risultati immediati (quick win), permette di scalare progressivamente l’innovazione senza bloccare l’operatività.
Una volta messa a terra, la piattaforma andrà a configurarsi come il sistema nervoso dell’intera organizzazione. «Connettendo i vari domini e le diverse applicazioni – specifica Biella – la soluzione di Hybrid Integration diventa pervasiva e centrale per il supporto dei processi aziendali. Pertanto sarà vitale garantirne il corretto funzionamento nel tempo, con una manutenzione regolare anche in ottica evolutiva». Come ricorda Biella, l’opzione del deploy in cloud della piattaforma, in modalità as-a-service, offre un grande vantaggio nell’ottica dell’aggiornamento continuo, in termini di funzionalità e sicurezza, riducendo gli oneri infrastrutturali.
L’integrazione, dunque, continua a rappresentare un elemento chiave dell’IT enterprise. Se in passato serviva soprattutto a collegare applicazioni differenti, oggi è diventata la base tecnologica necessaria per orchestrare ecosistemi distribuiti, servizi cloud e nuove architetture AI-driven.
Per approfondire il tema dell’Hybrid Integration, partecipa alla tavola rotonda di GN Techonomy all’evento IBM “Tech Excellence | Quando la tecnologia genera successo” di Vicenza.













