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Il cloud computing? Più potente di una manovra finanziaria

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Il cloud computing? Più potente di una manovra finanziaria

02 Mar 2011

di Daniele Lazzarin

Un’analisi di mercato quantifica in 763 miliardi di euro e 2,4 milioni di posti di lavoro i benefici potenziali nei cinque Paesi europei più sviluppati derivanti dal passaggio al modello cloud.

Sui benefici del cloud computing ormai c'è una vasta letteratura, ma è raro trovare analisi al di là dei risparmi di costi ICT per la singola azienda. Invece il cloud è un fenomeno addirittura macroeconomico, con impatti annui sulle economie dei singoli Paesi due o tre volte superiori a una robusta manovra finanziaria. Questa almeno è la tesi di una ricerca condotta dal Centre for Economic Business Research (Cebr) di Londra su incarico di Emc, secondo cui l'adozione generalizzata del cloud computing nelle cinque principali economie europee (Germania, Regno Unito, Francia, Italia e Spagna) può generare benefici per complessivi 763 miliardi di euro nel periodo 2010-2015. Una cifra enorme quindi (oltre l'1,5% del Pil totale dei cinque Paesi), che per il Cebr è la somma dei benefici del cloud computing legati a miglioramenti di efficienza in aziende già esistenti (business development, 128 miliardi), nascita di nuove aziende (business creation, 215 miliardi), risparmi di costi (net cost savings, 141 miliardi) ed effetti indiretti (multiplier impacts, 280 miliardi). Non solo: nello stesso periodo il cloud computing, sempre secondo il Cebr, creerà nei cinque Paesi anche 2,4 milioni di nuovi posti di lavoro.

Il cloud ibrido sarà il modello prevalente
Per l'Italia in particolare il Cebr prevede benefici per 151 miliardi di euro nello stesso periodo, con un impatto annuale intorno ai 25 miliardi, molto simile alla manovra finanziaria (triennale però) che il ministro Tremonti ha presentato nel luglio scorso. Considerando il rapporto con il 'peso' sul Pil europeo, l'Italia è la seconda beneficiaria della diffusione del cloud, preceduta solo dalla Spagna.
Tornando all'analisi generale, i benefici, si legge nel rapporto “The Cloud Dividend. The economic benefits of cloud computing to business and the wider Emea economy”, aumenteranno di anno in anno, culminando nei 177 miliardi del 2015. Si creerà infatti un circolo virtuoso per cui i benefici che già adesso stanno ottenendo i primi progetti cloud spingeranno sempre più organizzazioni a vararne altri, contribuendo così al miglioramento, consolidamento e riduzione dei costi di questi servizi.
Lo studio distingue anche i benefici in funzione del modello di cloud: circa il 35% sono attribuiti al private cloud, il 39% dal cloud 'ibrido', e il 26% deriveranno dal cloud pubblico. Il cloud ibrido sarà il modello prevalente per molti anni, spiega il Cebr, perché moltissime aziende vogliono conciliare i benefici del cloud e lo sfruttamento di sistemi Ict interni che hanno richiesto ingenti investimenti nel passato.
Un'analisi come questa chiaramente si basa su una metodologia complessa, distinta in tre fasi. Nella prima il Cebr ha individuato le tipologie di benefici del cloud computing, sia IT (minori costi d'acquisto di beni hardware e software, riduzione e miglior uso del personale IT, miglior capacità di adattare i costi delle risorse IT alle reali esigenze, ecc.), sia business, come time-to-market più veloci per prodotti e servizi, e barriere all'entrata più basse nei settori che richiedono forti investimenti IT, come finance, comunicazioni e hi-tech. Tutti questi benefici sono stati classificati nei quattro gruppi accennati in apertura: miglioramenti d'efficienza, creazione di nuove aziende, risparmi di costi, benefici indiretti. Nella seconda fase, il Cebr ha stimato i tassi attuali e futuri d'adozione dei vari modelli di cloud; nella terza ha quantificato i benefici sulla base degli esiti delle prime due fasi.


Figura 1 – Emea: Cumulative Economic Benefits 2010-2015
(cliccare sull'immagine per visualizzarla correttamente)

Costi: server e storage -18%, servizi IT -20%
Il report è molto approfondito (89 pagine), per cui ci soffermiamo solo su alcuni punti. I miglioramenti d'efficienza, per esempio, secondo il Cebr nascono dal fatto che il cloud computing aiuta le aziende a gestire meglio la stagionalità della domanda nei loro mercati e ad adattare meglio l'utilizzo delle risorse IT alle reali esigenze, migliorando la capacità di risposta sul mercato. Per i risparmi di costi invece il Cebr somma le riduzioni di spese IT fisse (CapEx), operative (OpEx) ed energetiche, sottraendo il costo dei servizi cloud. Per dare un'idea, per un tipico progetto cloud privato Cebr stima riduzioni di costi del 20% per servizi IT, del 18% per server e storage, del 44% per hardware di rete, del 20% per sviluppo applicativo e del 18% per il supporto. Inoltre risparmi sulla bolletta di energia del 44%, 61% e 79% rispettivamente per i modelli cloud privato, ibrido e pubblico.
I benefici dalla nascita di nuove aziende invece sono espressi con due dati: il numero di nuove start-up e la loro produttività media. “Il cloud computing, avendo costi pay-per-use, permette di evitare alti investimenti Ict di avviamento dell'azienda, e favorisce quindi la nascita di nuovi business, soprattutto nei settori ad alta intensità d'uso di Ict”, spiega il rapporto. Basandosi su diversi studi, il Cebr stima che entro il 2015 nei cinque Paesi nasceranno 258.000 nuove imprese, il maggior numero delle quali proprio in Italia: 81.000 (oltre il 31% del totale), che però avranno anche il più basso tasso di produttività rispetto agli altri quattro Paesi.

2015, un'azienda su due userà il cloud
Altro tema cruciale è il tasso d'adozione del cloud computing. “Non siamo specialisti di tecnologie: per questo aspetto ci siamo riferiti a esperti e analisti di IT e cloud computing”, scrive il Cebr . Viene così citata Gartner quando dice che l'adozione dei servizi cloud è “difficilmente stimabile, ma inevitabile” (“entro il 2015 il 50% delle imprese Global 1000 utilizzerà i servizi cloud in tutti i processi a maggior generazione di fatturato”), che i settori a più alto utilizzo di cloud fino al 2014 saranno hi-tech, finance e pubblico, e che non tutti i servizi IT diventeranno cloud (“quelli che differenziano l'azienda rimarranno all'interno”).
Dati Idc sono invece stati usati per quantificare i tassi d'adozione del cloud nei cinque Paesi: sono intorno al 31-32% delle organizzazioni. “A prima vista sono numeri piuttosto alti – commenta il Cebr -, ma non illogici se si considera che il software-as-a-service è sul mercato da oltre 10 anni, e che l'adozione delle tecnologie di virtualizzazione, pre-condizione cruciale per il cloud computing, è già su tassi molto alti nei cinque Paesi”. Sempre citando dati Idc, Cebr prevede che nel 2015 mediamente un'azienda europea su due userà il cloud computing, con estremi nel Regno Unito (56%) e in Germania (45%), e l'Italia a metà strada (51%).
Infine, dato l'alto numero di ipotesi, stime e congetture di partenza, Cebr ha anche calcolato di quanto cambiano i risultati delle sue analisi al variare dei tassi d'adozione del cloud. “Possono influire molti fattori, tra cui l'andamento dell'economia, la percezione della sicurezza dei dati, l'adozione delle tecnologie di virtualizzazione, fattori nazionali come l'adeguatezza delle infrastrutture (pensiamo alle reti di comunicazione in Italia), o fattori settoriali”. Lo scenario pessimistico, basato su un tasso d'adozione del 5% inferiore a quelli previsti, fa scendere il beneficio totale sui sei anni del 14,6% (poco più di 650 miliardi di euro). Lo scenario ottimistico, con un'adozione del 5% superiore al previsto, alza dell'11,5% il beneficio totale a circa 850 miliardi di euro. Come si vede, cambiano i numeri ma l'ordine di grandezza è sempre quello di un fenomeno macroeconomico epocale. Staremo a vedere e… speriamo!


Figura 2 – Percentage contribution of the individual categories of cloud computing benefit, Emea and individual countries
(cliccare sull'immagine per visualizzarla correttamente)

Daniele Lazzarin

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