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Red Hat tra il cliente e la community

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Red Hat tra il cliente e la community

16 Dic 2013

di Arianna Leonardi

Anello di congiunzione tra le comunità che sviluppano software open source e i clienti aziendali che lo utilizzano nella pratica quotidiana, “Red Hat oggi detiene il 75% del mercato commerciale di Linux”, come spiega Gianni Anguilletti, country manager dell’azienda.

Una leadership che è stata costruita in oltre due decenni di fedeltà alle tecnologie con codice sorgente libero, come alternativa alle soluzioni proprietarie in grado non solo di ridurre il Total cost of ownership, ma anche di restituire una serie di vantaggi tra cui standardizzazione, integrazione, prestazioni, innovazione. “La nostra mission – spiega Anguilletti – è aiutare i clienti a essere più competitivi attraverso l’adozione di tecnologie a sorgente aperto che consentono l’abbattimento dei costi, contestualmente all’ottimizzazione delle infrastrutture. Obiettivo che perseguiamo tenendo fede a due direttrici: da un lato, operiamo all’interno del modello open source che, grazie alla collaborazione con migliaia di professionisti in tutto il mondo, permette di sviluppare soluzioni straordinariamente innovative, economicamente sostenibili, aderenti agli standard di mercato, poco esigenti in termini di risorse necessarie al loro funzionamento; dall’altro, offriamo un portfolio di servizi ingegneristici e consulenziali, perché le tecnologie aperte possano essere utilizzate con semplicità negli ambiti operativi più sofisticati e mission critical: dal sistema operativo al middleware, dallo storage al cloud computing e alla virtualizzazione”.

Gianni Anguilletti, country manager di Red Hat

Negli anni, il modello open source è uscito dalla sua applicazione accademica e sperimentale per trovare sempre più spazio nei sistemi informativi aziendali, anche in Italia: a questo porposito, Anguilletti cita una recente indagine condotta a livello nazionale da Sda Bocconi per cui l’83% delle aziende intervistate fa uso di soluzioni aperte e, di queste, il 77% lo fa in ambiti business critical. “Ci impegniamo – prosegue il country manager – affinché le aziende comprendano la portata delle tecnologie open e la loro efficacia. Trasmettiamo al cliente le best practice del modello open source in modo che possa valutarne l’implementazione all’interno delle proprie metodologie di sviluppo. E abbiamo riscontri sempre maggiori di aziende che convertono i propri processi interni in questa direzione. A beneficiare dell’open source – dichiara il country manager – sono soprattutto le aziende dove l’It gioca un ruolo importante nel modello operativo e conseguentemente la spesa informatica è alta”. Nel nostro Paese, come suggerisce il top manager, non è difficile ricondurre questo genere di organizzazioni ai settori Finance, Telecomunicazioni e Media, Pubblica Amministrazione, anche se “indipendentemente dal settore, l’open source meglio si adatta alle realtà che fanno un uso intensivo dell’It per le proprie attività di business”.
In ogni caso, Red Hat prevede un approccio strutturato per indirizzare le aziende all’open source: “Innanzitutto, identifichiamo le aspettative di business e le aree di miglioramento dove le soluzioni aperte possono avere i maggiori ritorni: per esempio, migliorare la relazione con il cliente attraverso punti di contatto più accattivanti (il portale o la app) oppure l’abbattimento dei costi per resistere a una concorrenza agguerrita. Quindi, una volta presentato e approvato il progetto, si procede alla fase di testing e implementativa, sulla base dell’expertise maturata nel corso degli anni su clienti worldwide. Abbiamo canonizzato in best practice le esperienze pregresse e costruito una libreria di competenze, divise per settore e area di applicazione”. Ed è così che, secondo Anguilletti, Red Hat arriva a semplificare e accelerare l’implementazione delle nuove soluzioni all’interno dei sistemi informativi aziendali, garantendone il costante aggiornamento per un arco temporale di almeno dieci anni.

Arianna Leonardi

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