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Quantum readiness, la sfida è reale. Solo un’azienda su due si dice pronta



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Il Quantum Readiness Report 2026 di QuEra Computing fotografa un mercato che cresce in consapevolezza ma perde ottimismo: meno aziende si dichiarano “pronte”, i budget restano fermi e la carenza di talenti diventa un freno strutturale. I dati mostrano anche un divario netto tra Europa e Stati Uniti

Pubblicato il 3 apr 2026



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Nel 2026, la domanda non è più “il quantum computing può davvero entrare in azienda?” ma piuttosto “siamo pronti a usarlo?”.

In altre parole, il dibattito si è spostato dalla legittimità della tecnologia alla capacità concreta di adottarla. Le organizzazioni più avanzate non si chiedono più se il quantum computing avrà un impatto sui loro processi, ma quando e soprattutto come farsi trovare preparate quando quel momento arriverà.

È un cambio di prospettiva che riflette una consapevolezza collettiva del mercato: dopo anni di attesa e sperimentazione, la fase esplorativa sta lasciando spazio a una fase di posizionamento strategico.

Cos’è la quantum readiness e perché è diventata una priorità strategica

Il concetto di quantum readiness, ovvero la capacità di un’organizzazione di adottare, integrare e trarre valore dal calcolo quantistico, è diventato il vero discrimine tra chi potrà sfruttare questa tecnologia quando sarà sufficientemente matura e chi, invece, è destinato a rimanere “al palo”.

Secondo il Quantum Readiness Report 2026 di QuEra Computing – un’indagine che ha coinvolto un campione di 291 stakeholder in oltre 25 paesi –, il 62% degli intervistati con use case rilevanti dichiara che i metodi di calcolo classico stanno già raggiungendo i propri limiti. La spinta verso il quantum, quindi, non nasce dalla curiosità tecnologica, ma da un bisogno concreto di performance che i sistemi attuali non riescono più a soddisfare.

Il paradosso, però, è che più le organizzazioni si avvicinano al quantum computing, più diventano critiche sulla propria preparazione. Solo il 55% degli intervistati considera la propria azienda almeno parzialmente pronta all’adozione – era oltre il 65% nel 2025.

Allo stesso tempo, la quota di chi giudica il proprio Paese “molto ben posizionato” nel settore è crollata di 20 punti percentuali, dal 45% del 2025 al 25% del 2026. Non si tratta di disincanto, ma di una valutazione più matura: quello che un anno fa sembrava adeguato, oggi non lo è più.

Il 56% degli intervistati sta valutando attivamente il quantum computing o conducendo progetti pilota, ma solo il 13% ha già implementato o scalato applicazioni in produzione. Il passaggio dal test all’uso operativo resta, quindi, come per l’intelligenza artificiale, il salto più difficile.

I principali ostacoli all’adozione

Il report identifica una gerarchia chiara tra le barriere all’adozione:

  • Maturità tecnologica: 58%
  • Costi: 42%
  • Carenza di competenze: 37%
  • Accesso limitato all’hardware: 30%
  • Immaturità degli algoritmi: 27%

Sorprende l’evidenza che la disponibilità di talenti superi barriere spesso considerate più “concrete” come l’accesso all’hardware o la “bontà” degli algoritmi.

La scarsità di competenze non è generica: riguarda profili altamente specializzati in quantum error correction, architetture fault-tolerant e integrazione tra fisica quantistica, informatica e ingegneria – proprio le aree in cui i progressi tecnici sono stati più rapidi nell’ultimo anno.

Il gap di talenti, una questione strutturale per l’Europa (e per l’Italia)

Il report segnala un fenomeno significativo: le istituzioni accademiche – pur rappresentando una quota rilevante del campione – denunciano la carenza di personale qualificato in misura ancora maggiore rispetto ai provider tecnologici.

Università e centri di ricerca formano i talenti specializzati nel quantum, ma faticano a trattenerli di fronte alla domanda del settore privato e dei laboratori nazionali.

Il tema delle competenze si intreccia con quello della sovranità tecnologica. Diversi Paesi stanno rafforzando la propria attrattività per ricercatori e professionisti quantistici attraverso programmi dedicati e misure di sostegno. È una competizione globale per il talento che si gioca in parallelo alla corsa tecnologica.

Per l’Italia, la sfida è duplice: non solo sviluppare competenze avanzate, ma costruire le condizioni per trattenerle. Una pipeline di talenti ampia, interdisciplinare e inclusiva può diventare, infatti, un fattore abilitante per l’intero sistema dell’innovazione nazionale.

Quantum readiness: il divario tra Europa e Stati Uniti

Le differenze geografiche restano marcate. Negli USA, l’82% degli intervistati considera il proprio Paese ben posizionato nel quantum computing. Nell’Unione Europea, questa percentuale scende a poco più della metà (51%) del campione.

Le prospettive divergono anche a livello aziendale: le imprese americane valutano più positivamente la propria quantum readiness, mentre le controparti europee attribuiscono maggior peso a temi come i processi di procurement, la sovranità tecnologica e l’integrazione industriale. Un approccio più cauto, ma più strutturato.

I casi d’uso del computing quantistico

Il settore che oggi identifica con più chiarezza il valore del quantum computing è quello delle simulazioni. Il 42% dei casi d’uso pianificati si concentra in ricerca sui materiali, chimica e sviluppo farmaceutico. Le aziende farmaceutiche e del life sciences mostrano un’attività superiore alla media.

Le applicazioni più citate – simulazioni molecolari, ricerca sulle batterie, protein folding – sono esattamente quelle dove i limiti del calcolo classico sono più evidenti e il vantaggio del quantum più prossimo a diventare reale.

Budget invariati e orizzonti ambiziosi: il mercato consolida

Sul fronte degli investimenti, prevale la stabilità: il 46% degli intervistati prevede budget invariati nel 2026, solo il 10% anticipa tagli. È una fase di consolidamento, non di frenata.

Gli orizzonti temporali restano però ambiziosi: il 43% degli intervistati si attende che i quantum computer acquisiscano un vantaggio su applicazioni selezionate entro cinque anni; un ulteriore 37% prevede un orizzonte tra sei e dieci anni. Solo una minoranza molto ridotta considera questo sviluppo irrealistico.

Come prepararsi: la quantum readiness come leva competitiva

Il messaggio che emerge dal report è chiaro: la prontezza quantistica non è uno stato binario, ma un percorso. Le organizzazioni che iniziano a costruire competenze, sperimentare use case concreti e strutturare processi di adoption oggi, avranno un vantaggio significativo quando il quantum computing raggiungerà la maturità operativa.

Tre, secondo lo studio, le aree prioritarie per le organizzazioni che vogliono costruire la propria quantum readiness:

  • Ecosistema: costruire relazioni con provider tecnologici, università e programmi pubblici per accedere a hardware, expertise e finanziamenti.
  • Competenze: investire nella formazione di profili specializzati in quantum computing, con un’attenzione particolare alla quantum error correction e alle architetture fault-tolerant.
  • Use case: identificare i processi aziendali dove le limitazioni del calcolo classico sono già tangibili – simulazioni, ottimizzazione, crittografia – e avviare pilot mirati.
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