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Pmi & Ict: servono organizzazione e soluzioni applicative

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Pmi & Ict: servono organizzazione e soluzioni applicative

07 Lug 2005

di Gianni Rusconi

Per analizzare lo stato di salute Ict di circa 500 Pmi italiane, l’Istituto di organizzazione e Sistemi Informativi (Iosi) dell’Università Bocconi e Sap hanno fatto il check-up dei sistemi informativi delle singole aziende individuando i fattori e le condizioni che potrebbero facilitare gli impatti positivi e sostenibili sulla produttività delle imprese di nuovi progetti basati sull’adozione estesa di soluzioni It

Secondo i dati forniti anche di recente dall’Istat, le piccole e medie imprese italiane occupano il 60% della forza lavoro e producono il 43% del valore aggiunto: un ruolo importante nel contesto economico del sistema Paese. Un ruolo però oggi “minacciato” dalla spirale competitiva prodotta dalla globalizzazione dei mercati e dalla nascita di network aziendali di grandi dimensioni fortemente votati all’innovazione tecnologica a tutti i livelli. Per contro, la Pmi italiana, almeno fino a oggi, ha sviluppato nel tempo un proprio originale modello teso a sfruttare i vantaggi della minore dimensione aziendale e non sembra aver colto appieno, e conseguentemente sfruttato, il potenziale intrinseco alle tecnologie informatiche: lo dicono i dati che testimoniano come l’Italia si collochi ben al di sotto della media europea in termini d’investimenti in IT e lo dicono gli atteggiamenti degli imprenditori alla guida delle piccole e medie imprese. Atteggiamenti che confermano la crescente volontà di innovare ma di fatto sono espressione di un approccio molto prudente (anche per problemi di ordine creditizio, finanziario e fiscale) nei confronti della nuova ondata di disponibilità tecnologica.

Per analizzare lo stato di salute Ict di circa 500 Pmi italiane (da 19 a oltre 250 addetti) attive in 18 settori di attività economica (dall’alimentare all’edilizia, dalla meccanica alla distribuzione/commercio) sono scese in campo l’Istituto di organizzazione e Sistemi Informativi (Iosi) dell’Università Bocconi e Sap, che nel corso del 2004 hanno ripetuto l’esperimento avviato l’anno precedente rifacendo il check-up dei sistemi informativi delle singole aziende e individuando i fattori e le condizioni che potrebbero facilitare gli impatti positivi e sostenibili sulla produttività delle imprese di nuovi progetti basati sull’adozione estesa di soluzioni It.

 

L’analisi: infrastrutture ok, applicazioni no

Vincenzo Morabito, Assistant Professor in Iosi Bocconi, ha illustrato a ZeroUno i principali risultati dell’indagine partendo dalla metodologia utilizzata per l’analisi: “Abbiamo monitorato le condizioni organizzative delle aziende rispetto a un indice specifico (Isri, Information Systems readness Index, ndr) che ci ha permesso di misurare applicazioni, strategie, processi, infrastrutture, modelli gestionali e quadro economico interno ed esterno l’azienda e di soddisfare l’obiettivo di partenza: capire perché le imprese italiane non vedono nell’It una risorsa per accrescere la loro capacità competitiva, presupposta la stretta correlazione esistente tra investimenti in tecnologie e miglioramento della performance aziendali”.

L’analisi statica e dinamica delle Pmi nei confronti del sistema informativo nel suo complesso ha prodotto, come lecito aspettarsi, vari indicatori e, primo fra questi, il livello di diffusione dell’It all’interno dell’azienda: “L’Italia – ha spiegato Morabito – sembra un Paese che attraverso le tecnologie informatiche produce ma non innova. Le Pmi, in particolare, investono prevalentemente in infrastrutture a supporto dell’automazione dei processi operativi e in modo molto moderato in software applicativi, trascurando spesso e volentieri voci di investimento complementari di natura organizzativa che costituiscono il mezzo con il quale abilitare al meglio l’allineamento dell’It all’operatività aziendale”.

Tradotto in concreto, emerge quindi che le Pmi italiane oggi non dispongono di un portafoglio applicativo adeguatamente sviluppato in relazione alla dotazione di “sistema”, pur mostrando, come ha rimarcato Morabito, “di possedere i requisiti e le competenze per ritenerle pronte all’adozione di nuove soluzioni gestionali evolute e di software applicativo con elevato valore organizzativo e di business”.

Ma come si riflette, in termini di impatti, la scarsa propensione ad utilizzare business applications per razionalizzare e/o reingegnerizzare i processi di gestione? E come, soprattutto, le imprese italiane sono nella condizione di cogliere la sfida di migliorare la propria competitività a cavallo delle tecnologie It? L’indagine sul territorio ha confermato la generalizzata maggiore attenzione verso gli aspetti infrastrutturali rispetto a quelli legati a soluzioni applicative evolute e integrate, in un contesto di politiche di investimento in hardware, sistemi informativi e applicazioni che si caratterizzano in modo specifico per ogni singola impresa, a prescindere dall’area geografica del Paese in cui essa opera e dalle dimensioni dell’azienda stessa. Solo poche Pmi hanno di fatto attivato processi sostanziali di cambiamento organizzativo lasciando di conseguenza aperti grandi spazi di potenzialità ancora non pienamente sfruttati, sia sotto il profilo dell’adozione di applicazioni ad alta valenza strategica e di business sia per quanto riguarda la flessibilità e la capacità intrinseche di integrazione di queste ultime all’interno del sistema informativo aziendale.

Il commento finale di Morabito a tali risultati d’insieme non poteva quindi che essere di cauto ottimismo e in ogni caso rapportato a quella sorta di “work in progress” sulla strada dell’innovazione abilitata dalla tecnologia che per molte medie e piccole imprese potrebbe essere l’unica via percorribile per raggiungere nel breve periodo effetti molto positivi quanto a produttività e risultati sul mercato. Nelle imprese più propense all’innovazione: “L’It è già vista come variabile organizzativa orientata ai processi e tesa a produrre valore competitivo ed è il modello a cui tendere; le imprese dovrebbero quindi investire in risorse umane qualificate rispetto a nuovi modelli di management e migliorare la disponibilità del portafoglio applicativo, sviluppare concretamente processi aziendali innovativi e confrontare in modo più organico i propri modelli con le aziende “best in class” dei rispettivi mercati di competenza”.

Gianni Rusconi

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