Questo sito utilizza cookie per raccogliere informazioni sull'utilizzo. Cliccando su questo banner o navigando il sito, acconsenti all'uso dei cookie. Leggi la nostra cookie policy.OK

Rfid: ecco perché sarà una “killer application” aziendale

pittogramma Zerouno

Rfid: ecco perché sarà una “killer application” aziendale

05 Lug 2006

di Gianni Rusconi

Parlando di Rfid vari quesiti sono sempre d’attualità. Per esempio: quanto è realmente diffuso l’interesse delle aziende verso le soluzioni basate su etichette a radio frequenza? I vendor It si stanno muovendo in modo adeguato per supportarne l’adozione? Quanti sono effettivamente i progetti pilota in essere nelle imprese?

I 250 executive e manager di aziende operative su scala mondiale nei settori retail, beni di consumo, manifatturiero, farmaceutico, aerospaziale e high-tech che hanno risposto (a fine 2005) alle domande degli analisti di AberdeenGroup sull’utilizzo e il futuro della tecnologia Rfid si sono detti convinti che i sistemi di Radio Frequency Identification vivranno presto un nuovo sviluppo, registreranno investimenti dedicati decisamente superiori rispetto al passato e a beneficiarne in termini competitivi saranno interi comparti settoriali nella loro globalità. Lo studio (patrocinato da Unisys) attesterebbe inoltre come un numero crescente di imprese sia propenso a investire in risorse e servizi per attivare soluzioni di identificazione a radio frequenza in outsourcing ribadendo nel contempo un pensiero di fondo comune a molti addetti ai lavori: la tecnologia Rfid è ancora a uno stadio iniziale di sviluppo, ha compiuto significativi progressi nel corso degli ultimi tre anni ma non è una soluzione replicabile per tutte le aziende. Con conseguente difficoltà di creazione e identificazione di best practice standardizzabili.
Dove sono e quali sono, lecito chiedersi, i freni inibitori che hanno a oggi impedito uno sviluppo sostanziale di questa tecnologia? Una chiave di lettura emersa dall’indagine chiama in causa il ritardo denotato da vari vendor It (lo dice la maggior parte degli intervistati) nell’offrire un adeguato supporto tecnologico alle imprese. Problemi di integrazione applicativa? Complessità di gestione di più fonti dati? Mancanza di soluzioni standard? Le variabili sono molte e probabilmente complementari fra loro, così come quelle che hanno portato le aziende ad implementare sistemi Rfid: per obbligo imposto dall’esterno, per conformità normativa, per ragioni di sicurezza o per reale strategia finalizzata all’aumento dei livelli di performance. Il lato offerta, per contro, risponde con iniziative ad ampio raggio volte a realizzare l’ecosistema necessario per imporre su larga scala la tecnologia ma rimane il dubbio che il mercato (e quindi le aziende, pubbliche o private che siano) sia effettivamente pronto a cavalcare opportunità che oggi solo parzialmente si sono materializzate in ambito produttivo/logistico e nel campo della transportation.

Quali strategie (di business) e quali investimenti per adottare l’Rfid?
Generare valore da una tecnologia It dovrebbe essere il punto di partenza di ogni strategia di investimento. Nel caso dell’Rfid, stando sempre all’indagine di Aberdeen, la metà delle aziende campionate si confermano essere “opportuniste”, attente cioè ad allocare budget di spesa solo a fronte di un preciso calcolo dei rischi e dei ritorni insiti nella tecnologia o nei processi coinvolti dall’implementazione di quest’ultima. Se il primo passo è quello più difficile da compiere, quelli immediatamente successivi coincidono con l’identificare i processi che più di altri potrebbero essere migliorati attraverso l’applicazione della tecnologia e fra questi la gestione degli asset, le spedizioni interne, il magazzino e il ciclo di produzione. Rfid uguale reale valore aggiunto per il business è quindi un’equazione che sta iniziando a essere tale perché, dicono in proposito gli esperti di Unisys, il costo della tecnologia non costituisce più una barriera al Roi anche nei progetti di piccola portata, fermo restando la necessità di definire preventivamente una strategia aziendale di supporto per “collegare” il progetto alle altre attività It in essere. Gli investimenti futuri, in ogni caso, dovrebbero indirizzarsi in particolare verso soluzioni di rete necessarie a gestire il routing delle informazioni raccolte attraverso i dispositivi (etichette e lettori) a radio frequenza e verso servizi di deployment e manutenzione degli apparati. Si parla quindi di creazione di veri e propri network Rfid, che andrebbero ben al di là del semplice utilizzo di tag per concretizzarsi in iniziative più strutturate ed estese, e soprattutto del fatto che (ne è convinto il 40% delle imprese) le applicazioni enterprise, Erp in primis, saranno rese Rfid-ready attraverso middleware preposti all’integrazione nei sistemi di back-end dei dati generati dai tag. Un’altra voce papabile di sensibile sviluppo è infine quella relativa al procurement di servizi e tecnologia Rfid in outsourcing: se fino ad oggi una buona fetta delle aziende ha destinato ai service provider meno del 10% del budget destinato all’Rfid, questa percentuale dovrebbe aumentare fino al 30% nei prossimi dodici mesi.

Strumento per innovare i processi, parola di Ibm
Per le imprese l’Rfid può significare la razionalizzazione della supply chain grazie a un accurato tracciamento delle merci dalla fabbrica ai centri di distribuzione fino ai differenti punti vendita. Il problema che si pone ai responsabili di logistica e di produzione è proprio quello di individuare le modalità attraverso le quali trarre vantaggi di business dall’adozione delle etichette intelligenti. Nella visione di Ibm, che ha svolto un ruolo di primo piano nella progettazione del Metro Future Store di Rheinberg in Germania, il primo grande shopping center facente uso massiccio di tecnologia a radiofrequenza, l’Rfid e le sue evoluzioni in chiave sensoristica (per ottimizzare forniture e processi attraverso il confronto dello stato dei componenti di un’apparecchiatura con le performance attese) avranno un impatto straordinario sia sulle organizzazioni delle singole aziende sia su quelle di filiera. Secondo Richard Black, Ibm Global Technology Services Sensor & Actuator Rfid Leader, accanto alle varie problematiche di implementazione e integrazione vanno rimarcati i vantaggi associabili al fatto che “l’Rfid può rappresentare lo strumento ideale di collegamento fra i processi di business, i dispositivi e le soluzioni mobili che costituiscono l’estensione fisica dei processi aziendali e le attività che fungono da braccio operativo dell’impresa sul mercato, quali la supply chain e la logistica. La tecnologia a radiofrequenza è sì vecchia di 60 anni ma è anche quella più idonea a portare al centro del sistema informativo aziendale informazioni periferiche nell’ottica di concentrare e integrare i flussi di gestione e decisionali in un’unica rete, in uno stesso middleware e con formati documentali comuni che annullano i costi di conversione dei dati”.

Criticità e benefici: si parte dall’analisi del change management
Ai rischi, alle criticità e ai costi nascosti (relativi alla gestione e al coordinamento delle diverse entità di business e tecnologiche coinvolte) che un progetto di adozione di Rfid a livello aziendale si porta inevitabilmente ancora appresso, fanno eco, secondo i responsabili di Ibm, vantaggi tangibili in fatto di efficienza operativa (controllo su catena di fornitura e produzione per la rintracciabilità dei componenti in caso di processi built to order), ampiezza dell’offerta di prodotto (in relazione a cataloghi demand driven) e fidelizzazione della clientela (per l’impatto sulla gestione del cliente dei servizi post vendita). “Lo sviluppo di sistemi Rifd in azienda – non si nasconde comunque Black – può essere particolarmente critico se non lo si affronta in modo adeguato e le problematiche ricorrenti sono concentrate nella scelta dello standard tecnologico, nell’integrazione a livello applicativo di soluzioni eterogenee e nella definizione dell’infrastruttura Rfid nel suo complesso”. Pur non essendo possibile prevedere nei minimi dettagli nelle prime fasi progettuali l’impatto di ognuna delle voci di costo e delle fonti di revenue presenti e future, è fondamentale a detta di Big Blue (che sull’Rfid impegna centinaia di risorse nei vari centri di competenza in Europa, Usa e Asia) avere un quadro generale dello sviluppo evolutivo del progetto. L’obiettivo di fondo rimane quello di analizzare e quindi automatizzare il processo, rilevando i margini di intervento sulla catena del valore e applicarli ai diversi ambienti operativi. “Si deve partire – ha precisato in quest’ottica Black – da una pianificazione di progetto, da un piano di change management che contempli programmi di training, dinamiche di ruolo e gli impatti della tecnologia sull’organizzazione. Quindi si focalizza l’attenzione sulla tracciabilità dei prodotti e sul monitoraggio degli impianti automatizzando i processi ad elevato valore partendo dal presupposto che le informazioni generate dai tag devono rientrare in modalità riutilizzabile in azienda e senza richiedere infrastrutture di comunicazione aggiuntive per estendere l’efficienza e il controllo dei processi di business”. Pensare a una supply chain realmente consumer e demand driven attraverso l’Rfid, nella visione di Ibm, è possibile se l’approccio è quello di disintermediare i sistemi informativi dalle operation sul campo, e per fare questo è centrale e critico il ruolo giocato dai tool di middleware per la gestione intelligente dei dati e delle interfacce e il collegamento con l’Erp, il back office e il network aziendale. “L’Rfid – ha così concluso Black – è una delle tecnologie cui fare riferimento per abilitare catene di fornitura dinamiche in ecosistemi applicativi pienamente integrati e per sviluppare maggiore efficienza operativa e superiore controllo di gestione in tempo reale sui processi interni ed esterni l’azienda”. E se i tag elettronici su ogni articolo sono il punto d’arrivo, in mezzo, ci sembra, c’è ancora tanta strada da fare.


I Tag alla conquista del mercato mondiale
Una recente ricerca condotta da In-Stat ha evidenziato la crescita esponenziale che le etichette intelligenti avranno sino al 2010. Nel 1991 la produzione di tag controllabili via radio era di 150 milioni di unità nel mondo, nel 2005 si è arrivati a circa 1,3 miliardi di unità e nel 2010 si dovrebbe raggiungere il tetto di 33 miliardi di pezzi l’anno, vale a dire 25 volte la produzione odierna. Il report evidenzia inoltre come l’estensione dell’Rfid nei diversi settori di mercato sia influenzato dal costo che la tecnologia raggiungerà negli anni: oggi ogni singolo tag costa intorno ai 10 centesimi di euro e ulteriori ribassi sono previsti in futuro. Nel campo farmaceutico, entrando nel merito dei settori sensibili a questa tecnologia, l’Rfid si sta diffondendo per combattere la contraffazione e il mercato nero di medicinali mentre significativi risultati, a detta di In-Stat, stanno arrivando dal comparto alimentare, da quello degli imballaggi e dai sistemi di sicurezza bancari e assicurativi.
In termini ancora più positivi si è espresso uno dei vendor It che aspirano a un ruolo di primo piano nel mercato Rfid, e cioè Bea Systems. Stando ai dati rilevati dal produttore americano, nel corso dei prossimi 18 mesi, due terzi delle aziende attive in Europa implementeranno la tecnologia a radio frequenza o perlomeno avvieranno progetti pilota in questa direzione. I benefici attesi vanno dal poter prendere decisioni più oculate al disporre di dati più precisi fino alla possibilità di gestire in modo efficiente inventari e magazzini. Se l’adozione di soluzioni Rfid è oggettivamente in rampa di lancio, resta però ancora molta incertezza, in seno alle aziende, sulla reale portata tecnologica e gestionale della tecnologia, tanto che tre imprese campione su quattro si fermano alla sola valutazione dei livelli di utilizzo di tag e lettori a radio frequenza. Per contro sono nella maggior parte dei casi assai chiari i processi sui quali intervenire: tracking delle merci, conformità dei beni gestiti lungo l’intera supply chain e gestione dei resi. (G.R.)


L’Rfid è vulnerabile agli attacchi, parola di ricercatori
Link alla ricerca dell’Università di Amsterdam:
www.rfidvirus.org/
Il pensiero diffuso è che la tecnologia Rfid faciliterà le operazioni quotidiane di imprese e comuni cittadini. Leggere a distanza informazioni (tra cui un numero univoco universale scritto nel silicio) contenute in un tag basato su microchip e dotato di antenna per ricevere e trasmettere dati in radiofrequenza ad un apposito apparecchio dovrebbe cambiare la vita di punti vendita, luoghi e servizi pubblici e, naturalmente, dei consumatori. Nel frattempo, però, accanto allo scetticismo ancora presente nelle aziende in merito a questa tecnologia, nelle ultime settimane alcuni ricercatori delle università di Amsterdam e di Perth, in Australia, attraverso due differenti percorsi di studio, hanno messo a nudo l’ipotetica vulnerabilità delle etichette intelligenti rispetto ai virus informatici e attacchi di tipo Dos (denial of service). I primi, in particolare, hanno sviluppato una “proof of concept” di virus autoreplicante per dimostrare come tag Rfid infetti, una volta letti, possano provocare vulnerabilità a catena nei software predisposti a riconoscere e catalogare i dati contenuti nel chip. Il test ha rivelato ipotesi “preoccupanti” per gli sponsor dell’Rfid: i tag hanno una disponibilità di memoria tale, poco più di un centinaio di byte, che per scrivere righe di codice maligno occorrono solo poche ore, con tutti i possibili effetti che eventuali intrusioni potrebbero causare nei sistemi di gestione dei prezzi delle merci e di controllo delle identità personali. Il cuore del problema, a detta dei ricercatori olandesi, è comunque più sulla tipologia di applicazioni e database utilizzate in correlazione ai tagRfid che non nella tecnologia a radiofrequenza in sé, anche se solo chip dotati di sistemi di cifratura adeguati (ma che inciderebbero sui costi, uno dei fattori chiave per lo sviluppo di massa dei tag) potrebbero scongiurare il rischio che malintenzionati possano leggere la memoria degli Rfid e modificarne il contenuto. Gli studiosi della Edith Cowan Universisty di Perth, invece, hanno dimostrato che i tag presentano vulnerabilità ad attacchi di tipo DoS mirati ad annullare, attraverso un processo di overload di dati generato dalla saturazione della banda, la comunicazione tra i lettori Rfid e le etichette a radio frequenza Uhf di prima e seconda generazione (Gen 1 e Gen 2), seppur queste ultime ben più sofisticate e in grado di operare su quattro diverse velocità di frequenza. (G.R.)


Ncr e il Roi con l’Rfid: serve un approccio “one-stop-shot
Servire alle aziende e in modo particolare agli operatori del mondo retail soluzioni in grado di coprire tutti i vari ambienti di utilizzo della tecnologia Rfid, comprendendo quindi operazioni e processi di supply chain e attività di data management (dal back office al front office) interne al punto vendita. Un approccio che Ncr riassume in una sorta di slogan, “one-stop-shot”, e che promette veloci ritorni dell’investimento andando ad impattare sugli elementi che compongono la catena del valore: dalla produzione alla gestione del magazzino e delle operatività correnti fino ai servizi destinati al consumatore finale, vedi sistemi di pagamento contactless e selfcheckout e chioschi elettronici. Cosa significhi in concreto l’approccio di cui sopra l’ha spiegato a chiare lettereJohn Greaves, uno dei massimi esperti in materia e vice president Global Rfid Solutions di Ncr Corporation, partecipando a un convegno tenutosi a Milano dedicato allo stato dell’arte delle applicazioni Rfid nei settori più ricettivi verso i tag a radio frequenza, e cioè logistica, retail e sanità. “La tecnologia Rfid va considerata una sorta di rivoluzione per il business aziendale – ha sostenuto Greaves – perché può produrre riduzioni dei costi della supply chain e di gestione degli inventari nell’ordine del 20% e generare ritorni degli investimenti entro18 mesi. La definizione degli standard a livello tecnologico sta favorendo l’adozione di questa tecnologia da parte delle piccole organizzazioni ma esiste ancora un rischio latente di insuccesso per l’utenza se i fornitori It coinvolti in tali progetti persistono ad essere troppi. Ridurre ai minimi termini le complessità in fase di implementazione è possibile solo facendo riferimento a un unico vendor, in grado di analizzare nel suo insieme il reale impatto, criticità e benefici compresi, dell’Rfid sulle operation e sui processi di business aziendali e trasmettere di conseguenza agli utenti una visione completa e trasparente degli interventi da effettuare e degli obiettivi da conseguire”.
L’offerta Rfid di Ncr (ThoughtWare) è quindi un mix fra servizi di consulenza e hardware dedicato (lettori, stampanti, scanner), tool software ed etichette (la divisione Systemedia ha appena ricevuto per i propri tag la certificazione Gen2 rispetto ai requisiti fissati da EpcGlobal) e risponde in modo univoco all’approccio one-stop-shot; “migliorare le prestazioni aziendali soddisfacendo le metriche e le dinamiche delle moderne applicazioni di supply chain management – ha precisato in merito Greaves – è un obiettivo imprescindibile, l’Rfid permette di assimilare e aggregare in modo veloce una grande quantità di dati e servono quindi soluzioni per accelerare la trasformazione di tali dati in informazioni coerenti con il sistema aziendale”. Il problema dell’integrazione dei dati generati dai tag con quelli residenti sulle applicazioni mission critical si risolve, nella visione di Ncr, facendo ricorso a suite software e strumenti di data warehouse (nello specifico CartWare, SmartWare e posWare ed alcuni prodotti del catalogo Teradata) pensate su misura per le esigenze del settore vertical (e per Ncr è di fatto il retail) e partendo dal presupposto che Rfid non è sinonimo di “punto vendita del futuro” ma una tecnologia che va a intervenire su vari anelli della catena del valore. Il messaggio che Ncr rivolge al mercato trova quindi supporto nell’iniziativa “TransitionWorks”, ovverosia un centro demo presto operativo a Petersbourgh, nei pressi di Londra, che al pari di quello già attivo ad Atlanta farà da base di studio per l’analisi e il testing delle soluzioni Rfid del produttore americano applicate a specifici progetti. Teoria e pratica, dunque, per percepire in modo adeguato le potenzialità di uno strumento ancora poco diffuso e forse poco capito. “La tecnologia Rfid – ha concluso il suo intervento Greaves – produce Roi positivi solo quando implementata attraverso soluzioni che abbandonando il modello silos vanno a coinvolgere tutto l’ambiente informativo aziendale; il detto ‘non è mai troppo tardi’ non è applicabile all’Rfid perché l’Rfid non è una rivoluzione tecnologica, è una rivoluzione di business”. (G.R.)

Gianni Rusconi

Articolo 1 di 5