Analisi

La sovranità digitale al centro delle strategie dei CIO nel 2026



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Il tema sta diventando sempre più importante per i leader IT italiani, soprattutto in relazione a cloud, AI e dati. Le considerazioni dei CIO di Alia Multiservizi, Intecs ed Enegan, tra cautela verso i fornitori non europei e un crescente interesse per soluzioni che migliorino controllo e governance delle tecnologie

Pubblicato il 21 gen 2026



sovranità digitale CIO

La trasformazione digitale nel 2026 è profondamente segnata dal mutato panorama geopolitico, che impone di alzare l’attenzione sulla sovranità tecnologica. Un numero crescente di CIO italiani (ed europei) valuta prodotti cloud e tecnologie “locali”, se non addirittura un parziale ritorno ai server on-premise.

La sfida è complessa: il ricorso alle soluzioni extra-UE è pervasivo e superare quella che ormai si configura come una vera dipendenza richiederebbe volontà politica, investimenti e, soprattutto, tempo. L’impressione è che l’Europa si sia mossa tardi. È possibile, nonostante tutto, agire oggi?

Per i CIO la sovranità digitale non è un concetto astratto, ma un elemento strategico nella gestione dell’infrastruttura tecnologica. Il tema assume particolare rilievo quando si parla di cloud, gestione dei dati e intelligenza artificiale.

La spinta deriva da concrete esigenze di controllo, governance e continuità operativa. Strategie come diversificare i fornitori, combinare soluzioni locali e globali e adottare tecnologie open source e interoperabili, sono considerate leve per aumentare stabilità e resilienza e sono già state usate nel 2025 e continueranno ad essere scelte nel 2026.

Lo scenario geopolitico e la posizione dell’Europa sulla sovranità

A livello politico, l’Unione europea da alcuni anni sta spostando le sue scelte tecnologiche e strategiche verso un principio di sovranità digitale per ridurre la dipendenza dalla Cina e, più di recente, riaffermare la propria autonomia normativa messa in discussione dall’amministrazione statunitense, come hanno ben sottolineato Francois Chimits, Jeanne Lebaudy e Luna Vauchelle dell’Institut Montaigne.

«Un cambiamento discreto ma importante è in atto nell’approccio europeo alla politica digitale», notano gli autori. «Dopo essere a lungo stata un potere normativo prevalentemente indifferente agli esiti del mercato, l’Unione sta intraprendendo un riorientamento strategico: la tecnologia digitale è ora riconosciuta come un settore critico, al centro della competitività, della sicurezza economica e dell’autonomia strategica europea».

Gli analisti ammettono: «Resta ancora molto da fare, non solo a livello tecnologico ma, soprattutto, culturale e di coordinamento tra i partner europei: tabù sulla preferenza europea, divisioni sulla sicurezza del cloud, approcci diversi sulla concorrenza e la responsabilità delle piattaforme digitali«. Ma, «Senza illusioni su quanto si possa ottenere nel breve e medio termine, l’Europa deve sostenere il costo della propria sovranità oggi, per non accettare un destino imposto domani».

Sovranità digitale, in Europa poca scelta

È una visione che i CIO italiani sono probabilmente pronti a sottoscrivere. «Il tema della sovranità digitale e tecnologica ha un impatto molto concreto e tutti i CIO cercano di fare qualcosa, anche se gli spazi si manovra sono ristretti”, dichiara Sara Volino Coppola, Chief Information & Digital Officer di Alia Multiservizi. «Nella pratica la scelta è molto limitata».

Il cloud è l’esempio più evidente. Anche quando i servizi SaaS sono ospitati su territorio europeo, i provider restano quasi sempre americani, evidenzia Volino. «Formalmente i dati stanno in Europa, ma il controllo è statunitense», osserva la CIO. La sovranità digitale è certamente un obiettivo strategico dell’Unione europea, ma per chi deve prendere decisioni operative ogni giorno resta soprattutto un principio, più che una possibilità concreta.

«Come CIO, provo sempre a chiedermi se esista un’alternativa italiana o europea, ma spesso la risposta è negativa. Non è solo un tema di infrastruttura: mancano le applicazioni», spiega Volino. «I grandi software aziendali – CRM, ERP, collaboration – sono tutti legati ai colossi americani: Salesforce gira su AWS, Microsoft sui propri cloud, SAP sui grandi hyperscaler».

Esistono, certamente, anche i provider italiani ed europei di servizi cloud e non sono “meno validi” in assoluto, ma non riescono a competere per scalabilità, ampiezza dell’offerta e integrazione con i grandi vendor software, prosegue la CIO. Spesso le big tech legano le aziende a una determinata infrastruttura. E l’idea di ospitare i SaaS su cloud nazionali o europei non è irrealistica in teoria, ma richiederebbe sia una forte volontà politica a livello UE che la tecnologia. Inoltre, come sottolinea Volino, «Servono anni per creare cloud nazionali credibili e, soprattutto, per sviluppare applicazioni proprie. Senza un ecosistema software europeo – alternative a Office, CRM, ERP – la sovranità resta incompleta».

La sovranità non è solo un tema di infrastruttura: mancano le applicazioni

Sara Volino Coppola, Chief Information & Digital Officer di Alia Multiservizi

Di fatto, oggi per i CIO la scelta è limitata, afferma Volino: «Si può optare per un’infrastruttura IaaS italiana o europea, ma per il resto della catena tecnologica i margini sono minimi e i tempi di sostituzione estremamente lunghi. In più – prosegue la CIO – oggi l’amministrazione USA influisce più pesantemente sugli affari commerciali e sulle strategie dei grandi vendor tecnologici, che rischiano di essere usati come leva per difendere gli interessi nazionali. In questo scenario, l’Unione Europea appare sempre più “sotto scacco” e frammentata, incapace di muoversi in modo coordinato e rapido».

Sull’intelligenza artificiale, il giudizio della manager è più sfumato. In Europa si stanno sviluppando LLM e soluzioni di AI locali e sugli algoritmi c’è maggiore libertà di manovra; molte aziende possono sviluppare modelli in casa o affidarsi a player europei.

Il nodo resta, però, la gestione dei dati, perché «Non esiste oggi una vera data platform italiana o europea», evidenzia Volino. «I dati, nella maggior parte dei casi, finiscono comunque sulle infrastrutture dei big americani».

L’alternativa, sempre più considerata dai CIO, è far girare piattaforme di data management statunitensi su server interni o su cloud italiani ed europei. Chi non è già completamente in cloud sta cercando di muoversi in questa direzione.

«È il cloud il nodo – ribadisce Volino – perché crea una dipendenza continua. Ed è proprio questa continuità a rendere la sovranità digitale una delle sfide più complesse per i CIO e l’Europa».

Sovranità digitale, quale ruolo per l’open source

Una sfida complessa, ma, secondo Armando Novara, CIO di Intecs, “non più rinviabile”.

«Dobbiamo muoverci in questa direzione, perché oggi dipendiamo quasi totalmente da prodotti non europei di uso quotidiano nelle aziende. Un ristretto gruppo di fornitori ha finito, nel tempo, per determinare le nostre scelte tecnologiche», sottolinea Novara.

Il CIO di Intecs punta il dito su un vero e proprio paradosso europeo: «L’Europa ha sempre avuto una grande forza nello sviluppo software, ma il valore economico e strategico di questa capacità è finito quasi interamente nelle mani delle big tech. Recuperare sovranità, oggi, significa quindi recuperare il controllo sui dati, attraverso lo sviluppo di piattaforme europee».

Recuperare sovranità, oggi, significa recuperare il controllo sui dati

Armando Novara, CIO di Intecs

Non è sufficiente, infatti, che le big tech abbiano sedi nell’Unione o siano formalmente soggette alle normative UE, secondo Novara. «Lo scenario geopolitico è più che mai imprevedibile», osserva Novara. «Pensiamo, ad esempio, a uno smartphone: senza il suo ecosistema software e le applicazioni è un oggetto “vuoto”. Allo stesso modo, un’infrastruttura europea che non controlla applicazioni e dati non garantisce una reale autonomia».

Il problema riguarda l’intera catena tecnologica: possiamo avere data center in Europa e dati fisicamente localizzati sul territorio, ma il mondo digitale è dinamico e i confini non sono mai netti. L’intelligenza artificiale, in particolare, si muove ancora in una “zona grigia” che rende difficile stabilire dove finisca davvero il controllo europeo.

Per questo, secondo Novara, l’Europa dovrebbe dotarsi di una filiera tecnologica completa, dall’infrastruttura al software: questa scelta renderebbe più sicura la gestione del dato e la disponibilità delle tecnologie.

«Con un cambiamento degli equilibri geopolitici, domani qualcuno potrebbe semplicemente spegnerci i servizi», afferma Novara. «È uno scenario estremo, ma la probabilità non è affatto nulla. Per questo dobbiamo sviluppare e rendere operativo un piano alternativo, soprattutto sul fronte delle applicazioni e del software».

Questa consapevolezza sta iniziando a emergere anche a livello istituzionale e una delle strade indicate dall’Unione europea è quella dell’open source. Una direzione condivisa da Novara: «L’open source è un modello consolidato che si sta diffondendo perché è più semplice da implementare nel breve termine. Consente di ricostruire soluzioni partendo da codice trasparente, a cui tutti possono contribuire, adattandole alle esigenze specifiche europee. Molte piattaforme open source nascono nel mondo della ricerca ed evolvono rapidamente: le potenzialità sono enormi, e, nello scenario geopolitico attuale, rappresentano forse anche una scelta obbligata».

Anche nel campo dell’intelligenza artificiale esistono LLM open source. Tuttavia, in Europa mancano ancora la potenza di calcolo e i mega data center necessari per competere con le big tech, che restano i principali investitori del settore. Il rischio è che l’AI diventi una nuova forma di dipendenza strutturale.

Non tutto, però, è perduto. «Possiamo addestrare applicazioni in contesti più piccoli e verticali, mantenendo i dati localmente, o addirittura all’interno delle aziende», suggerisce Novara. L’Europa, riconosce il CIO, «ha perso in questa fase il treno dei grandi LLM», ma può ancora giocare un ruolo rilevante su casi d’uso specifici e sul controllo del dato.

Soprattutto è fondamentale che l’Unione europea si muova rapidamente: «Oggi subiamo passivamente scelte tecnologiche che arrivano da oltreoceano e per un CIO, questa situazione, alla luce degli ultimi eventi globali, significa dover gestire nuovi rischi potenzialmente non sostenibili», conclude Novara.

La dipendenza che preoccupa i CIO

Anche per Giacomo Morelli, CIO di Enegan, il tema della sovranità digitale non può essere separato dal contesto geopolitico globale, che definisce “preoccupante”.

«L’incertezza globale, se applicata all’Information Technology, ci pone di fronte a uno scenario ancora più inquietante», spiega Morelli. «Siamo completamente in balia di strumenti extra-UE. L’Europa ha di fatto abdicato su ogni fronte: è stata sostanzialmente assente in questi ultimi venti anni, consentendo a Stati Uniti e Cina di diventare gli unici veri costruttori e detentori di tecnologie cosiddette Enterprise. Questa scelta oggi presenta il conto: se domani succedesse qualcosa che rendesse difficile accedere a questi strumenti, moltissime aziende entrerebbero immediatamente in difficoltà. Noi CIO temiamo che possa accadere qualcosa di ingovernabile».

Secondo Morelli, l’Unione europea ha adottato un’impostazione poco lungimirante, concentrandosi spesso sulle regole per normare tecnologie costruite altrove.

«È legittimo, ma la priorità avrebbe dovuto essere diversa: prima delle regole, avremmo dovuto pensare ad essere protagonisti nella produzione di quelle tecnologie necessarie», afferma Morelli.

Un altro punto critico è la gestione dei dati. «Le big tech hanno accesso a una quantità enorme di informazioni e sono fornitori dei servizi più strategici», spiega Morelli. Con i servizi cloud la dipendenza diventa strutturale: «Pensiamo alla sanzione paventata dall’Italia a Cloudflare», ricorda il CIO. «Indipendentemente dai fatti, la reazione del loro CEO è stata molto forte, a tratti forse discutibile. Sembra non essere riconosciuta la legittimità di una norma di uno Stato in cui si opera e – di contro – è stato minacciato l’abbandono ed il disinvestimento dal territorio. Noi CIO ci chiediamo: esiste un’alternativa valida ed europea a quel servizio? Probabilmente no. E lo stesso vale per moltissimi altri vendor tecnologici da cui dipendono le aziende del vecchio continente. Siamo in una situazione clamorosamente fragile».

Tra l’altro, a differenza di altri CIO, Morelli è scettico sull’open source come risposta strutturale alla sovranità. «In assenza di alternative, può essere una strada obbligata – afferma – tuttavia, l’open source oggi non dà cicli di sviluppo prevedibili o garanzie di continuità e costringe le aziende ad avere competenze interne molto forti per governare questi strumenti che, di fatto, sono sostanzialmente dei “semilavorati”. I prodotti open source richiedono un grande lavoro di completamento, personalizzazione e messa in sicurezza: serve investire molto su risorse e prodotti».

La sovranità, allora, è impossibile? «Possiamo ancora fare qualcosa, ma il gap da recuperare è enorme», risponde Morelli. «Non esistono veri sostituti di pari livello europei per molte tecnologie chiave, come cloud, database, backup, virtualizzazioni, cybersecurity, Office Automation. E in molti casi, non è nemmeno realistico pensare a una sostituzione nel breve periodo».

La strategia però, non può che essere europea. «Serve una visione e bisogna iniziare subito a creare alternative. Purtroppo, non c’è più tempo, dobbiamo agire adesso proprio perché non sappiamo cosa potrà accadere domani», sottolinea Morelli.

Gli analisti: il 2026 anno del Cloud 3.0 e della Geopatriation

Poiché al momento non esiste una piena autonomia tecnologica, le organizzazioni si concentreranno sulla mitigazione dei rischi e sul controllo selettivo dei livelli chiave, indica Capgemini nel suo report “TechnoVision Top 5 Tech Trends to Watch in 2026”. «Garantire la continuità operativa diventerà l’imperativo primario attraverso fornitori diversificati e alternative sovrane», si legge nello studio. «Stanno inoltre emergendo modelli di AI multi-cloud sovrani e modelli regionali, piattaforme aperte e nuovi ecosistemi di chip per offrire scelta e flessibilità strategica».

I ricercatori parlano anche di Cloud 3.0, nuova fase evolutiva in cui le architetture ibride, private, multi-cloud e sovrane non sono più una nicchia, ma diventano fondamentali per il funzionamento dell’AI.

Gartner, a sua volta, parla di “Geopatriation” come uno dei grandi trend del 2026 – ovvero la scelta, dettata dall’esigenza di reagire ai rischi geopolitici, di togliere dati e applicazioni aziendali dai cloud pubblici globali e spostarli in cloud locali o sovrani, ovvero presso fornitori regionali o sui server in house.

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