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Software Defined Storage: l’intelligenza nella disponibilità del dato

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Software Defined Storage: l’intelligenza nella disponibilità del dato

24 Feb 2014

di Nicoletta Boldrini

La fruizione e la disponibilità del dato richiedono oggi un’elevata agilità dello storage che deve estendersi direttamente a un’applicazione o a un processo di business. Benché in diverse realtà lo storage sia ancora affrontato in modo tradizionale con focus primari su costi e performance, i nuovi scenari di business rendono necessaria una vista differente che vede l’intelligenza, l’agilità e la dinamicità racchiuse nel software.

Il mercato dello storage sta vivendo un momento di cambiamento e di discontinuità per diverse ragioni: le esigenze di capacità di storage sono cresciute, si sta affermando la tecnologia flash e il valore si sta spostando verso il software, mentre è ormai chiara la tendenza a ridurre l’hardware a commodity. Inoltre, da un punto di vista sia It sia di business, le aziende utenti non vogliono problemi di gestione nel mettere in pool le risorse che possiedono. Dove cercare dunque le risposte a questi cambiamenti? Ne abbiamo discusso nel corso di un recente Breakfast con l’Analista di ZeroUno, organizzato in partnership con Fujitsu e NetApp, che ha visto la presenza di Riccardo Zanchi, partner di NetConsulting.

 

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“Le problematiche legate allo storage si stanno sempre più spostando dalla componente hardware a livello software dove l’elemento chiave è da identificarsi nell’intelligenza della disponibilità del dato – invita a riflettere Stefano Uberti Foppa, direttore di ZeroUno, aprendo i lavori della mattinata di dibattito -. Una visione ‘nuova’ che non può tuttavia prescindere dalla capacità infrastrutturale senza la quale oggi non si possono cogliere le opportunità e attuare le scelte di business”.

“Il business ha sempre più necessità di strumenti atti a sostenere l’execution in contesti dinamici che richiedono una gestione flessibile delle risorse – aggiunge Zanchi -. L’It aziendale deve allora saper creare nuove modalità per rendere disponibile la tecnologia e le informazioni alle line of business”.

Cambiano le esigenze

In questo scenario, il Software Defined Storage (Sds) si colloca quale complemento non banale delle nuove architetture agili. “Le esigenze soddisfatte dalle infrastrutture storage stanno rapidamente evolvendo – riprende Zanchi -. Dal focus su dischi e nastri si è passati alle necessità di indirizzare backup e deduplica con maggior focalizzazione su sicurezza e ottimizzazione; ci si è poi spostati verso la virtualizzazione, il provisiong e il tiering il cui focus era sulle performance; oggi l’attenzione è sull’intelligent availability che, di fatto, racchiude tutte le precedenti focalizzazioni in una vista più ampia per garantire l’allocazione dinamica delle risorse necessarie a supportare i processi e le funzioni di business”.

“In molte realtà lo storage non è ancora considerato alla stregua di strumento di supporto al business – interviene Davide Benelli, Business Program Manager di Fujitsu -. Storicamente lo storage si è dovuto confrontare con uno sviluppo tecnologico del data center che ha portato verso infrastrutture eterogenee, complesse da gestire e far evolvere e che hanno ‘eroso’ il budget It. È dunque sempre stato affrontato come ‘spesa dovuta’ senza valutarne troppo a fondo le opportunità. Le nuove dinamiche di business e la crescita dei dati, soprattutto destrutturati, stanno facendo emergere le ‘lacune’ di tale approccio e stanno spingendo le aziende a ragionare in modo diverso in termini di gestione e disponibilità dei dati”. 

“Oggi per noi lo storage è ancora visto come una commodity per cui lo stress per l’It è sull’efficienza dei costi e le performance – porta come esempio Andrea Cioffi, Head of It Services di Ing Direct -. Sicuramente l’attenzione è alta verso la flessibilizzazione dei sistemi nell’ottica di rendere fruibili i dati con maggior agilità, soprattutto in occasioni di picchi particolari, tuttavia siamo ancora lontani dal vedere lo storage quale elemento abilitatore di fenomeni come quello dei Big data, per ora valutato più che altro da una prospettiva applicativa”.

“Nella nostra realtà i picchi sono costanti, giornalieri – dice Mario Gentile, Ict – Service Line Energy & Risk Management di A2A inserendosi nella discussione -, e lo storage è affrontato ancora in maniera tradizionale. È però innegabile che l’intelligenza nell’intercettare le esigenze e la dinamicità con la quale allocare automaticamente e distribuire le risorse siano aspetti molto interessanti da approfondire in virtù di un business che evolve e necessita costantemente di un supporto It più efficace”. 

La centralità del dato

“È proprio in virtù di queste nuove esigenze che lo storage non dovrebbe più essere considerato come un semplice repository di dati – commenta a questo proposito Roberto Patano, Senior Manager Systems Engineering di NetApp -. Sono i dati stessi che mutano e il valore dello storage sta nella capacità di trasformare tali dati da una condizione ‘passiva’ a una condizione ‘attiva’, cioè da uno stato di archiviazione pura a un più ampio status di risorsa disponibile in modo intelligente quando serve”. 

In quest’ottica, il Software Defined Storage rappresenta oggi un approccio strategico che vede la centralità del dato quale elemento cardine sul quale definire una serie di interventi di processo e tecnologici, che consentano di gestire l’infrastruttura storage  e allo stesso tempo i dati che vi risiedono con una logica di ‘memorizzazione, fruizione e gestione intelligente’.

Diventa allora importantissimo riuscire a fare un’analisi dettagliata dei flussi di accesso e utilizzo dei dati per riuscire ad allocare le risorse in modo dinamico ‘al bisogno’. “A mio avviso si dovrebbe iniziare a ragionare sul concetto di rating dei dati – osserva Carlo Wolter, Cio di Tecnimex -, ossia sulla classificazione dei dati in base alle esigenze di accesso e disponibilità, alle priorità, alle criticità in termini di sicurezza e rischio. Il software diventa allora la chiave interpretativa per riuscire a ragionare sul valore dei dati e, quindi, sul loro uso intelligente”.

Una sfida che non può essere affrontata solo a livello infrastrutturale, ma anche con uno sguardo attento alla governance e, soprattutto, al demand management. “Riuscire a fare questo salto di approccio richiede un lavoro serrato con la componente applicativa – osserva in chiusura Carlo Valsecchi, Ict Core Infrastructure Manager di Gdf Suez Energia Italia -. Chi si occupa di servizio applicativo, infatti, considera le risorse infrastrutturali, compreso lo storage, una commodity e, soprattutto, dà per scontate massima disponibilità e scalabilità infinita. Tuttavia, anche se le esigenze del business mutano e il servizio applicativo erogato deve evolvere, non è pensabile intervenire modificando le infrastrutture ogni due o tre anni, perché gli investimenti necessari sono troppo ingenti. Bisognerebbe riuscire a suddividere i costi dei sistemi in base al loro utilizzo da parte delle line of business, ma è un processo complicatissimo”.

In risposta a questa osservazione Patano sottolinea come il Software Defined Storage riesca a indirizzare in modo efficace proprio questo tipo di criticità, “andando a costruire sopra l’infrastruttura storage fisica o virtualizzata una sorta di ‘sistema operativo orizzontale’ in grado di movimentare i dati indipendentemente dalle componenti sottostanti e abilitando una capacità di ‘configurazione immortale’: l’infrastruttura hardware rimane il repository fisico dei dati e può mutare all’infinito (componendosi in modo eterogeneo con sistemi anche di vendor differenti), questo non incide sulla capacità di rendere accessibile e disponibile il dato dinamicamente perché è lo strato software a gestirla in modo intelligente e trasparente”.

Nicoletta Boldrini

Giornalista

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