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HP Imagine 2026: i nuovi PC AI che ridefiniscono il concetto di produttività



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HP Imagine 2026 alza il sipario su una nuova generazione di PC AI capaci di elaborare l’intelligenza artificiale direttamente sul dispositivo, senza dipendere dal cloud. Con HP IQ, le workstation Z di nuova generazione e funzionalità di sicurezza come HP TPM Guard, il vendor ridisegna il rapporto tra tecnologia e lavoro

Pubblicato il 2 apr 2026



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«Solo il 20% dei dipendenti ha oggi un rapporto sano con il proprio lavoro». Con queste parole Bruce Broussard, CEO ad interim di HP, ha aperto HP Imagine 2026, l’evento annuale con cui il vendor declina la propria visione sul futuro del lavoro in soluzioni concrete.

Il lavoro sta cambiando e la tecnologia, da semplice infrastruttura di supporto, si sta trasformando in un sistema nervoso digitale capace di percepire, adattarsi e rispondere in tempo reale ai bisogni delle persone. Ed è proprio su questa metamorfosi che HP costruisce la sua visione: non più PC come strumenti isolati, ma nodi intelligenti di un ecosistema più ampio, progettato per migliorare l’esperienza lavorativa nel suo complesso.

PC AI dal device all’esperienza: il cambio di paradigma

Le parole di Bruce Broussard non sono solo una dichiarazione d’intenti, ma il manifesto di una strategia. Il dato del 20% di lavoratori con un rapporto sano con il lavoro agisce come una crepa nella narrativa tradizionale della produttività: qualcosa, nel modo in cui tecnologia e persone interagiscono, si è incrinato.

Ed è proprio per saldare questa frattura che HP decide di intervenire non aggiungendo nuove funzionalità ma ripensando il ruolo stesso dei personal computer. I nuovi PC AI presentati durante HP Imagine 2026 diventano piattaforme intelligenti, capaci di elaborare l’ AI in locale, rafforzare la sicurezza a livello hardware, semplificare la gestione degli endpoint e adattarsi dinamicamente al contesto di lavoro

In altre parole, il dispositivo smette di essere passivo e diventa attore attivo nell’esperienza lavorativa.

Solo un lavoratore su 5 ha un rapporto “sano” con il proprio lavoro

I dati del 2025 Work Relationship Index di HP evidenziano come solo un lavoratore su cinque dichiari di avere un rapporto sano con il proprio lavoro, in calo dell’8% rispetto al 2024. Lo stesso studio evidenzia come i lavoratori affrontano, in media, 22 problemi tecnologici al mese, il 66% giudica le riunioni inefficaci, il 48% è insoddisfatto della significatività quotidiana del proprio lavoro. Quando i lavoratori hanno gli strumenti giusti, hanno il doppio delle probabilità di avere un rapporto sano con il lavoro.

Il dato forse più rilevante per i decision maker è, però, un altro: l’85% dei fattori che determinano la qualità dell’esperienza lavorativa è sotto il controllo delle organizzazioni. Non è un problema di mercato, di congiuntura economica o di generazioni che cambiano. È un problema di scelte tecnologiche e organizzative. Queste evidenze sono la premessa dichiarata su cui l’azienda costruisce l’intera narrativa degli annunci dell’evento, legati dal filo rosso del concetto di “Future of Work”, un futuro in cui la tecnologia non è un fattore accessorio nella relazione tra persona e lavoro, ma il moltiplicatore di produttività che può cambiare le regole del gioco.

«Guardando avanti, Future of Work significa rendere il lavoro più semplice in un mondo che diventa sempre più complesso. In HP, ci concentriamo sull’utilizzo dell’AI per creare esperienze più connesse che aiutino le organizzazioni ad accelerare e a supportare le persone a dare il meglio nel proprio lavoro – ha chiarito Broussard –. A HP Imagine 2026 mostriamo come tutto questo prenda vita attraverso soluzioni che interagiscono, in modo sicuro e senza soluzione di continuità, affinché i nostri clienti possano lavorare al meglio, ovunque si svolga il lavoro».

È in questo contesto che vanno letti tutti gli annunci di Imagine 2026. Non come un catalogo di nuovi prodotti, ma come la risposta articolata di un’azienda che vuole posizionarsi come piattaforma dell’esperienza lavorativa, non come fornitore di hardware. Una transizione che HP ha avviato negli ultimi anni e che con questo evento dichiara compiuta, almeno sul piano della visione.

HP IQ: un orchestratore intelligente

L’annuncio più rilevante sul fronte dei PC AI è HP IQ, descritto dall’azienda non come un’app di produttività ma come un nuovo layer di intelligenza che attraversa trasversalmente PC, dispositivi per la collaboration e spazi di lavoro fisici. La distinzione non è semantica: HP IQ è un orchestratore che combina AI on-device (alimentata da un modello da 20 miliardi di parametri che gira localmente sul dispositivo), connettività basata sulla prossimità e un’interfaccia adattiva chiamata Visor, che modifica il proprio comportamento in base al contesto, alla posizione e all’intento dell’utente.

«Troppo spesso i nostri dispositivi non comunicano tra loro e la collaborazione risulta macchinosa – ha spiegato Matt Brown, Director of Product di HP IQ –. Serve trasformare queste esperienze per offrire un futuro del lavoro più fluido.»

La scelta di puntare sull’AI locale risponde a tre pressioni reali nel mercato enterprise: sicurezza dei dati, riduzione dei costi cloud e necessità di funzionamento offline. HP stima risparmi fino a 15.000 dollari ogni 100 dipendenti in costi cloud annui, una voce di spesa che i CFO stanno iniziando a scrutinare con attenzione crescente, man mano che le licenze AI si moltiplicano e i volumi di dato processato lievitano.

Un modello locale significa analizzare i propri file sul PC senza che i dati lascino mai il dispositivo: un argomento che i CISO conoscono bene, soprattutto in settori regolamentati come finance, healthcare e pubblica amministrazione.

HP NearSense: la prossimità come infrastruttura

Integrato in HP IQ, HP NearSense è il layer di connettività spaziale che consente ai dispositivi HP di riconoscersi automaticamente tramite prossimità, abilitando la condivisione di file drag-and-drop tra PC vicini e l’accesso con un clic alle riunioni nelle conference room con dispositivi HP Poly. È, nelle parole dei vertici di HP, la soluzione di condivisione PC-to-PC più semplice e sicura disponibile sul mercato.

Nel tempo, HP prevede di estendere NearSense all’intero ecosistema: dispositivi di stampa, desktop, workstation, periferiche. L’idea è che la prossimità fisica diventi un’infrastruttura di connettività trasparente, non un’operazione manuale che richiede configurazione.

Gestibilità enterprise: la condizione abilitante

HP IQ sarà configurabile attraverso la HP Workforce Experience Platform (WXP) e strumenti come Microsoft Intune. Non è un dettaglio marginale: per l’adozione enterprise, la gestibilità centralizzata è spesso la condizione abilitante, non un’opzione accessoria. Le organizzazioni con migliaia di endpoint non possono permettersi soluzioni AI che richiedano configurazioni manuali dispositivo per dispositivo o che sfuggano al controllo delle policy IT esistenti.

«Il 68% delle PMI considera l’accesso sicuro ai dati la sfida principale per i lavoratori remoti, mentre l’80% dei dipendenti sta già portando al lavoro i propri strumenti AI – ha rimarcato Caleb Fleming, Senior Manager del team NPI –. Il dispositivo giusto può essere ciò che trasforma un’azienda».

Workstation e AI all’edge: risposta alla dipendenza dal cloud

Il secondo pilastro strategico riguarda l’infrastruttura per i power user e lo sviluppo dell’AI on-premise – un segmento che vive una pressione crescente, tra esigenze di prestazioni sempre più elevate e vincoli di budget che non crescono alla stessa velocità.

Il dato di partenza, illustrato da Christina Gill, Senior Manager per le HP Z Workstations, è eloquente: oltre il 50% degli utenti di workstation non dispone delle specifiche adeguate ai propri flussi di lavoro attuali. Non è un problema di domani.

La risposta hardware è la workstation HP Z8 Fury G6i, progettata come hub GPU per team di utenti più “esigenti” rispetto alle prestazioni. È concepita, infatti, per i workload più complessi: sviluppo avanzato di modelli AI, rendering 3D fotorealistico, simulazioni di ingegneria complessa. Con l’aggiunta di HP ZGX Fury, le capacità di inferenza locale raggiungono modelli fino a circa un trilione di parametri, mentre il fine-tuning arriva a 549 miliardi di parametri — numeri che avvicinano la workstation da ufficio alle prestazioni di piccoli cluster server.

Z Boost e l’architettura ibrida: il cloud quando serve

La vera proposizione di valore per i team IT sta nell’ecosistema software che circonda l’hardware. HP Z Boost, il software che trasforma le workstation in risorse GPU condivise on-demand, viene esteso dai flussi AI al rendering. L’approccio complessivo è quello di un’infrastruttura ibrida in cui il lavoro viene svolto localmente il più possibile, con burst nel cloud solo quando necessario. Un modello che riduce i costi operativi e aumenta il controllo sui dati – due priorità che stanno salendo rapidamente in cima all’agenda dei CIO, man mano che le bollette cloud crescono e le normative sulla residenza dei dati impongono condizioni sempre più restrittive in materia di data sovereignty.

Sicurezza hardware: HP TPM Guard chiude una falla sistemica

Sul fronte della sicurezza, l’annuncio più rilevante è HP TPM Guard, una soluzione che impedisce gli attacchi fisici di tipo TPM (Trusted Platform Module) bus snooping. Si tratta di una vulnerabilità concreta e sfruttabile in meno di un minuto dall’accesso fisico al dispositivo, che consente di bypassare la crittografia BitLocker con strumenti reperibili sul mercato al di sotto dei 20 dollari.

TPM Guard crea un tunnel crittografato e autenticato tra TPM e CPU, impedendo l’intercettazione delle chiavi di cifratura durante il boot. Il TPM viene, inoltre, vincolato crittograficamente al dispositivo, rendendolo inutilizzabile se fisicamente rimosso o manomesso. Non si tratta solo di proteggere i device in mano ai top manager, perché moltissimi laptop vengono rubati ogni giorno e si tratta di un portatile aziendale, il valore dei dati che contiene è potenzialmente molto alto.

La stampa entra nell’era quantum-resistant

Sul versante della stampa office, le nuove HP LaserJet Pro 4000 e Enterprise 5000/6000 integrano capacità di sicurezza quantum-resistant – tra le prime stampanti al mondo per le PMI con questo livello di protezione – e workflow AI-powered che, secondo HP, riducono i tempi di elaborazione documentale fino al 50% grazie a funzionalità come Scan AI Enhanced e OCR modificabile.

Un aggiornamento che risponde alla crescente digitalizzazione dei flussi documentali nelle organizzazioni ibride, dove la stampante non è più un dispositivo periferico ma un nodo attivo del workflow aziendale.

WXP e la strategia di piattaforma: gestire cinque milioni di endpoint

HP Imagine 2026 si chiude con la Workforce Experience Platform, che gestisce attivamente oltre 5 milioni di dispositivi per 2.800 clienti in 180 Paesi. Con gli aggiornamenti annunciati, WXP si arricchisce di percorsi di remediation guidata dall’AI, report personalizzati sulla telemetria dei dispositivi, Carbon Footprint Report per la sostenibilità, notifiche Pulse per Microsoft Teams e integrazione con le API Wolf Protect and Trace.

WXP non è uno strumento di gestione degli endpoint nel senso tradizionale, ma il layer di orchestrazione che connette hardware, sicurezza, AI e sostenibilità in un’unica console.

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