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Chief data officer e governance dei dati, cosa fanno le aziende italiane?

Solo meno di 2 aziende su 10 affermano di avere un Chief data officer. Dallo studio promosso da Denodo risulta un quadro che mostra una governance dei dati non completamente strutturata, senza responsabilità chiare e condivise all’interno delle organizzazioni

06 Set 2021

di Redazione

In Italia ben il 29% delle aziende dichiara di non avere ancora una persona che si occupi specificamente della governance dei dati. È quanto emerge da una recente ricerca condotta da Denodo (fornitore attivo nell’offerta di soluzione per la data virtualization) in collaborazione con IKN Italy, per indagare come le aziende italiane si stiano organizzando in relazione alla gestione dei dati.

Lo studio, condotto su un campione rappresentativo di oltre 100 aziende italiane, evidenzia inoltre che, anche nelle realtà in cui è prevista una persona che si occupa di data governance, nella maggior parte dei casi questa funzione è svolta da figure senza una formazione specifica: tra queste emergono quelle del Chief Information Officer (26% del campione totale), considerata la più affine al ruolo, e del Chief Architect (3%).

Solo meno di 2 aziende su 10 (19%) affermano di avere nel proprio organico un vero e proprio Chief Data Officer, mentre il 23% dei rispondenti ha indicato come responsabile una figura ancora diversa. Ne risulta un quadro che mostra una gestione del tema non completamente strutturata, senza responsabilità chiare e condivise all’interno delle organizzazioni.

Avere una persona capace di occuparsi di data governance può aiutare le aziende a perseguire diversi obiettivi ma, in particolare, i tre risultati che le organizzazioni intervistate sperano di raggiungere grazie a strategie di gestione dei dati efficaci sono: riuscire a prendere decisioni sempre più accurate grazie a un’elevata qualità dei dati (19%); facilitare la delivery delle informazioni e sostenere il loro uso con un approccio Self-Service (19%); integrare in modo più agile tutte le informazioni distribuite, e spesso disperse, nei diversi sistemi al fine di migliorarne l’accesso e l’utilizzo (18%).

Da un lato emerge chiaramente un’esigenza di maggiore agilità e facilità nel percorso che porta i dati a chi li deve poi analizzare: a tal proposito, si evidenzia anche la richiesta di poter lavorare in autonomia e sviluppare, quindi, un approccio Self-Service all’analisi e al consumo dei dati.

Dall’altro lato, esistono problematiche riscontrabili in termini di data governance, ma che un Chief data officer contribuirebbe a eliminare.

Tra le principali, secondo le aziende italiane, i lunghi tempi di attesa per il Business prima di avere a disposizione i dati richiesti (23%), la dispersione dei dati e il loro isolamento all’interno delle diverse strutture aziendali (19%), oltre alla sicurezza dei dati e privacy delle informazioni e alla mancanza di un unico punto di accesso alle stesse, indicati come rilevanti dal 13% degli intervistati.

La ricerca di Denodo ha quindi rilevato uno scenario ancora di sostanziale insoddisfazione, che conferma una contrapposizione tra il business, ovvero chi deve utilizzare i dati, e l’IT, che li mette a disposizione. Non è quindi un caso che il 26% dei rispondenti abbia riferito di riscontrare ciascuna delle problematiche evidenziate.

L’84% delle aziende ritiene che la varietà delle fonti di dati influisca negativamente sulla qualità dell’analisi e, allo stesso tempo, che le aree in cui sono maggiormente necessari dati di alta qualità siano quelle legate ai clienti (25%), alle operazioni aziendali (24%) e alle vendite (20%), dove la qualità è necessaria per un corretto forecasting e per definire la strategia sul mercato.

Consapevoli di questo, il 61% delle aziende sta valutando l’adozione di tecnologie di data virtualization per risolvere le sfide aziendali inerenti all’integrazione e gestione del patrimonio informativo.

La virtualizzazione dei dati, infatti, può dare un contributo, rappresentando non solo un punto unico di accesso ai dati, ma anche il luogo dove questi possono essere modellati e messi a disposizione di chi li deve utilizzare, consentendo di raggiungere una sorta di ordine complessivo che va a beneficio del concetto stesso di qualità.

Fondamentale è riuscire a dare agilità e semplicità al percorso, che parte da dove i dati risiedono e arriva fino a chi li deve utilizzare. In questo contesto si inserisce il cosiddetto approccio self-service all’uso e al consumo dei dati, che sembra essere ormai una realtà consolidata, anche se nella maggior parte dei casi (65%) l’IT mantiene comunque un ruolo di supervisione importante. Solamente nel 19% dei casi le aziende adottano un self-service completo, dove il business opera in piena autonomia. Nel 16% dei casi, invece, il business dipende ancora totalmente dall’IT per la preparazione dei report o di altre aggregazioni e sintesi dei dati.

Anche l’utilizzo di Data lake, ovvero repository centralizzati che consentono di archiviare grandi quantità di dati nel loro formato nativo seppur provenienti da fonti diversificate, non è ancora molto diffuso nelle aziende italiane, tanto che oltre un terzo delle organizzazioni (39%) non ne possiede. Se il 26% delle aziende dispone di un Data lake nel Cloud, il 22% ne ha uno on-premise, mentre il restante 13% preferisce una soluzione ibrida.

Molto più successo riscontra invece la gestione dei dati nel cloud, verso cui i timori paiono essersi mitigati: più di 4 aziende su 5 (84%) affermano infatti di avere in corso un’iniziativa cloud. Di queste, però, solo il 29% indica di avere più della metà dei propri dati nel cloud, a conferma che la migrazione è un percorso ancora nelle fasi iniziali ma destinato a crescere.

“Nell’era della Data-Driven Transformation, le decisioni aziendali a tutti i livelli devono essere guidate dagli insight che si generano grazie al proprio patrimonio informativo. Questo richiede necessariamente una democratizzazione nell’accesso ai dati, nonché la capacità di fornire le giuste informazioni a diverse tipologie di utenti, garantendo al contempo sicurezza e governance. La mission di Denodo è far sì che le aziende possano concentrarsi sui loro obiettivi di business e su come generare maggior valore per i propri clienti finali, senza preoccupazioni legate alla gestione dei dati. Devono, cioè, essere in grado di accedere immediatamente e facilmente a tutti i dati di cui hanno bisogno, indipendentemente dalla loro localizzazione, dal formato, dalla loro complessità tecnologica, sintattica e semantica. La virtualizzazione dei dati offre quindi maggiore autonomia e semplicità nell’utilizzo delle informazioni, consentendo in ultima analisi un più rapido ritorno dell’investimento” ha commentato Gabriele Obino, Denodo Regional VP Sales Southern Europe & Middle East.

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Redazione

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