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Innovazione: fattore di ritorno sul business

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Innovazione: fattore di ritorno sul business

02 Set 2004

di Elisabetta Bevilacqua

Investire in nuove tecnologie, paga.Lo dimostra uno studio dell’Università di Bergamo, che però sottolinea come ogni decisione d’investimento, per tradursi in maggiori introiti e in fattore di solidità dell’impresa sul mercato, non vada presa sulla spinta del momento, ma debba far parte di una precisa strategia d’innovazione

Quale correlazione può esserci fra gli investimenti in tecnologia e in innovazione e le performance aziendali? “La prima conclusione a cui siamo giunti è che l’investimento in tecnologia, soprattutto se pianificato all’interno di una strategia aziendale, paga”, è la risposta di Corrado Faletti, dell’Università degli Studi di Bergamo, che su questo tema ha curato uno studio, condotto dal dipartimento “Commercio Elettronico e Strategie di Business“ dell’ateneo.
La ricerca è stata avviata identificando, fra le 3.600 medie e piccole imprese della Lombardia che fanno parte dell’Osservatorio del dipartimento, due gruppi di aziende aventi comportamenti differenti rispetto agli investimenti in tecnologia. Il primo gruppo stanziava all’inizio dell’anno un budget (capital allocation) per gli investimenti tecnologici, intesi in senso lato (macchinari, hardware, software per il business e l’amministrazione, formazione e così via); il secondo gruppo, invece, non prevedeva un’allocazione programmata di capitale, ma effettuava gli investimenti in base alle esigenze contingenti. Per gli altri aspetti, le imprese dei due campioni esaminati erano simili: appartenenza equamente distribuita in 4 settori (servizi, manifatturiero, tessile, chimico), numero di dipendenti superiore a 49 e fatturato superiore al milione di euro. Quest’ultima scelta è dovuta alla considerazione che le imprese con fatturato superione a un milione di euro realizzano maggiori investimenti in tecnologia, sia per la maggior facilità di accesso al credito, sia per la presenza di risorse dedicate.
Per verificare il diverso effetto della pianificazione dell’investimento in innovazione si sono confrontati, relativamente agli anni 2002 e al 2003, i valori, per i due gruppi, delle variazioni del fatturato, dei costi, degli investimenti in tecnologia (parametro che risulta strutturale per il primo gruppo, casuale per il secondo) e della qualità del prodotto/servizio percepita dal cliente (analizzata sui primi 10 clienti per ciascuna azienda). Ebbene: le aziende che avevano previsto la ‘capital allocation’ hanno registrato una crescita del 46% del fatturato, contro il 7% dell’altro gruppo (vedi figura 1). Depurando i dati, come osservano i ricercatori, di una crescita fisiologica del fatturato, stimata del 4-5% per entrambi i gruppi, la differenza è ancora più evidente. Ovviamente, differiscono anche i costi, che per le imprese del primo gruppo aumentano del 33%. Restano però significativi, con un aumento del 12%, anche per le imprese che non investono in modo continuo e programmato (vedi figura 2).

Più risultati con meno spese
“La prima considerazione, esaminando questi dati, è che l’investimento programmato in tecnologia funge da ‘volano algebrico’, ossia da meccanismo virtuoso che permette all’azienda di ottenere molto con poco, come si evidenzia calcolando il rapporto fra l’aumento dei costi e la crescita del fatturato”, commenta Faletti, che ricorda come, per realizzare un aumento del fatturato, le aziende subiscano in ogni caso un aumento di costi. Questi quindi non vanno considerati in assoluto, ma in rapporto alla crescita di fatturato, e l’azienda che ha un piano d’investimenti capace di seguire la tecnologia nel suo sviluppo propositivo, ottiene risultati molto più soddisfacenti con investimenti molto inferiori.
Ma non basta. Le imprese con un piano di capital allocation migliorano anche le proprie relazioni con i clienti, come si verifica osservando come l’andamento della qualità percepita registri un aumento del 62% per le imprese che fanno investimenti programmati, contro il 25% per quelle che non lo prevedono. Anche qui, bisogna tener conto dell’aumento ‘di base’ (comune cioè ad entrambi i gruppi) della qualità percepita, che i ricercatori valutano del 15%. Depurando i dati di questo fattore, la differenza, già forte, fra i due campioni aumenta ancora di più. E poiché dalla crescita di qualità del prodotto dipende il livello di stabilità nel tempo dell’azienda, si tratta di un indice di grande importanza. “Questi risultati ci portano ad avvallare la tesi – sintetizza Faletti – che investire in tecnologia non solo può aiutare la crescita del fatturato, e di conseguenza del Pil del Paese, ma garantisce anche, grazie all’aumento di soddisfazione dei clienti, lo sviluppo del mercato”.

Corrado Faletti
Direttore Osservatorio Permanente Piccola e Media Impresa Università di Bergamo

Ricerca programmata e rischio d’impresa
Un’ulteriore analisi, svolta su un campione di circa 700 imprese, ha riguardato poi la correlazione fra gli investimenti in ricerca e sviluppo (che comprendono le spese in formazione, hardware, software, brevetti, marchi, copyright su processi e così via) ed il Grt, cioè il Grado di Rischio Totale, che è il rischio di mercato per un’impresa quotata e, quindi, rischio per l’investitore. Nelle aziende non quotate il Grt tiene conto di due fattori, la leva operativa e la leva finanziaria, confrontando la possibilità dell’azienda di generare valore attraverso la propria attività e il suo impegno dal punto di vista finanziario. Se la seconda componente è sbilanciata rispetto alla prima, significa che l’azienda non è in grado di generare cash flow con le sue sole forze e si trova quindi in un’area di rischio.
Mappando gli investimenti e il Grt, si è verificato che le aziende sane, ossia con basso rischio, prevedono un elevato grado di pianificazione degli investimenti; mentre le aziende che effettuano investimenti discontinui in ricerca e sviluppo si collocano nell’area in cui il rischio d’impresa aumenta (vedi figura 3). “Questa considerazione, abbinata alle precedenti, ci dice che le aziende sane e strutturate, ossia capaci di gestire il fatturato in aumento, i propri clienti e la customer satisfaction, riescono anche a gestire in modo migliore rispetto alle altre il proprio core business”, commenta ancora Faletti.
Entrando più in dettaglio, si è analizzato un tema prettamente Ict: la manutenzione evolutiva (cioè che non si limita alla correzione di errori, ma aggiunge nuove funzionalità o migliora quelle esistenti) delle applicazioni business. Anche in questo caso, si è verificato che le aziende che investono con continuità in questo ambito riescono a mantenere basso il livello di rischio, mentre quelle che non applicano sistematicamente il concetto di manutenzione evolutiva si ritrovano in quell’area di rischio dove il core business fa fatica e la leva finanziaria diventa il principale strumento per restare in gioco, con conseguente elevato indebitamento e forte rischio di mercato.
La capacità di gestire il rischio diventa dunque sempre più centrale: non a caso è il vero tema che deriva dalle normative per il credito definita da Basilea 2. “La sfida di Basilea 2, sia sul versante delle banche sia su quello delle imprese – aggiunge Faletti – è la capacità di gestire il rischio attraverso una corretta capital allocation. Il vero vantaggio competitivo in questa fase si ottiene comprendendo in anticipo dove va il mercato, per poter allocare correttamente i capitali, ma anche verificando costantemente l’andamento del business per effettuare le eventuali correzioni. Sbagliare la capital allocation, significa rischiare il fallimento; per questo è così importante oggi dotarsi di corretti strumenti di previsione e di monitoraggio”.

Oltre le singole imprese ….
Il suggerimento che si può dare alle aziende è dunque di strutturarsi su tre linee: la prima di produzione, per eseguire le attività core; la seconda di gestione di processo, che può influire sulle scelte di produzione sulla base delle risposte di mercato; la terza, di più alto livello, per la gestione del rischio.
Queste considerazioni non sono però forse sufficienti per indicare alla piccola e media impresa italiana le ragioni profonde dell’innovazione, che resta essenziale per la ripresa. “L’innovazione di processo viene praticata da anni dalla maggior parte delle imprese italiane; ma di per sé non è un segnale positivo: indica infatti che su questo terreno i margini di miglioramento sono ridotti. Mentre un salto significativo può derivare soprattutto dall’innovazione di prodotto, che non è però possibile in tutti i settori”, è il ragionamento di Faletti. “Ma poiché l’innovazione di prodotto si realizza più velocemente di quella di processo siamo di fronte a uno squilibrio, che rappresenta la vera sfida per il sistema produttivo italiano”.
Infine, non va ignorato che l’adozione, per quanto strategica e programmata, di innovazione e tecnologia da parte della singola impresa non è che una tessera del mosaico, ed è insufficiente per vincere la sfida come Sistema-Paese. Questo obiettivo comporta invece la definizione di politiche industriali supportate da investimenti mirati in tecnologia, accompagnati a loro volta da scelte di investimento sulla qualità delle persone, e dunque sulla formazione.

Gli effetti di una R&S programmata sull’impresa

Fonte:Università degli Studi di Bergamo

Investimenti in R&S e rischio d’impresa


Milano, capitale della tecnologia
Sotto il titolo Human Technology, l’Associazione Culturale Etica Europa e il Centro Studi Banca Europa, in collaborazione con la Triennale di Milano hanno lanciato un programma di convegni e di attività, con l’obiettivo di promuovere Milano come capitale della tecnologia. L’iniziativa parte dalla constatazione che in corrispondenza della globalizzazione, si accentuano le vocazioni territoriali, come dimostrano gli esempi di Torino, dove si assiste al rilancio delle attività cinematografiche, o Genova, che ha prodotto il festival della scienza e ha visto la nascita nuova università High-Tech.
Milano, che resta la prima area produttiva del paese, prima per la ricerca tecnico-scientifica e la registrazione dei brevetti, sembra invece avere scarsa coscienza, secondo i promotori dell’iniziativa, del proprio ruolo, visto che si percepisce soprattutto come la città dei servizi e della moda. Queste attività sono certamente presenti, ma hanno prospettive modeste rispetto a quelle che potrebbero venire da settori avanzati, in particolare l’Ict, dove la Lombardia è in Italia la regione leader, all’interno della quale Milano concentra quasi il 60% delle imprese.
Il primo passo è dunque partire dagli esempi, evidenziando persone e attività di successo nell’arena milanese, e dalla promozione di incontri che mettano in comunicazione i saperi umanistici e tecnico scientifici. Questa via, alla base dello spirito innovativo che caratterizza in nostro paese, potrebbe risultare anche la chiave originale per il suo rilancio.

A Genova mostra su luci e ombre dell’Ict
Con un convegno svoltosi a giugno, presso Assolombarda, è stata presentata la mostra “Per fili e per segni. Ingegno italiano e società dell’informazione”, che si terrà dal 30 ottobre al 31 dicembre 2004, nell’ambito di Genova 2004, capitale europea della cultura. Promossa da due fra le principali associazioni del settore Ict, Aica (www.aicanet.it) e Fida (www.fidainform.org), l’iniziativa ha l’obiettivo di raccogliere la proposta di Giuseppe De Rita, secondo il quale è necessario umanizzare l’Information Technology se si vuole che questa penetri nella società e non si limiti ad essere impiegata dagli esperti. La mostra si rivolge al grande pubblico, ma vuole essere anche l’occasione per la riflessione su contenuti “alti”, per contribuire ad indicare quanto oggi effettivamente sia utile al Paese per rilanciare in settori strategici l’occupazione, l’impresa e la qualità della vita. Il momento centrale sarà il racconto della storia dell’apporto italiano al progresso dell’Ict; attorno a questo si articoleranno tre filoni: espositivo, con percorsi dedicati al passato, al presente e al futuro dell’Ict; di riflessione, attraverso convegni per verificare la possibilità di andare oltre le posizioni acquisite e riconquistare il terreno perduto; seminari, convegni e workshop a tema (oltre 50 già in programma).
Un primo assaggio di quanto accadrà è stato il convegno “Passato, presente, soprattutto futuro per l’Ict”, di lancio dell’iniziativa, che ha visto il momento centrale nella tavola rotonda, alla quale hanno partecipato alcuni protagonisti del settore (fra cui Giuseppe Carrella, Amm. Delegato di TSF-Tele Sistemi Ferroviari, Enrico Castanini, Amm. Delegato di Datasiel, Roberto Galimberti, Presidente di Etnoteam, Enrico Parazzini, Amm. Delegato di Telecom Italia Media, Roberto Pattumelli, Amm. Delegato di Global Value).
Il dibattito ha cercato di rispondere alla sfida proposta nel suo intervento da Giampio Bracchi, presidente della fondazione Politecnico di Milano, che ha messo in discussione il luogo comune secondo il quale l’Italia sia il paese delle cose semplici, indicando invece un passato di intelligenze e competenze (tuttora presenti nel paese), che ha dato risultati significativi in ambiti importanti quali le Tlc, il nucleare, il farmaceutico. Per trovare risposte per il futuro si deve dunque cercare di rispondere ad una domanda posta da Bracchi. Come mai Cambridge e Pisa, che erano in competizione quando fu progettato il primo computer, oggi hanno seguito percorsi così differenti? Mentre la prima è diventata un polo di alta tecnologia (anche se non finalizzato alla produzione di computer), la seconda ha perso gran parte del suo potenziale innovativo .

Elisabetta Bevilacqua
Giornalista

Sono attiva dal 1989 nel giornalismo hi-tech, dopo esperienze in uffici studi di grandi gruppi e di formazione nel settore dell’informatica e, più recentemente, di supporto alle startup. Collaboro dal 1995 con ZeroUno e attualmente mi occupo soprattutto di trasformazione digitale e Industry 4.0, open innovation e collaborazione fra imprese e startup, smart city, sicurezza informatica, nuove competenze.

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