Il mercato delle infrastrutture digitali nel nostro Paese sta attraversando una fase di trasformazione profonda, segnata da una dicotomia tra l’entusiasmo generato dai grandi annunci e la realtà della messa a terra dei progetti. In occasione del convegno “Dal rumore al valore: l’Italia come nuovo Data Center Hub europeo” promosso dall’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, sono stati presentati i risultati della ricerca che analizzano come l’Italia stia cercando di consolidarsi come hub europeo.
Alessandro Piva, Direttore dell’Osservatorio, ha evidenziato come sia necessario superare le aspettative spesso alimentate da quello che definisce “rumore” per concentrarsi sul valore infrastrutturale effettivo che sta emergendo sul territorio nazionale.
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Lo stato attuale dei data center in Italia
Il panorama dei data center in Italia nel 2025 ha raggiunto una maturità significativa, con una potenza nominale installata stimata in 609 MW IT. Questa cifra rappresenta un consolidamento importante, frutto di una dinamica che ha visto la nascita di 26 nuove infrastrutture solo nell’ultimo anno. Tuttavia, guardando al triennio appena concluso (2023-2025), emerge uno scostamento tra le previsioni iniziali e l’attuazione pratica: a fronte di una stima nel 2023 di 10,5 miliardi di euro, gli investimenti effettivamente realizzati ammontano a 7,1 miliardi di euro.

Secondo Piva, circa un terzo dei piani di investimento ha subito rallentamenti. Come sottolineato dal Direttore dell’Osservatorio, «di rumore ce n’è tanto. Non passa giorno senza che ci sia qualche annuncio di accordi legati alle infrastrutture o agli investimenti sull’ìntelligenza artificiale».
Questa sovrapposizione tra annunci e realtà è uno dei nodi centrali per comprendere l’evoluzione del settore. La crescita della potenza installata, pur essendo del +19% rispetto al 2024, deve fare i conti con una filiera che non sempre riesce a supportare la velocità dei proclami finanziari.

L’effetto dell’intelligenza artificiale e il paradosso degli allacciamenti
L’accelerazione impressa dalla Generative AI ha agito come un catalizzatore per il settore, ma ha anche introdotto nuovi elementi di incertezza. Piva cita l’esempio emblematico dell’accordo tra OpenAI e i suoi partner, che prevede investimenti per 400 miliardi di dollari in cinque anni. Questa turbolenza si riflette direttamente sulla progettazione delle infrastrutture: i data center in Italia devono ora essere pensati per carichi di lavoro differenti, portando a una revisione dei design architetturali che spesso rallenta l’iter realizzativo.

Un dato particolarmente critico presentato durante l’evento riguarda le richieste di connessione energetica. La cumulata delle domande di allacciamento alla rete ad alta tensione gestita da Terna ha raggiunto la cifra astronomica di 68,5 GW negli ultimi due anni. Tuttavia, i numeri della potenza effettivamente installata raccontano una storia diversa: 0,7 GW nel 2024 e 0,8 GW nel 2025. Si registra quindi un tasso di conversione che si aggira intorno al 2%, un elemento che Piva indica come prova di una «scorretta rappresentazione dell’evoluzione del settore» dovuta a spinte speculative.
La bolla speculativa e il valore dei terreni
Dietro l’esplosione delle richieste di allacciamento si nascondono spesso logiche slegate dalla reale volontà di costruire. Piva ha evidenziato come esista una «grandissima corsa a parlare delle logiche di aumento del valore dei terreni». In molti casi, le richieste di connessione energetica vengono presentate senza una reale concretezza progettuale, con l’unico scopo di rivalutare aree geografiche specifiche in vista di possibili cessioni a operatori internazionali. Questo fenomeno contribuisce ad aumentare il “rumore” di fondo, rendendo difficile distinguere i progetti industriali solidi dalle operazioni puramente finanziarie.
Ostacoli normativi e sfide tecnologiche per gli operatori
Il percorso che porta alla creazione di nuovi data center in Italia deve superare barriere burocratiche e legislative non trascurabili. L’iter approvativo risulta attualmente fortemente sbilanciato a favore degli enti locali, impedendo una standardizzazione dei tempi e delle procedure a livello nazionale. Questa mancanza di centralizzazione è stata indicata come una delle cause principali del disallineamento tra investimenti annunciati e realizzati.
Molti operatori internazionali, al loro primo ingresso nel mercato italiano, tendono a sottostimare la complessità del contesto autorizzativo. Secondo l’analisi di Piva, «spesso parliamo di nuovi soggetti internazionali che entrano nel mercato italiano e si trovano a confrontarsi con una realtà differente, sottostimando le lungaggini burocratiche del nostro contesto nazionale». A questo si aggiunge l’incertezza tecnologica: la domanda di soluzioni per l’Intelligenza Artificiale impone cambiamenti radicali nel design degli edifici, portando i grandi Cloud Provider a frequenti revisioni dei piani già avviati.
Il rischio di rallentamento degli investimenti
L’incertezza non riguarda solo il passato, ma proietta ombre anche sulle previsioni future. Piva mette in guardia su un possibile “effetto trascinamento” degli annunci che potrebbe non corrispondere alla reale capacità della filiera di assorbire i capitali. Esiste il rischio concreto che una parte degli investimenti futuri subisca rallentamenti a causa di «annunci eccessivi da parte di società quotate, vincoli burocratici o una domanda non ancora totalmente intercettata».
Prospettive 2026-2028: verso il traguardo del Gigawatt
Nonostante le criticità, le ambizioni per il prossimo triennio rimangono elevate. La ricerca dell’Osservatorio ha identificato una pipeline che coinvolge 30 operatori con 83 progetti infrastrutturali già previsti. Il valore potenziale di questi investimenti è stimato in 25,4 miliardi di euro. Un dato rilevante è la composizione dei player: ben 19 sono nuovi entranti, i quali rappresentano il 72% della potenza IT annunciata per il futuro.

Milano continua a giocare un ruolo di primo piano, confermandosi come il principale polo nazionale. L’area milanese concentra attualmente il 68% della potenza installata e, secondo le stime sui principali poli europei, potrebbe catalizzare oltre il 20% degli investimenti totali dell’area nei prossimi anni. L’obiettivo simbolico per il mercato milanese è il raggiungimento della soglia di 1 GW di potenza intorno al 2028, un traguardo che lo posizionerebbe sullo stesso ordine di grandezza dei mercati tradizionali FLAPD (Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi, Dublino).
Il ruolo trainante degli Hyperscaler
Lo sviluppo dei data center in Italia è guidato in larga misura dai grandi operatori globali. Oltre la metà degli investimenti previsti è infatti commissionata dai cosiddetti Hyperscaler o grandi Cloud Provider. Queste realtà detengono già il 43% della capacità installata nel Paese e rappresentano il motore principale dell’innovazione tecnologica e della domanda di spazio computazionale. La loro capacità di mettere a terra i progetti sarà determinante per trasformare le pipeline annunciate in infrastrutture operative, superando le difficoltà normative ancora presenti.
Il quadro istituzionale sta comunque mostrando segni di evoluzione. Piva ha menzionato diverse iniziative volte a creare standard e riferimenti per il settore, tra cui la Strategia nazionale per l’attrazione degli investimenti esteri pubblicata dal MIMIT nel novembre 2025, i dialoghi parlamentari per il DDL Data Center e le procedure del MASE per la regolamentazione ambientale. In questo scenario, l’Italia ha l’opportunità di consolidare il proprio ruolo di hub europeo, a patto di saper distinguere il valore reale dal rumore di fondo e di fornire agli investitori un contesto normativo chiaro e centralizzato.


















