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Rfid e supply chain evolute: innovare i processi

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Rfid e supply chain evolute: innovare i processi

06 Feb 2006

di Gianni Rusconi

Esempi di eccellenza dimostrano che le tecnologie Rfid generano benefici lungo l’intera catena del valore aziendale, ma bisogna ancora comprenderne, a livello generalizzato, le potenzialità applicative per sfruttare l’Rfid in modo sistemico e integrato. L’opinione di alcuni esperti aiuta a chiarire come farlo

L’offerta di soluzioni Rfid, la tecnologia a radiofrequenza  di acquisizione dati e identificazione, incontra un interesse crescente e vi sono numerosi esempi di eccellenza che ne dimostrano valenza e capacità di generare benefici lungo l’intera catena del valore aziendale. Rimane però aperto il problema di una comprensione delle potenzialità applicative adeguata a sfruttarne le risorse in modo sistemico e integrato, di una difficoltà a cavalcare la tecnologia per portare ai processi efficienza, produttività, migliorie sotto il profilo della qualità dei prodotti/servizi e delle relazioni con i partner, dell’ottimizzazione dei costi. La necessità di ridurre le complessità operative e di gestione si “scontra” quindi con l’esigenza di sviluppare progetti applicativi strategici per generare nuova competitività, e ci riferiamo nel dettaglio a sistemi di Scm avanzati, soluzioni di tracciabilità e rintracciabilità di merci e di gestione automatizzata di stock e inventari, applicazioni in mobilità. Non sorprende quindi che nel delineare come sopra descritto i contorni dello scenario che caratterizza lo sviluppo dell’Rfid in Italia, Roberto Mastropasqua, Research Director Telecom Internet e Media di Idc, abbia sottolineato come “il contributo consulenziale dei vendor It è un elemento determinante per l’adozione di questa tecnologia in azienda e va sicuramente visto in positivo il fatto che si tratta di soluzioni presenti nel portafoglio di un insieme crescente ed eterogeneo di operatori. L’Rfid è uno strumento dinamico a livello di catena, con il vantaggio insito della flessibilità di applicazione a contesti molto diversi tra loro, in ambito privato come in contesti di pubblico servizio, ma per godere dei benefici associabili alla sua adozione, è necessario comprenderne a 360 gradi caratteristiche, potenzialità e modelli di adozione, e quindi evoluzione tecnologica e implicazioni a livello di organizzazione, processi e applicazioni che ne derivano”. Senza dimenticare naturalmente lo sforzo da compiere per creare un’infrastruttura It (database, integrazione applicativa e reti) idonea a supportarne l’operatività.
Stando ai dati Idc si deve parlare di un fenomeno ancora giovane, conosciuto solo da circa il 13% delle aziende, in netta prevalenza operanti nel mondo dell’industria e del commercio, e solo nel 17% dei casi valutato quale concreta possibilità di investimento a supporto di progetti di innovazione di processi esistenti. “Nel settore del manufacturing – dice Mastropasqua – la volontàecessità di evolvere le attività di supply chain e la relazione fra produttore e fornitore sta favorendo la crescita d’attenzione verso tecnologie complementari a quelle attualmente in essere, ancorate spesso e volentieri a sistemi di rete poco integrati fra loro. I primi esempi di applicazione di soluzioni Rfid volti a ottimizzare la gestione del magazzino e le attività di picking sono relegati a contesti chiusi e proprietari mentre per aspirare ad ambienti operativi flessibili, reattivi e demand driven occorre innovare simultaneamente a livello sia di prodotto sia di processo. Il modello cui fare riferimento è quello del dynamic process management e l’Rfid va inteso come un anello di una catena del valore che ha nelle tecnologie It il suo fulcro strategico”. Limiti strutturali che non stanno comunque impedendo, almeno nella fascia alta del mercato aziendale, lo sviluppo di un approccio sempre più aperto riguardo all’accesso ai sistemi informativi aziendali da parte di dipendenti e terze parti qualificate attraverso applicazioni su rete mobile o wireless, vedi per esempio sistemi di supply chain automation estesi. Ambiti in cui la tecnologia Rfid, come ha concluso Mastropasqua “appare particolarmente indicata”.

Differenti tecnologie per differenti applicazioni
Nel delineare il quadro in cui le soluzioni a radio frequenza trovano fisicamente applicazione, Luigi Battezzati, uno dei curatori dell’Osservatorio Rfid del Politecnico di Milano, ha premesso un concetto: “La struttura di un progetto di supply chain che abbraccia questa tecnologia è articolata e complessa”. I motivi di tale convinzione sono presto spiegati e sono di fatto il frutto dell’analisi sul campo di oltre cento aziende italiane che in questo campo hanno già investito: non si parla di una sola tecnologia ma di diverse tecnologie con una base comune e con significative specificità strutturali e applicative in funzione dell’ambito operativo sul quale intervengono; un’eterogeneità di approcci che esprime diverse modalità di utilizzo di componenti hardware (lettori e tag), di gestione delle problematiche di sviluppo e realizzazione e di definizione delle strutture di costo. “Il fattore chiave – ha precisato quindi Battezzati – è come portare l’Rfid all’interno dei processi aziendali, come far convergere le esigenze dei diversi attori coinvolti all’interno dell’impresa e lungo la catena di fornitura: dalla scelta dell’harware all’intervento di specialisti e provider esterni per integrare i molteplici dati in gioco, fino alla revisione delle piattaforme applicative e di middleware si impongono interventi di sostanza in seno all’organizzazione, anche perché l’estrema variabilità dell’ambiente applicativo ‘di riferimento’ porta le esperienze fino a oggi acquisite dalle aziende a essere poco utili per dominare problematiche di sensoristica distribuita”. Il “consiglio” da rivolgere alle aziende in procinto di rivedere i propri sistemi di supply chain è quindi così riassunto: “Un progetto Rfid non è quasi mai, almeno oggi e per qualche anno ancora, un’innovazione da scaffale ma un progetto di automazione di processo; non ci sono best practice cui riferirsi perché all’interno dei vari archetipi tecnologici esistenti è normale che la realizzazione dell’applicazione richieda uno sforzo progettuale ad hoc. L’Rfid è uno strumento efficace e i vantaggi derivabili sono concreti, ma è necessario che la tecnologia venga implementata con studi di fattibilità dettagliati e non limitati alla sola analisi costi/benefici, che riflettano visioni strategiche condivise dal vertice e dal responsabile It e non obiettivi tattici nel breve periodo”.

Gli impatti dell’Rfid sotto la lente Mit
Come si possono misurare gli impatti e gli effetti che la tecnologia a radio frequenza ha e potrà avere in seno alle organizzazioni aziendali, il possibile ritorno degli investimenti e i benefici derivati, l’evoluzione delle infrastrutture tecnologiche che ne determinano l’applicazione in ambienti estesi? Al Massachussets Institute for Technology di Boston hanno risposto a questi quesiti con un insieme di tool e metriche di valutazione che si chiama Activity Based Performance Measurements.
Robert Laubacher, ricercatore alla Sloan School of Management del Mit, lo ha utilizzato secondo tre direttrici, come lui stesso ha spiegato a ZeroUno: “Identificare i processi sui quali l’Rfid interviene, mappare tali processi con e senza l’Rfid e comparare, prima e dopo l’applicazione della nuova tecnologia, le riduzioni dei costi e gli incrementi delle vendite intervenuti”. L’analisi dei potenziali benefici, in particolare, inizia attraverso dettagliate rilevazioni all’interno dei magazzini del produttore per poi proseguire là dove la supply chain si completa, e quindi i centri di distribuzione e i depositi del retailer. I fattori da misurare sono quindi i seguenti: velocità di registrazione dei beni nelle varie fasi della catena distributiva e quantità dei beni processati in un preciso intervallo di tempo. “L’Rfid deve poter abilitare – ha sottolineato Laubacher – una reale ottimizzazione dell’inventario, sotto forma di buffer stock molto più piccoli rispetto al passato, riduzione dei tempi di evasione dell’ordine, meno obsolescenze e, soprattutto, livelli di out-of-stock portati ai minimi termini. Automatizzare i processi logistici deve poter significare la gestione in real time di attività strategiche quali il tracking delle merci o lo scheduling delle consegne, riducendo al minimo gli errori e le inefficienze”.
Uno dei punti sui quali focalizzare l’utilizzo di soluzioni Rfid, a detta di Laubacher, è di fatto la trasformazione dei vecchi modelli di gestione dell’inventario, e quindi tutti i flussi di movimentazione delle merci e le connesse attività di aggiornamento e trasmissione dei dati: “L’Rfid deve generare benefici in ogni singolo punto della catena, in ogni fase del ciclo di vita del prodotto, in ogni location interessata, dal magazzino del produttore allo scaffale del retailer”. La chiave dell’analisi condotta dal Mit è quindi tutta nella comparazione costi/benefici di un progetto Rfid e in una alquanto esplicita interpretazione dei valori in gioco: per il retailer il rapporto di cui sopra è assai vantaggioso, per il produttore (per cui, di base, costi e benefici si equivalgono) tutto dipende dal ruolo esercitato dai partner di filiera. In altri termini, se la supply chain a monte porta, grazie all’Rfid, sostanziali miglioramenti alla gestione delle scorte attraverso sistemi integrati ed adeguatamente evoluti di scambio e mappatura dati, ricorrere ai tag elettronici e intervenire sulle applicazioni dati è un investimento a forte valore aggiunto per tutti gli attori coinvolti. Le principali sfide che deve vincere l’Rfid, questo il pensiero finale di Laubacher, sono quindi le seguenti: “È necessario che produttore e rivenditore finale possano dividersi equamente costi e benefici, che vi sia un avanzato livello di data sharing a cavallo della supply chain, che si ricorra in modo pragmatico a strumenti e tool di analisi per mappare in modo esteso e completo i processi di business sui quali la tecnologia deve intervenire, portando reale valore aggiunto ed efficienza”.


WAL-MART FA SCUOLA: COME GENERARE VALORE CON L’RFID
Riduzione del 16% dei livelli di fuori-scorta, rifornimenti tre volte più veloci e maggiore automazione della gestione ordini. In tre punti i ricercatori dell’Università dell’Arkansas hanno sintetizzato i benefici che la ben nota catena di supermercati americana Wal-Mart ha assunto con l’implementazione di tag Rfid basati sullo standard di identificazione di prodotto Epc, Elelectronic product code. Il calo sensibile dei cosiddetti prodotti out-of-stock, i beni di largo consumo andati in esaurimento sugli scaffali del punto vendita, è solo la punta di un iceberg che attraverso l’adozione della tecnologia ha generato impatti assai significativi nei processi gestionali del colosso Usa: il grado di maggiore efficienza nel ricostituire le scorte dei prodotti esauriti arriva al 63% ed è tre volte più veloce rispetto a uno shopping center che non dispone di un’applicazione Rfid, mentre a contenere l’entità delle scorte in eccesso contribuisce una riduzione del 10% degli ordini immessi manualmente. L’indagine, durata 29 settimane, ha preso in esame 24 fra negozi, supermercati e grandi magazzini Wal-Mart, di cui la metà dotati di tecnologie Rfid e altrettanti con tecnologia tradizionale a codice a barre: isolando gli effetti direttamente attribuibili all’introduzione dei tag a radiofrequenza è quindi emerso come grazie ai dati inviati dalle etichette al sistema centrale siano stati conseguiti risultati significativi sia nei confronti del consumatore finale che a livello di flussi di inventario lungo la  supply chain, un fattore strategico per ridurre i costi di gestione. Che in Wal-Mart all’Rfid si creda lo dicono quindi questi numeri: alla fine di ottobre scorso oltre 500 punti vendita e cinque centri di distribuzione si erano dotati di strumenti abilitati alla gestione dei tag Rfid e diventeranno oltre 1.000 alla fine di quest’anno; a gennaio i fornitori in grado di inviare pallet con etichette Epc erano circa 300 e saranno oltre 600 all’inizio del 2007. E per metà 2006 l’intenzione del gigante del grocery è quello di migrare dai tag di prima (Class 0, Class 0+ e Class 1) a quelli di seconda generazione (Gen 2), che dovrebbero diventare presto uno standard su scala globale.

Gianni Rusconi

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